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La strategia della tensione in Egitto. I militari all’ultima spiaggia

La strategia della tensione in Egitto. I militari all’ultima spiaggia

Le strade e le piazze d’Egitto tornano a colorarsi di rosso sangue. Nella giornata di mercoledì, infatti, il più popoloso Paese arabo ha conosciuto l’ennesima giornata di scontri, di violenza e di morte.

Ad agire, ancora un volta, i “baltajiya”, delinquenti di strada, assoldati con estrema facilità e con prezzi risibili, che hanno aggredito con fucili, coltelli e lacrimogeni, il presidio permanente organizzato dal partito salafita “Al Nour”.

Da venerdì scorso, infatti, i militanti del partito islamico, hanno allestito una tendopoli nei pressi del Ministero dell’Interno, a Il Cairo, per protestare contro l’esclusione del proprio candidato, Salah Abu Ismail dalla corsa alle elezioni presidenziali. Ai salafiti, negli ultimi giorni, si erano accodati anche i movimenti giovanili di Piazza Tahrir, in primis il movimento “6 Aprile”.

Tra le vittime, infatti, si registra la presenza di un giovane studente della Facoltà di Medicina, attivista politico, che è stato sgozzato da uno degli aggressori.

Come ampiamente prevedibile, è infuriata la polemica politica in un Paese che, tra poco meno di venti giorni, conoscerà le sue prime, libere, elezioni presidenziali. Due dei candidati alla presidenza, il leader dei Fratelli Musulmani Mohamed Mursi e l’islamico progressista Aboul Foutuh, hanno sospeso, in segno di protesta, le rispettive campagne elettorali, per 48 ore. Dichiarazioni forti sono giunte anche dal principale favorito, il candidato laico Amr Moussa e Mohamed El-Baradei.

La totalità delle forze politiche ha criticato ferocemente lo SCAF (Consiglio Supremo delle Forze Armate), accusato pubblicamente di non garantire la sicurezza e l’incolumità del popolo egiziano e, in maniera mai così diretta, di avere un qualche “ruolo” dietro questi episodi di violenza, apparentemente inspiegabili.

Se e in che misura, questi, siano direttamente riconducibili ad esponenti dello SCAF è qualcosa che nessuno, oggi, è in grado di affermare.

Quello che è certo, però, è che, da quando il percorso di transizione democratica dell’Egitto è entrato nel vivo, ovvero dall’indizione delle elezioni parlamentari dello scorso autunno, feroci aggressioni da parte dei baltajiya si sono ripetute in diverse circostanze e in presenza di analogie inquietanti.

I primi giorni di ottobre del 2011 furono caratterizzati dalla “strage del Maspero”, l’aggressione subìta dai copti durante un corteo di protesta, che fece decine di morti. Anche in questo caso avvenuta in circostanze oscure e senza una motivazione politico-religiosa definita. Una delle pagine più tristi di questo travagliato Egitto del dopo-Mubarak, conclusasi senza colpevoli né mandanti, dato che, solo una settimana fa, il tribunale del Cairo ha archiviato il caso ritenendo che non sussistano gli elementi per risalire alla regia che ha agito dietro a quegli episodi di violenza.

E poi ancora, l’assalto all’ambasciata israeliana di Giza a Settembre, avvenuta con modalità paramilitari “sospette”. La strage di Port Said, con oltre 70 morti durante gli scontri tra tifosi, durante una partita di calcio. Le sistematiche “infiltrazioni” durante le manifestazioni di piazza.

Che sia in atto una “strategia della tensione”, dunque, è evidente, sotto molti punti di vista. Esistono forze contro-rivoluzionarie messe all’angolo da Piazza Tahrir e spazzate via dalla scena politica con la pesante affermazione dei Fratelli Musulmani. Vecchi gerarchi del PND, parte dell’elite economica del Paese, militari e servizi segreti “deviati”.

Quelle forze che hanno prosperato durante il regime di Mubarak e che ora tremano “sotto i colpi” di una transizione democratica che, tra mille difficoltà, porterà comunque il Paese ad un passaggio di consegne tra autorità militari e civili.

Ed è proprio il fine ultimo di questo “caos programmato”, impedire o rallentare tale passaggio di consegne, che rende quantomeno ambiguo il comportamento tenuto, sino a questo momento, dallo SCAF.

Il risultato prodotto, per adesso, è quello opposto. Tutte le forze politiche si sono ricompattate contro i militari. Con una condivisione degli obiettivi che non si registrava dai tempi delle proteste anti-Mubarak. Ed è questa ritrovata unità la nuova speranza di cambiamento dell’Egitto. La speranza di voltare definitivamente pagina.

Non resta, dunque, che attendere i prossimi sviluppi, con la certezza che, l’Egitto, è entrato ufficialmente nei trenta giorni più importanti della sua, pur breve, “nuova vita”.

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