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Le elezioni in Venezuela e la mano de dios

Le elezioni in Venezuela e la mano de dios

Fu divino nella terra degli umani: quella dove il calcio diventa arte dell’impossibile e i sogni degli ultimi si avverano. Fu umano nella terra degli dei: quella dove la venerazione acceca e i sogni degli ultimi si fanno incubi. Per i tecnocrati della FIFA è il nemico dichiarato, per i moralisti di questo mondo uno da cui stare alla larga, per tutti gli altri il più grande di sempre. Di Diego Armando Maradona e dei suoi indimenticabili gol s’è scritto e si continua a scrivere a profusione. Così come della sua vita e delle sue cadute. Ma negli ultimi anni, sempre più prepotentemente, si è affermata l’immagine politica ed impegnata del “Pibe de oro”. Lui sinistro di piede e di sinistra nell’anima.

 

Nel novembre 2005, alla partenza dell’ “Expreso del Alba”, il treno che portò i leader dell’alleanza bolivariana al Vertice dei popoli di Mar del Plata, Maradona definì Bush una “immondizia umana”. Nell’agosto 2011, in occasione del compleanno di Fidel Castro, a l’Avana, dichiarò: “Al lìder maximo cubano Fidel Castro, che compie 85 anni, bisogna erigere un monumento grande come il mondo”. Qualche anno prima, a Caracas, riferendosi a Hugo Chàvez, disse di aver cercato un grande uomo, ma di aver incontrato un gigante. E poi da sempre uscite contro Joseph Blatter, capo dei capi del calcio istituzionale, battute contro la dittatura di Videla  e Galtieri, dittatori illusi e carnefici del proprio popoli, e attacchi contro il governo di Bush, esportatore di tante guerra e pochissima democrazia. Come ha fatto ancora ieri, 13 aprile, giorno della chiusura della campagna elettorale in Venezuela: quella del dopo Chàvez, quella che vede contrapporsi Nicolàs Maduro e Henrique Capriles. 

A Caracas, dopo aver visitato la tomba del compianto leader bolivariano, ha dichiarato a proposito di Hugo Chàvez: "Ha cambiato il modo di pensare dei latino americani”. E poi, appellandosi al popolo venezuelano: “Portate avanti la lotta, lui non è più qui fisicamente ma noi continueremo con Nicolàs, lui porterà avanti il messaggio di Chàvez di non lasciarci schiacciare da nessuno, nelle urne la gente deve riaffermare le idee di Chàvez attraverso Nicolas". La sera stessa davanti a un’immensa folla sulla Avenida Bolìvar, Diego Maradona ha chiuso la campagna elettorale di Maduro, salendo sul palco con una camicia rossa, con le scritte sul petto “Maduro Presidente”, “Chàvez comandante” e “Cristina K 2015”. 

Mentre tutte e tutti, donne, indios e ragazzi lo hanno acclamato con l’immortale soprannome di “Diez”. Agli inizi della nuova corsa elettorale, Nicolàs Maduro ha rivelato che lo spirito di Chàvez è riapparso sotto la forma di un "tucusito", un colibrì,  raccontando come questo gli sia svolazzato sulla testa in una cappella dello stato di Barinas, quello nel quale nacque il comandante scomparso. Per i suoi sostenitori pare essere un segno divino, per i suoi detrattori è un semplice colpo di testa. Ma anche se fosse così, non male. E pure Diego Armando Maradona lo sa bene. Era il 22 giugno 1986 quando, dopo 51 minuti di gioco, siglò il gol passato alla storia come la “mano de Dios”. Lui ultimo tra i primi e primo degli ultimi stava per prendersi la rivincita contro l’Inghilterra imperialista di Margaret Thatcher. Segnò con la mano sinistra.  Per l’arbitro, quello fu un semplice colpo di testa.

 

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