Egitto: 'La rivoluzione continua' dialogo con Hussein Mahmud
- Scritto da Alfredo Ferrara
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Hussein Mahmud è professore di letteratura italiana all'Università de Il Cairo. Ha conseguito il dottorato di ricerca in lettere nel 1997 con una tesi sul Decameron di Boccaccio e Le mille e una notte. È un profondo conoscitore della cultura italiana. Con l'Italia ed il suo mondo accademico ha intrattenuto sempre rapporti di amicizia, essendo stato visiting professor in diversi periodi della sua vita negli atenei italiani. Ha tradotto in arabo i testi di Dario Fo, Stefano Benni, Elio Vittorini ed ora sta lavorando alla prima versione in arabo del Decameron.
AF: Se dovesse riassumere brevemente come si è arrivati alla situazione odierna in Egitto come lo farebbe?
HM: La rivoluzione del 25 gennaio 2011 aveva come spunto l’ingiustizia sociale, l'ereditarietà del potere di Mubarak ed altre questioni. I protagonisti erano i giovani che soffrivano dalla mancanza di tutti i mezzi per sopravvivere, in particolare i posti di lavoro e l'oscurità del futuro. Questi però non avevano un'idea chiara del post rivoluzione, cioè cosa fare dopo il crollo del regime. I Fratelli musulmani erano invece già pronti a sfruttare al massimo la rivoluzione dei giovani, avendo già una base popolare considerevole e un’organizzazione internazionale supportata da un rete enorme di affari, politici e non. Così sono riusciti a ottenere una maggioranza al Parlamento, al Senato e la Presidenza della Repubblica. Il progetto che questi hanno presentato al popolo si chiama Al Nahda, ovvero la rinascita, con la promessa di realizzare le richieste dei giovani rivoluzionari in 100 giorni; il loro vero progetto, nascosto prima, scoperto dal popolo dopo, era quello di creare, avendo una base in Egitto, il califfato islamico o semplicemente lo Stato islamico che si estenda dal Pakistan fino al Ghana. Con i primi passi verso l'islamizzazione del paese, con una costituzione molto reazionaria che potrebbe creare un sistema fascista vero, i cittadini delle città, più colti e istruiti, hanno cominciato a ribellarsi; poi in un secondo momento ha cominciato a farlo anche la campagna. Ma i FM hanno continuato il loro progetto rifiutando le firme di 22 milioni di ribelli Tamarud, per indire le elezioni anticipate. Cosi la maggioranza del popolo, 33 milioni, sono scesi in piazza per chiedere le elezioni anticipate. L'esercito ha chiesto al Presidente di trovare una soluzione per salvare il paese, ma la risposta era sempre la stessa: si resta alla legittimità, cioè ai risultati ottenuti alle elezioni. Alla fine le forze politiche, con l’esercito, hanno deciso una "mappa del futuro” che i FM hanno rifiutato. Allora si può dire che il vuoto ideologico del post primavera araba, il progetto dello stato islamico sul modello turco del califfato ottomano e l’insoddisfazione del popolo sono i motivi che hanno condotto al momento attuale in cui l’Egitto si è trovato per la prima volta nella sua storia di fronte ad un terrorismo di massa appoggiato dall’Occidente che vuole re-importare questo fenomeno ai paesi di provenienza tramite la legalizzazione della loro presenza sotto una specie di democrazia formale: ad esempio come in Iran.
AF: Ma prima delle elezioni questo progetto del Fratelli musulmani non è stato oggetto di discussione dell'opinione pubblica? Le forze politiche laiche non sono riuscite a smascherare l'opera di mistificazione messa in atto dai FM?
HM: Questo progetto non è nuovo, è noto e famoso dagli anni trenta, poi rinnovato, con modificazioni che lo rendono eversivo dagli anni sessanta. I FM continuavano invece a dire che sono cambiati, che non sono politici, che predicano solo a Dio. Sono stati massimamente protetti dalla società che credeva a questo cambiamento. Prima era considerata un'organizzazione terroristica, perseguitata dai diversi regimi (repubblicani e monarchici), ed è stata proibita fino alla primavera araba, quando è stata riconosciuta forza politica come le altre e sostenuta dall'America entro un piano globale del Grande Medio Oriente. Tutto è stato riscoperto quando hanno manovrato le elezioni (offrendo ai votanti sacchi di riso e farina per comprare i voti o impedendo a interi villaggi cristiani di andare a votare, rifiutando nello stesso momento ogni controllo internazionale delle elezioni tranne quello di una ONG americana presieduta dall'ex Presidente Jimmy Carter).
