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Gabriele è libero, liberiamo Gabriele

  • Scritto da  Sara Manisera, Mattia Bertin
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Gabriele è libero, liberiamo Gabriele

Gabriele del Grande è un giornalista. Punto. Non bisognerebbe aggiungere altro. E invece è sempre più necessario trovare il tempo di rispondere ad accuse e infamie. Nel periodo della prigionia sono comparse storie su siti e blog, chi sosteneva che era finanziato da Soros, altri che se l'è andata a cercare, che insomma «se scegli posti di merda, poi sono cazzi tuoi», che «meglio: un comunista in meno», che «marcisse li dov'è finito».

In tempi di social, e di esseri umani inferociti e nascosti dietro alle tastiere, poco si può fare per placare il fiume di parole, insulti e complotti creati ad hoc ogni volta che accade qualcosa nel mondo. Ma almeno tra di noi qui qualcosa va detta. I giornalisti fanno scelte ed errori. Come tutti. È probabile che, nel caso specifico, Gabriele sia andato in Turchia senza un permesso di stampa o in zone non autorizzate. È probabile ed è scorretto. Ma è pur vero che il lavoro del giornalista, spesso, richiede di andare proprio in quei luoghi inaccessibili, dove non tutti hanno la possibilità di andare, vedere e ascoltare, dove il potere non vuole che ci si arrivi. Gabriele avrebbe forse potuto provare a prendere il permesso. Sì certo, ma il più delle volte, essere freelance, rallenta e ostacola la possibilità di ottenere permessi governativi. E se vuoi restare indipendente sai bene che registrarti in alcuni Paesi significa avere alle costole qualche funzionario, responsabile dei media del Governo. E quindi addio indipendenza e racconto della realtà e dei fatti.

Questo è esattamente quello che succede in Siria. Ed è per questo motivo che moltissimi giornalisti occidentali scelgono di non entrare con il regolare visto del regime di Damasco, perché sanno che racconterebbero una realtà parziale dei fatti. La vicenda di Gabriele del Grande mette in luce diverse cose. Ci racconta che moltissimi luoghi inaccessibili, o resi inaccessibili dal potere, sono sempre più coperti solo da giornalisti freelance, precari, senza contratti e senza redazioni alle spalle. Sono, o forse siamo, tutti incoscienti? No non lo siamo. Cerchiamo di fare un lavoro vitale e fondamentale per la democrazia, indispensabile per ottenere informazioni altrimenti nascoste, celate o mistificate.

La vicenda di Gabriele ci racconta anche che quando c'è un movimento compatto, unito verso un solo obiettivo, come «la liberazione di un giornalista innocente», il movimento ottiene dei risultati importanti. Ma ci mostra al tempo stesso che la spettacolarizzazione di un caso non serve a niente. Gabriele l’aveva chiaro da subito, e l’ha detto chiaro da subito: «Per tutti i giornalisti incarcerati in Turchia». Quanto sarebbe stato in carcere Gabriele se il suo nome non fosse legato al successo del suo film? Quanti avrebbero aderito alla protesta imponendo alla Turchia di rilasciare un giornalista per cui non era formalizzato nessun atto d’accusa?

Non ci servono gli attivisti a giorni alterni. Ci servono tutti i giorni, per tutti i Gabriele turchi o per tutti i Giulio egiziani. È necessario, e mai come oggi, internazionalizzare la lotta per la libertà della stampa e della ricerca su semplici e univoci pilastri: la difesa dei diritti umani di tutti i cittadini. È necessario superare il tifo da stadio, le divisioni puerili tra pro Assad e contro Assad. Le chiacchere pro Putin e pro Usa. È necessario capire che il supporto ai giornalisti indipendenti non solo garantisce di conoscere il Mondo fuori dalla visione manichea dei grandi organi di stampa, ma arriva a decidere della libertà quando non della vita di chi sceglie di andare per noi a raccontare questo Mondo. C'è una sola lotta possibile, urgente, che ci riguarda: un movimento internazionale per i diritti umani. Gabriele per ora è libero, ma moltissimi ricercatori e giornalisti sono in carcere per la loro indipendenza appena fuori dalla nostra porta. Non fermiamoci ora, non lasciamoli al silenzio.

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