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Mamma li kurdi - qualche tessera mancante del puzzle Isis-peshmerga

  • Scritto da  Alessio Folchi, Giacomo Gabbuti, Lorenzo Paglione
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Mamma li kurdi - qualche tessera mancante del puzzle Isis-peshmerga

Con la conquista di Mosul, datata 10 giugno, irrompe anche in Italia sulla scena mediatica l’ISIS, Stato Islamico dell’Iraq e della Siria – o del Levante (ISIL), o qualche combinazione dei due, a seconda della testata che riporta la notizia. L’invasione di Gaza è ancora lontana da venire, Bengasi in Libia non è ancora diventata un emirato, e l’opinione pubblica italiana fa finalmente la conoscenza dello spauracchio/tormentone che animerà l’estate. Con buona pace degli squali di Ostia, a tenere vive ansie ed inquietudini dei bagnanti italiani quest’anno sarà al-Baghdadi, il Califfo che non amava Roma.

Ironia a parte, mentre molto si discute di come contrastare la nuova minaccia islamista (non manca il revival della retorica di G.W. Bush), e meno di cosa sia l’ISIS (segnaliamo a tal proposito il profilo tracciato da Niccolò Serri su 404: File not Found), un misto di amnesia improvvisa e ignoranza conclamata colpisce chi si occupa di riferirci l’evolversi della situazione. D’improvviso, infatti, Europa e Stati Uniti intervengono per appoggiare e, addirittura, armare i “guerriglieri” curdi. Ma quali curdi? Quelli del PKK, considerati terroristi da USA, UE e NATO? Quelli cui dal 1920 non è stato concesso di costruirsi uno stato democratico, in violazione non solo del diritto all’autodeterminazione – così di moda a decenni alterni – ma anche ai trattati internazionali firmati dalle potenze occidentali?

In un momento in cui gli stessi media – forti di una bibliografia che spazia da Alessandro Di Battista a Zack Snyder, passando per chi si organizza per il post-Lepanto – presentano come conclusione inevitabile l’incompatibilità con la democrazia di qualsiasi popolazione insediata a est dei Balcani, approfondire la questione dei curdi, discriminati e repressi proprio perché fin troppo tendenti al materialismo storico, è un sano esercizio di controinformazione. Abbiamo dunque fatto tesoro di alcuni contatti di amicizia con militanti curdi, e ricostruito uno “spiegone” – a metà tra un dizionario minimo ed una cronologia dell’avanzata dell’ISIS vista dal Kurdistan. Notizie più dettagliate e aggiornamenti si possono trovare qui e qui, mentre per chi ha fretta, i Wu Ming sono stati ben più concisi di noi.

Premessa necessaria: Il PKK

Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan venne fondato ad Ankara nel 1978 dal giovane studente curdo di scienze politiche Abdullah Ocalan. Era una formazione maoista che chiedeva l’indipendenza della regione turca del Kurdistan.

Con il colpo di stato militare in Turchia nel 1980 la repressione delle minoranze etniche fu totale: fu vietato l’uso della lingua e la diffusione della cultura curda. Il PKK fu colpito duramente con decine di condanne a morte; Ocalan riuscì a riparare nel vicino Kurdistan siriano. Da qui il PKK ebbe la possibilità di crescere e radicarsi anche in territorio turco e vennero creati i primi campi di addestramento per i guerriglieri. Infatti nel 1984 il PKK intraprese la lotta armata per difendere e riaffermare la dignità del popolo kurdo. La repressione dell’esercito turco fu feroce e non risparmiò la popolazione civile.

Nel 1993 il PKK depose le armi e cercò di intavolare trattative di pace, ma il governo turco rispose con nuove repressioni. Nel 1998 Ocalan fuggì in Italia chiedendo asilo politico, che però il governo D’Alema decise di non concedere. Ocalan venne arrestato nel 1999 dai servizi segreti turchi e rinchiuso nel carcere di Imrali. Dopo l’11 settembre 2001 il PKK fu inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche e la Turchia, ancora reduce dal “colpo di stato post democratico” che aveva escluso gli islamico-conservatori dal governo, e alla vigilia della loro definitiva affermazione nel 2002, ne approfittò per inasprire le norme repressive.

Nel 2013 Ocalan dal carcere dichiarò il cessate il fuoco da parte del PKK per avviare trattative di pace basate sulla proposta di creare una Confederazione democratica curda, una federazione transnazionale delle diverse regioni in cui è diviso il Kurdistan fondata sull’autodeterminazione del popolo curdo e sul suo diritto all’autogoverno.

A partire dalla messa fuori legge del PKK, la rappresentanza curda nelle istituzioni è affidata al BDP, partito indubbiamente legato al PKK e che si riconosce nella leadership di Ocalan.

7 agosto 2014: Isis avanza mentre i peshmerga curdi si ritirano. Ma chi sono i peshmerga? Più che una delle tante “milizie” in campo, come vengono descritti al loro ingresso in scena, i peshmerga sono di fatto la forza di polizia ufficiale del Kurdistan iracheno, regione cui il governo centrale di Baghdad riconosce notevole autonomia.