AF: Ma questo argomento è stato di pubblico dibattito durante le elezioni? Come hanno fatto i FM a occultare il loro vero progetto politico? Le altre forze politiche non hanno provato o non sono riuscite a smascherare le loro vere intenzioni?
HM: Subito dopo la primavera araba tutte le forze politiche erano concordi sulla partecipazione dei FM nel processo democratico appena nato, dopo un lunghissimo divieto. Ma il dibattito pubblico sull'argomento è cominciato dopo i primi passi dei FM per stabilizzare il loro potere escludendo tutte le altre forze politiche: dare il potere legislativo ad un Senato che non aveva mai avuto questo peso (la metà di cui membri è di nomina presidenziale), l'assemblea costituente con stra-maggioranza di islamisti, una nuova costituzione che si considera molto arretrata anche rispetto alla prima costituzione egiziana (quella del 1924) e tante altre cose come il decreto costituzionale che dà l'immunità al presidente per le decisioni passate e future. Da qui è nata la convinzione di tutto il popolo che si trattava di un regime dittatoriale. Devo dire i FM musulmani ingannano, mentono (c'è un gruppo civile molto forte chiamato I Fratelli Bugiardi, ovvero El Ekhwan Kazbun, che ha il file di tutte le loro bugie). Se vuoi chiedermi personalmente quale era la mia posizione ti dirò che ero consapevole di questo andamento e l'ho dichiarato tante volte nei miei articoli, anche in una conferenza organizzata dal Manifesto a Roma. I laici egiziani dicono che era necessario mettere alla prova i FM altrimenti avrebbero continuato a presentarsi come vittime. Ora hanno dimostrato che non sono più vittime, ma colpevoli.
AF: Quanto sono rappresentativi del mondo islamico i fratelli musulmani in Egitto?
HM: Se intendi quanti sono i FM in Egitto allora non sono tanti. Non so cosa intendi con il mondo islamico. Comunque FM si trovano in 80 paesi nel mondo, ma il gruppo stesso secondo alcune stime non supera 600.000 soci in tutto il mondo; in Egitto sono quasi 200.000. Essendo un'organizzazione clandestina nessuno al mondo può dire la verità in merito. Non hanno una scuola religiosa ben precisa, a volte appoggiano idee sunnite, altre volte sciite, o ancora sufi. Sono sunniti in grossa parte, ma hanno tanti rapporti enigmatici con l'Iran. Hanno invece due sottogruppi conosciuti storicamente come "colombe" e "falchi"; questi ultimi sono seguaci di Said Qutb, un esponente loro negli anni sessanta che vede la società come infedele e che pertanto propone di combatterla usando anche la violenza. Gli attuali leader si possono classificare anch'essi tra i falchi.
AF: Ma sono egemoni nella comunità islamica in Egitto?
HM: La società egiziana è fortemente religiosa, ma non c'è settarismo. I musulmani sono in maggioranza sunniti, con sfumature che variano da sufi a salafiti (ortodossi se usiamo il linguaggio cristiano). La maggioranza assoluta non è consapevole delle differenze tra queste sette, ma è moderata in tutto. Le eccezioni si trovano in alcuni gruppi chiusi, come i FM e i loro sottogruppi, come gli jihadisti e al Qaeda, che, come ho spiegato prima, adottano la violenza come mezzo per la trasformazione della società. I FM rappresenta tra di loro l'organizzazione più compatta, più organizzata e più ricca, ma soprattutto la più egemone. Basta sapere che si definiscono come "i maestri del mondo". La prima cosa che i deputati nel parlamento sciolto che appartengono ai FM hanno fato è stata monopolizzare tutte le commissioni specifiche che preparano i progetti di legge prima di presentarli all'assemblea. Gli altri deputati quando hanno chiesto di rappresentare tutte le forze politiche in queste commissioni hanno ottenuto come risposta: 'abbiamo noi tutte le competenze necessarie'.
