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Guatemala: condannato l’ex-dittatore José Efraìn Rìos Montt per genocidio

Guatemala: condannato l’ex-dittatore José Efraìn Rìos Montt per genocidio

Si presentò come l’eletto da Dio José Efraìn Rìos Montt quando, a pochi giorni dal golpe del marzo 1982, si impose al potere in Guatamela. Perseguitò, ammazzò e trucidò donne, bambini e contadini durante il suo governo. Lui, fanatico dittatore, che regnò col fucile in una mano e predicò con la Bibbia nell’altra. Oggi, in moltissimi, maledicono ai piedi di Dio, nella terra guatemalteca, questo spietato e sanguinario carnefice. Il 10 maggio scorso a Città del Guatemala è giunta contro di lui una storica sentenza: José Efraìn Rìos Montt è stato condannato a cinquant’anni di prigione per genocidio e a trent’anni per crimini di lesa umanità, in un processo aperto dal giudice Miguel Ángel Gálvez nel febbraio 2013.

In particolare Rìos Montt è stato dichiarato il mandante di 15 massacri che uccisero 1.771 indigeni ixiles del dipartimento del Quiché nei mesi del suo breve ma efferato regime, tra il 1982 e il 1983. Una sentenza tardiva, questa, come fiacca è quasi sempre la giustizia che deve punire i potenti, ma al contempo questa è una sentenza dal forte valore storico: perché restituisce un po’ di dignità perduta ai disgraziati della storia latino-americana, gli indigeni maya, e perché strappa il velo dell’oblio da un passato, quello guatemalteco, assai torbido.

 

Il paese, che agli inizi del secolo fu di Manuel Cabrera, l’uomo che svendette la sua terra agli Stati Uniti d’America, e poi di Castillo Armas, il dittatore che rovesciò il democratico Arbenz in nome degli interessi della United Fruit Company, fu sconvolto per oltre trent’anni, dal 1960 al 1996, da un’atroce guerra civile che causò oltre 200.000 vittime, tra cui tantissimi studenti, lavoratori, contadini e personalità dell'opposizione. In questo nesso di sangue e violenza si inserì tra il marzo 1982 e l’agosto 1983 la parabola dittatoriale di Rìos Montt.

Ogni domenica la sua faccia appariva alla televisione, professando sermoni pregni di retorica nazionale e di difesa dal pericolo comunista. Ogni suo messaggio raggiungeva anche i più remoti angoli del paese, gridando guerra a chi aveva scelto la resistenza armata.

Ogni discorso tracciava il sentiero della divisione manichea, impugnando la tortura per punire i peccatori ribelli e seminando odio trasversale all’interno della popolazione. Fu questa la logica che ispirò il terribile programma denominato “Fusiles y frijoles”, fucili e fagioli appunto: progetto militare, in base al quale i contadini che entravano a far parte delle sue Pattuglie di Autodifesa civile ricevevano alimenti ed assistenza. E al quale si affiancò presto la strategia offensiva della “terra bruciata”, che provocò grandi deportazioni degli indigeni maya e spinse al “desplazamiento” , lo sfollamento di quasi un milione di persone verso il Messico e l’Honduras. Il regime di Rìos Montt fu breve, ma il suo potere ben saldo e duraturo anche dopo la caduta, grazie alla rete internazionale di complici e protettori. Oltre all’organizzazione protestante della Chiesa del Verbo, che salvaguardava il governo di Montt agli occhi della comunità internazionale, celando le uccisioni e falsificando il suo impegno verso le comunità indigene, fu Harris Whitbeck, la longa manus statunitense, che assicurò al dittatore guatemalteco l’appoggio di Washington e di Ronald Reagan. Che lo accolse con tutti gli onori del caso negli Stati Uniti, salutandolo come “uomo dalla grande integrità morale”.

Per troppi e lunghissimi anni un pesante velo di impunità e intangibilità ha ricoperto la divisa militare sfoggiata da Rìos Montt. Solo nel 1997, con la pubblicazione del rapporto “Nunca más”, a cui partecipò anche il premio Nobel Rigoberta Menchù, l’opinione pubblica mondiale venne a conoscenza della reale crudeltà delle torture, degli assassini e del genocidio di quegli interminabili anni di guerra civile. La sentenza dei giorni scorsi pare infine aver riconsegnato la giustizia smarrita al popolo e alla comunità ixil, contro quell’odioso carnefice che professava di “non mentire, non rubare e non abusare”, proprio mentre perseguitava, ammazzava e trucidava.

Ma la dannazione degli indigeni del Quiché è la pena degli sfruttati della storia. In piena età coloniale, dopo la violenta conquista di Pedro de Alvarado, la popolazione guatemalteca chiamò quella terra Xoaticol: la terra “sotto il sangue”. Quel sangue che il tribunale della memoria può solo ricordare, ma non cancellare.

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