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Morsi, la piazza e le diverse anime dell'Egitto

Morsi, la piazza e le diverse anime dell'Egitto

Il 30 giugno del 2012 le bandiere egiziane sventolavano nelle piazze, celebrando la vittoria  di Mohamed Morsi, candidato “di scorta” dei Fratelli Musulmani, al ballottaggio delle elezioni presidenziali. Sconfitto Ahmed Shafiq, l’uomo dell’establishment militare, l’uomo della restaurazione. Tutto o quasi l’Egitto democratico, quello che era sceso in piazza nella rivoluzione del febbraio 2011, si era affidato alla prospettiva della speranza.

A distanza di un anno esatto da quella data, le stesse piazze sono state nuovamente invase dal tricolore egiziano, questa volta con un messaggio radicalmente diverso.

Milioni di persone, addirittura 17 secondo le stime degli organizzatori, si sono riversate nelle strade delle principali città egiziane, nella manifestazione nazionale proclamata dal Fronte di Salvezza Nazionale, che raccoglie ben 81 partiti e movimenti di opposizione.

I quali non hanno alcuna intenzione di abbandonare la piazza, e hanno lanciato un ultimatum che suona come una minaccia: dimissioni entro 48 ore e percorso verso nuove elezioni presidenziali.


Da parte sua, Morsi, che attraverso uno dei portavoce del Partito della Libertà e della Giustizia ha aperto al dialogo nazionale, ha rifiutato l'ultimatum e non ha alcuna intenzione di dimettersi, forte della legittimazione popolare e della convinzione che i partiti di opposizione cercano di ottenere, attraverso la piazza, quello che non hanno ottenuto nelle urne.

Lo scontro è totale, e manifesta una violenza che non ha precedenti nella storia recente di questo tormentato Paese. Le sedi del partito islamico sono oggetto di devastazione, i militanti le difendono sino all’ultimo momento utile, ingaggiando dei conflitti a fuoco che lasciano vittime sul campo, da entrambe le parti. Se non è una guerra civile, poco ci manca.

In questo contesto ha buon gioco l’elite militare, che sogna un ritorno al potere che sembrava impossibile, dopo la vittoria della Fratellanza e l’avvicendamento di buona parte del vecchio establishment operato da Morsi nelle primissime settimane di presidenza.

Comunicato ufficiale dell’esercito - Con un comunicato ufficiale, l’esercito ha sostanzialmente intimato a Morsi di accettare le condizioni poste dalla piazza, “pena” l’applicazione coatta di una non ben precisata road map, che ha tanto il sapore della restaurazione, con il ritorno al potere del Consiglio Supremo delle Forze Armate.

Il fallimento dell’esperienza politica di Morsi affonda le proprie radici in una serie di fattori, difficilmente sottoponibili a qualche forma di gerarchia.

L’islamizzazione  è fenomeno che attiene più alla sfera sociale di parte del Paese che alla legislazione vera e propria (l’art 2. della Costituzione egiziana, che indica la sharia come fonte principale del diritto, è esattamente identico a quella della Costituzione mubarakiana).

La paura di un’erosione del consenso “verso destra”, e quindi la frequente subalternità culturale nei confronti dei salafiti, l’autoreferenzialità nelle decisioni fondamentali per il futuro del Paese, lo scontro con la magistratura, l’unilateralità nella redazione del testo costituzionale (approvato a colpi di maggioranza dalla Commissione costituente) e una inconcludente politica economica sono i tratti caratterizzanti della disfatta politica di Morsi. L’idea di “Stato civile islamico” non è decollata, la congiuntura economica ha impedito qualunque forma di politica di welfare, che pure è sempre stato uno degli elementi di forza di questo movimento.

Il ruolo dell’opposizione - Da parte sua, l’eterogenea galassia dell’opposizione politica ai Fratelli musulmani, ha commesso innumerevoli errori. È divisa al proprio interno, e non potrebbe essere altrimenti, considerando che è caratterizzata da profili politico-culturali radicalmente diversi: dal tycoon copto liberale Naguib Sawiris ai nasseriani, dai socialisti guidati da Sabbahi agli islamici moderati fuoriusciti dalla Fratellanza, dai movimenti giovanili di Piazza Tahrir ai partiti di sinistra socialdemocratica e comunista. 

Anche il più circoscritto fronte “progressista” (partiti di sinistra e movimenti di piazza), non è stato in grado di esprimere una leadership autorevole e unitaria, né prima né dopo le elezioni parlamentari e presidenziali (al contrario di quanto avvenuto, per esempio, in Tunisia, con la figura carismatica del leader sindacale Chokri Belaid).

Ma, soprattutto, il principale elemento di debolezza di tutto il panorama dei partiti laici egiziani è stato l’incapacità di ritagliarsi un ruolo politico autonomo all’interno del Paese, limitandosi, in sostanza, a fare da “sparring partner” ai soggetti di volta in volta accusati, spesso a giusta ragione, di autoritarismo: i militari prima, i Fratelli musulmani poi.

Che si sia trattato, a seconda delle circostanze, dell’esercito, dello stesso Morsi, o della magistratura (quest’ultima fortemente sollecitata nell’ultimo anno), i movimenti e i partiti laici e progressisti hanno sempre nascosto dietro un altro soggetto politico-istituzionale, la propria incapacità di parlare profondamente alla maggioranza del popolo egiziano.

Gli straordinari numeri di partecipazione della giornata di domenica, e un clima di maggiore collaborazione tra le parti fanno ben sperare.

Non conforta invece, la scelta, rischiosissima, di rivolgersi, nell’appello al Paese fatto circolare ieri, alle istituzioni del Paese, “polizia, esercito e magistratura”, affinchè sostengano “attivamente” le proteste di piazza. Il pericolo è che si produca uno scenario potenzialmente disastroso per il travagliato percorso di transizione democratica di questo Paese: la deposizione di un Presidente democraticamente eletto e una nuova gestione autoritaria del potere, da parte dei militari.

È forse quest’ultimo aspetto, frutto di un retaggio politico-culturale secolare, il paradigma di un Paese le cui diverse anime sono ancora alla ricerca di una compiuta identità.

La fragile Repubblica d’Egitto ha conosciuto il consenso e la rappresentatività popolare delle proprie istituzioni democratiche, per poi comprendere che si tratta di elementi necessari ma non sufficienti per qualificare uno Stato come effettivamente democratico.

Ora, prima di sprofondare nel baratro, ha bisogno di una classe politica in grado di aprire una stagione di condivisione delle regole fondamentali della propria convivenza.

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