AF: Non è un problema il potere che si sta concentrando nelle mani dell'esercito? Non c'è il rischio che per evitare una dittatura dei FM si vada verso una dittatura dell'esercito? Quali garanzie avete che questo non succederà?
HM: Problemi, rischi ci sono, garanzia non ce ne sono. Il più grande vantaggio della rivolta del 30 gennaio è che ha salvato l'umanità dal perdere un pezzo importante della sua storia. Gli islamisti, tutti alleati, hanno una serie di idee passatiste contro la civiltà. Creare una Qaida alle porte dell'Europa (l'Egitto è tra i paesi vicini al continente europeo) è un rischio; lo stesso vale per la Tunisia, vicinissima al Bel Paese come lo è l'Algeria per la Francia. Dire di ritrasferire il terrorismo alla sua terra di provenienza non ha senso, perché il terrorismo non ha confini. Appoggiare le tendenze religiose non avrà nessun effetto contro le paure del mondo libero verso il comunismo, che effettivamente non c'è più nello stesso formato della guerra fredda. I militari moderni non sono come quelli antichi, non ritornerà mai più Nasser. Oggi i militari sono più degli imprenditori con la responsabilità di difendere la patria. Lo scambio economico maggiore tra USA e Egitto va a vantaggio dei militari. Tendendo conto di tutto questo la questione rimane la stessa: scegliere tra due mali. Gli egiziani si sono accorti che la dittatura religiosa è più violenta di quella militare, ma sperano nello stesso tempo che la mappa del futuro, che prevede un sviluppo sano della democrazia, continui a dare frutto. Il motto che è rimasto sempre valido è: "la rivoluzione continua".
AF: Prima ha parlato delle responsabilità dell'Occidente. Cosa pensa che abbiano sbagliato i paesi occidentali da Piazza Tahrir ad ora?
HM: Naturalmente non si può dire che gli occidentali sbagliano, ma posso affermare che i media occidentali sbagliano, posso dire che i governi occidentali sbagliano.
AF: E gli errori che imputa ai governi e ai media occidentali quali sono?
HM: I media sbagliano quando influenzano l'opinione pubblica e costringono i governi ad avere posizioni non meno sbagliate. I media erano coraggiosi nella copertura della primavera araba più di due anni fa: hanno sostenuto le rivolte in modo molto efficace. Invece nella seconda ondata di giugno scorso sembra che abbiano cambiato idea. Qui in Egitto questo cambiamento non si capisce. I media ed i governi hanno sbagliato a definire gli ultimi eventi un colpo di Stato: si è trattato di un presupposto sbagliato che ha prodotto risultati sbagliati. Definire Morsi il "primo Presidente eletto democraticamente in Egitto" significa sostenere una bugia. I FM hanno rifiutato ogni tipo di controllo internazionale di queste elezioni. Il primo turno di queste elezioni era pieno di violazioni che hanno prodotto un risultato disastroso: scegliere tra Morsi o Shafiq. Il primo con un piano di ricostruire lo Stato Islamico, il secondo con il piano di recuperare il regime di Mubarak. Tutte le elezioni in Egitto, anche i referendum, hanno visto violazioni che praticamente rendono difficile sostenere che rispecchiassero onestamente la volontà popolare. Ad esempio si è impedito ai cristiani di arrivare alle urne oppure c'è stato un utilizzo molto abusivo della religione da parte di chi diceva 'chi vota con noi va al paradiso, chi è contro di noi andrà all'inferno'. Cosi dicono gli islamisti in ogni elezione. Sostenerci quando abbiamo detto no a Mubarak e non sostenerci quando abbiamo detto no ai FM comporta un'evidente contraddizione. Mubarak era un dittatore molto mite rispetto alla dittatura dei FM che invece si è mostrata molto fascista (nel senso spregiativo del termine). Sostenere il FM che usano le armi contro cittadini pacifici significa sostenere il terrorismo, creare tanti Ben Laden ora per poi accusare domani tutti i musulmani di essere Ben Laden. Poi alla fine, quando i governi occidentali pensano di opporsi allo Stato egiziano, rappresentato da una Presidente ad interim e istituzioni molto antiche (l'esercito egiziano è tra i più antichi nel mondo), decidono di castigare il popolo tagliando gli aiuti che invece, per bocca degli stessi governi che li hanno elargiti, sono rivolti non ai regimi ma alla popolazione.
