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L’Iraq otto anni dopo, tra petrolio, federalismo asimmetrico e tensioni settarie

Dopo otto anni è terminata l’operazione militare Iraqi Freedom.
Si conclude con un bilancio impressionante: circa 4500 soldati Usa caduti sul campo, circa 1000 miliardi di dollari spesi tra operazioni militari e ricostruzione, centinaia di migliaia di vittime civili (la rivista inglese The Lancet ha stimato non meno di 600.000 iracheni morti, solo fino al mese di Luglio del 2006).

In occasione di una delle ultime visite ufficiali del Primo Ministro iracheno Al Maliki, il Presidente americano Barack Obama ha affermato, orgogliosamente, che le truppe statunitensi lasciano un Paese “sovrano, indipendente, democratico”.
Se si osserva, però, con maggiore attenzione il tessuto politico e sociale iracheno, ci si rende conto che la realtà è ben diversa da come viene descritta dalla facile retorica della diplomazia internazionale e degli appuntamenti istituzionali.

Nei confronti della comunità sunnita, e in particolare nei confronti della formazione politica al-Iraqiya è stato, recentemente, sferrato un attacco senza precedenti nelle breve storia dell’Iraq “democratico”.

Un mandato di arresto, con l’accusa di terrorismo, è stato indirizzato nei confronti di Tareq al-Hashemi, vicepresidente sunnita dell’Iraq, e, contestualmente, il primo ministro Maliki ha chiesto al Parlamento un voto di sfiducia contro Saleh al-Mutlaq, il suo vicepremier sunnita.
Al-Iraqiya, negli ultimi mesi, aveva intensificato la propria azione politica di denuncia nei confronti di Al Maliki, evidenziando, anche alla comunità internazionale, l’uso sistematico della violenza e del carcere preventivo nei confronti degli oppositori politici.
Difficile, dunque, non rintracciare nell’azione congiunta contro i due principali esponenti politici sunniti, un ulteriore tentativo, da parte degli sciiti, di accentrare nelle proprie mani il controllo del Paese, relegando in una posizione sempre più marginale la componente sunnita, la quale costituisce, è opportuno ricordarlo, ben il 40% della popolazione di religione musulmana.

Per quanto concerne il rapporto con la minoranza curda, il federalismo asimmetrico imposto dall’autorità centrale sciita inizia a maturare i primi effetti, tutt’altro che positivi. Alcune settimane fa, la Exxon Mobil, tra le più grandi compagnie petrolifere mondiali, ha firmato un accordo per l’esplorazione petrolifera nel Kurdistan iracheno direttamente con il governo regionale di Erbil, suscitando le ire del governo centrale di Baghdad.
In generale, il fatto che il governo regionale curdo abbia iniziato a stipulare accordi petroliferi in maniera indipendente dal governo centrale può rappresentare un ulteriore passo nella direzione di quell’obbiettivo da sempre desiderato dai curdi: la secessione da Baghdad.

L’impostazione “Daytoniana” che gli USA hanno fedelmente seguito, dalla guerra dei Balcani in poi, per la ricostruzione di Stati assolutamente eterogenei dal punto di vista etnico-religioso, con le istituzioni nazionali e l’organizzazione amministrativa distribuite sulla base di difficili equilibri interni, ha mostrato molti limiti, che impongono una riflessione sulle sue prospettive di applicabilità (tra poco toccherà alla Libia…).

Più in generale, la conclusione a cui si può giungere è che spesso dietro ad operazioni militari relativamente “facili”, si nascondano difficoltà enormi nella ricostruzione del tessuto politico-sociale del Paese e nel consolidamento delle rispettive istituzioni, nella direzione dello Stato di diritto.

È auspicabile che su questi aspetti la Comunità Internazionale inizi a riflettere approfonditamente. Le ultime notizie che giungono dal fronte, perennemente “caldo”, del Golfo, non lasciano, tuttavia, ben sperare.

 

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