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Emiliano Zapata: il rivoluzionario che fu ucciso e che continua a vivere

Emiliano Zapata: il rivoluzionario che fu ucciso e che continua a vivere

Ricorre oggi l'annversario della morte di Emiliano Zapata, rivoluzionario messicano ucciso in una imboscata il 10 aprile 1919.  

Quando sulla sua testa venne messa una taglia di circa centomila pesos, non pochi erano quelli che lo volevano vedere morto. Soprattutto erano ricchi e potenti: gli opportunisti dell’ultimo momento e i voltagabbana della causa contadina. Ufficialmente, in Messico, con la costituzione del Querétaro del 1917, il lungo ciclo rivoluzionario iniziato alla fine del 1910 poteva dirsi concluso. Ma gli strascichi di quella sanguinosa lotta continuarono, protraendosi fino al 10 aprile 1919: fino agli ultimi giorni di vita di Emiliano Zapata, l’invincibile. “El caudillo del sur”, come venne soprannominato in quegli anni di pena e di speranza, e i campesinos suoi seguaci da anni chiedevano giustizia,  lottando per la libertà della terra, il diritto di sciopero e il riconoscimento dei sindacati. Nel paese delle disuguaglianze e delle menzogne, dove lo strapotere dei latifondisti sostenitori di Porfirio Dìaz calpestava diritti e consumava vite umane, Emiliano Zapata lanciò il grido “Reforma, Libertad, Justicia y Ley”, mettendosi a capo di un ampio esercito, fatto di contadini, indiani e meticci.

Degli emarginati di sempre contro gli oppressori in divisa. La rivoluzione aveva toccato il suo apice nel dicembre del 1914, quando Pancho Villa e lo stesso Zapata varcarono le porte di Città del Messico, obbligando l’esercito del costituzionalista Venustiano Carranza, prima alleato, alla veloce ritirata. Dopo anni di combattimenti e secoli di soprusi, i contadini in sandali del Chihuaha, i meticci delle terre del Morelos, gli indigeni degli aspri altipiani della Sierra madre e i lavoratori di lingua nahuatl entrarono trionfalmente nella capitale. Correva la primavera del 1915, quando però le forze delle reazione risposero e contrattaccarono. Fu Venustiano Carranza a mettere una taglia sulla testa di Emiliano Zapata.Fu lui il mandante della sua morte. E nel paese delle menzogne fu appunto un tradimento a segnare la morte dell’invincibile Zapata.

Dopo la sconfitta di Pancho Villa, costretto a ripiegare verso il nordest, il generale dell’esercito di Carranza, Pablo Gonzalez si spinse verso sud per annientare l’armata zapatista. Di fronte alla tenace resistenza dei contadini del Morelos, si decise allora di giocare sporco e trargli un’imboscata. Secondo quanto riportato dallo storico americano John Womack, alla fine del marzo 1919, Emiliano Zapata spedì una lettera al colonnello Jesùs Guajardo, membro incarcerato dell’esercito controrivoluzionario, in cui lo invitava ad unirsi alla sua causa e a quella dei contadini. La lettera finì però nelle mani del generale Gonzalez, che decise di sfruttare l’occasione a suo vantaggio. Convincere cioè Guajardo al doppio gioco: attirare l’imprendibile Zapata, accattivarsi la sua fiducia e ucciderlo. E così fu.

I due si incontrarono coi propri uomini inizialmente nei pressi Jonacatepec, i primi di aprile. Dopo alcuni giorni di sospetti, misti a rediviva illusione, giunsero a Chinameca, dove ebbero un colloquio. Ma la trappola era ormai scattata. Lì, in una fattoria del posto, il 10 aprile del 1919, Emiliano Zapata venne crivellato di colpi dai soldati di Guajardo. I suoi uomini o ammazzati o costretti alla fuga. Per convincere tutte e tutti che fosse morto, il cadavere di Emiliano Zapata venne trasportato a dorso di un mulo fino a Cuautla e lasciato per un giorno su una rozza impalcatura di legno. Ma ciò sembrava non bastare: qualche giorno dopo, per convincere gli increduli restanti, la sua testa venne fatta girare per i villaggi del Morelos. Là, dove aveva redistribuito terre e riconsegnato dignità.

Nei suoi versi finali, un vecchio corrido messicano recita così: ”Ruscelletto impetuoso, che ti disse quel garofano? Dice che il comandante non è morto, che Zapata tornerà”. In molti, quasi grottescamente, per lungo tempo non si convinsero della sua morte. Alcuni dicevano fosse scappato via da Morelos in compagnia di mercanti arabi. Altri, come in preda ad allucinazioni, giuravano di vederlo la notte cavalcare per le vie della sua città natale, Anenecuilco, pronto a restituire quanto derubato. Altri ancora, di questi tempi, quando ascoltano le parole di quel suo simile delle terre del Chiapas, colla pipa e il passamontagna,  lo sognano e lo rivedono felici.

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