AF: Se l'esercito dovesse voltare le spalle al movimento nato a Piazza Tahrir questi avrebbe la forza di reagire ed imporgli un dietrofront?
HM: Dopo tre giorni dell'inizio della rivoluzione di gennaio 2011, avendo la polizia ucciso circa 1000 giovani in piazza, i manifestanti stessi chiamarono l'esercito per intervenire e mettere fine al sangue sprecato spietatamente. Al tempo di Morsi l'esercito è stato chiamato per mettere fine a disturbi in tre città del Canale di Suez dopo una strage che ha visto la morte di una settantina di persone. Prima del referendum i FM hanno ucciso e torturato decine dei giovani in sit-in pacifico (veramente pacifico!) sotto le mura del palazzo presidenziale, la polizia rapiva e uccideva rivoluzionari dalla piazza Tahrir. La gente allora si chiedeva: essere eletto significa che il Presidente acquisisce il potere di rapire e uccidere i cittadini? In tutti questi casi è stato chiamato l'esercito a decidere cosa fare. La questione è: un popolo tradizionalmente pacifico e disarmato come può affrontare un gruppo armato? la polizia fa parte sempre del governo, della politica, ma l'esercito ha sempre questa forma di venerazione da parte del popolo. L'esercito difende il popolo e il popolo difende l'esercito. Non dimenticare che abbiamo sempre la minaccia della guerra. La decisione definitiva allora non è nelle mani di nessuno in Egitto tranne che in quelle delle forze armate.
AF: Riesco a comprendere l'importanza dell'esercito in questa fase, infatti non la metto in dubbio. Il quesito che le pongo è però diverso: qualora l'esercito, scongiurato il pericolo dei Fratelli musulmani, invece di accompagnare il paese verso una transizione democratica (che mi pare sia quello che chiede il movimento di Piazza Tahrir) dovesse dare alla trasformazione una torsione irrimediabilmente autoritaria, il movimento di Piazza Tahrir avrebbe gli strumenti per opporvisi?
HM: Opporsi all'esercito è impossibile dato che è l'unica istituzione stabile e invariabile nel paese. Opporsi invece al regime militare è possibile: i rivoluzionari di gennaio 2011 hanno sfidato il consiglio militare subito dopo la primavera araba, quando aveva in mano il potere e faceva politica. Ma si differenzia sempre tra il regime militare (politica) e le forze armate del paese. I rivoluzionari avranno i mezzi per opporsi al regime anche se militare ma non attaccheranno mai l'esercito come scudo per la difesa del paese. Poi se dovesse esserci una confusione tra militari politici e militari professionisti, dovrebbero intervenire questi ultimi per proteggere le forze armate dalla politica. In altre parole è possibile lasciare cadere un regime militare, come quello di Mubarak che era militare (ex capo della nautica) ma le forze armate l'hanno sacrificato per mantenere intatto l'esercito. Un giovane ufficiale dell'esercito in Piazza Tahrir nel 2011 ha minacciato i manifestanti di suicidarsi se non avessero finito subito un scontro tra rivoluzionari e seguaci di Mubarak. Il messaggio è stato ricevuto positivamente da entrambi.
AF: Pacificare il mondo islamico e quello laico in Egitto sarà un compito molto difficile dopo i fatti di questi giorni, soprattutto se lo scontro dovesse andare avanti e coinvolgere altri luoghi di culto. Quando le armi si fermeranno toccherà agli intellettuali riprendere la parola (sperando magari anche che le parole degli intellettuali possano servire a fermare le armi). Che tradizione di dibattito tra cultura islamica e cultura laica c'è in Egitto? Quali prospettive vede a riguardo?
HM: Oggi ho visto tante persone che parlavano in una manifestazione pro Morsi a Milano chiedendo il ritorno dei militari nelle caserme. A parte che ci stanno effettivamente nelle caserme situate lungo i confini di tutto il territorio nazionale dove ci sono i presunti nemici della nazione, e sono parzialmente fuori, nei palazzi del potere, sul “campo” a combattere “il terrorismo”. Da parte mia, e di tanti altri, chiedo che i religiosi ritornino ai luoghi di culto. Cosa fanno in piazza? Perché portano le armi? Cerca di immaginare un gruppo di preti o dei monaci che legano soldati da dietro e li sparano per ucciderli! Un vicino di casa che stava guardando la tv è stato sorpreso da un proiettile che gli è entrato nel braccio, esploso da un manifestante pro Morsi che passando su una strada sopraelevata ha sparato dappertutto. Quando i militari ritorneranno nelle caserme e i religiosi ritorneranno nei luoghi di culto si restaurerà un dibattito tra gli intellettuali, anche rappresentanti della cultura islamica. Ora il dibattito è tra combattenti, un dialogo tra due matti sul modo migliore per far fuori l'altro. Il dibattito intellettuale è impossibile quando pretendi di parlare in nome di Dio, portando il Corano in una mano e il fucile nell'altra, quando pretendi di rappresentare la verità assoluta e se non sei con me sei non contro di me ma contro Dio, cioè un "infedele". Poi il dibattito intellettuale si riprenderà sicuramente: ha una tradizione molto forte e antica. Basti pensare al dibattito molto complesso tra Averroè e il Ghazali nell'XI secolo, il primo a rappresentare "la ragione" e l'altro "la fede". Mohamed Abdu, un salfita vissuto tra la fine dell'Ottocento e i primi Novecento, ebbe un ruolo fondamentale nel rinnovamento del pensiero religioso come frutto del dibattito con il laicismo "europeo" di quel tempo.
AF: Per concludere: una vicenda così complessa e drammatica come quella egiziana vista dall'Italia rivela tutta la pochezza della nostra situazione politica. Probabilmente una migliore situazione economica e una maggiore autorevolezza politica dei paesi dell'Europa mediterranea avrebbe aperto scenari diversi all'evoluzione delle primavere arabe. Com'è vista in Egitto l'Italia? Questa vicenda finirà per allontanare ancora di più la sponda Sud dalla sponda Nord del Mediterraneo o ci sono dei margini affinché le possa addirittura avvicinare?
HM: Storicamente e geograficamente sono molto vicine. In Egitto non si sente che c'è una crisi tra i due paesi. I media, specialmente la Rai, sono molto influenzati da Al Jazeera che è pro FM; la sua inviata al Cairo riporta cose strane. Qui la tv italiana è molto seguita per via della conoscenza della lingua italiana e del grande numero degli immigranti egiziani. Offre un bassissimo livello di professionalità. Il governo italiano attuale poteva consultare i grandi arabisti che conoscono bene la realtà e possono attingere alle fonti più attendibili (basti citare nomi come Isabella Camera d'Afflitto, Francesca Corrao, Claudio Lo Iacono, Paolo Branca, e tanti altri) invece di seguire l'America passo per passo. Rimane il fascino dell'Italia per gli egiziani e il fascino dell'Egitto per gli italiani a salvaguardare rapporti molto radicati nella storia, molto ricchi nel presente. Mi rammarico solo del fatto che il governo Letta non ha fatto niente per proteggere delle suore francescane, prese dai gruppi terroristi di FM come “prigionieri di guerra” in un villaggio egiziano dopo che i pro-Morsi hanno incendiato il loro monastero. Se non sbaglio sono seguaci di San Francesco d'Assisi e sono italiane per la maggiore parte. Ho dovuto chiamare con urgenza la mia più cara amica in Italia per chiederle l'aiuto a soccorrere le suore francescane. Noi, i musulmani d'Egitto, abbiamo deciso di ricostruire le chiese bruciate, quasi una cinquantina, tra cui anche chiese cattoliche, come promesso anche dal re dell'Arabia Saudita, che credo sia musulmano wahabita ma ha una visione più chiara di quella occidentale.
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