Peshmerga

I guerriglieri peshmerga sono una forza armata totalmente autonoma posta a difesa del territorio della Regione autonoma del Kurdistan. Pur essendo inquadrati in un’unica forza, al loro interno sono divisi: infatti sono il braccio armato dei due principali partiti del Kurdistan iracheno, il PDK di Mas'ud Barzani, presidente della Regione autonoma – che ha ricevuto il 20 agosto la visita di Matteo Renzi – e l’UPK di Jalal Talabani, presidente dell’Iraq fino al luglio di quest’anno, che in passato si sono osteggiati militarmente in diverse occasioni.

PDK

Il Partito Democratico del Kurdistan venne fondato nel 1946 e come primo presidente ebbe Mustafa Barzani, padre di Mas'ud, un capo tribù che, grazie alle sue abilità militari, riuscì a riunificare numerose tribù curde in nome della piena autonomia per le regioni curde irachene. Alla sua morte nel 1979 gli successe alla carica di presidente, come da migliore tradizione tribale, il figlio Mas'ud.

UPK

L’Unione Patriottica del Kurdistan nacque nel 1975 da una scissione a sinistra del PDK. Già nel 1964 lo scontro tra Barzani e la corrente di Talabani porto all’arresto ed esilio dei dissidenti. Talabani e gli altri criticavano la gestione tribale e autoritaristica del partito da parte di Barzani e gli imputavano la sconfitta delle forze indipendentiste curde.

La regione autonoma del Kurdistan iracheno

La lotta per l’indipendenza del Kurdistan iracheno è indissolubilmente legata alla figura di Mustafa Barzani: egli fu leader di numerose rivolte negli anni ‘30 contro l’oppressione della monarchia irachena, rivolte che lo portarono ad essere esiliato in Iran. Dopo un altro tentativo di rivolta fallito nel 1942, con i suoi peshmerga ebbe un ruolo decisivo nella difesa della neonata Repubblica curda di Mahabad in Iran, che godeva anche dell’appoggio dell’URSS. Con la fine della seconda guerra mondiale i sovietici sgomberarono il territorio della Repubblica, che fu conquistata con grandi spargimenti di sangue dagli iraniani. Barzani trovò scampo in URSS e da lì guidò la resistenza curda in Iraq organizzata dal PDK.

Nel 1958 il generale Kassem, preso il potere, lo invitò a tornare in Iraq e Barzani ne approfittò per rilanciare con rinnovato vigore le richieste di autonomia. Lo scontro fu inevitabile e i peshmerga tennero in scacco le truppe irachene per oltre un decennio, fino al 1970, quando iniziarono i negoziati di pace. Nel 1974 i guerriglieri del PDK ripresero le armi, forti del supporto statunitense, israeliano e iraniano, frutto di un voltafaccia di Barzani di fronte allo storico nemico. Lo scià Reza Pahlavi ripagò Barzani con la stessa moneta stringendo un accordo, con cui otteneva compensi territoriali, con l’Iraq di Saddam Hussein, che ebbe gioco facile nel reprimere la rivolta curda. Con la scissione dell’UPK ebbe inizio una guerra intestina che vide contrapporsi i guerriglieri appartenenti ai due principali partiti curdi.

Le forze curde ritrovarono l’unità soltanto nel 1986 quando PDK, UPK e formazioni comuniste siglarono un’intesa per combattere il regime di Saddam Hussein, che era nel frattempo impegnato nella guerra contro l’Iran. La repressione di Saddam Hussein fu durissima e la città irachena di Halabja divenne il simbolo della brutalità del regime iracheno: migliaia di civili vennero uccisi dalle armi chimiche; in questa occasione divenne tristemente famoso Alì il Chimico.

Nel 1991 il Kurdistan iracheno riuscì ad ottenere un’indipendenza di fatto dopo la prima Guerra del Golfo, pagandola però con una dipendenza politica ed economica dagli Stati Uniti. Nelle prime libere elezioni, nel 1992, vinse di misura il PDK di Barzani, più apertamente collaborazionista verso Baghdad. Saddam impose un duro isolamento alla regione, le frizioni con l’UPK tornarono a crescere e si arrivò ad una seconda guerra civile che vide di nuovo contrapposti i peshmerga dei due partiti.

Nel 1998 vennero deposte le armi in seguito ad una mediazione da parte degli Stati Uniti, e PDK e UPK si trovarono di nuovo insieme per fronteggiare la minaccia portata da gruppi islamisti locali. I combattimenti fratricidi, però, andarono avanti: i peshmerga ricevettero ordine di attaccare i guerriglieri curdi del PKK, poiché Barzani e Talibani temevano di perdere la loro influenza sul territorio. Dopo l’invasione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti, migliaia di militanti appartenenti alla formazione islamista Ansar al-Islam, legata ad Al Qaeda, si spostarono in territorio iracheno, mettendo in seria difficoltà i combattenti peshmerga. Questa difficoltà, anche se negata dal presidente Barzani, contribuì a giustificare l’intervento militare USA in Iraq.

Oggi la maggior parte delle ricchezze di questi territori in cui abbonda il petrolio sono nelle mani delle famiglie Talabani e Barzani, con i loro rispettivi partiti a spartirsi la gestione del potere, anche se i gruppi legati al PKK, nonostante divieti e repressione, stanno costantemente guadagnando consenso.

9 agosto 2014: la resistenza curda inizia a riguadagnare posizioni.

Cosa è successo veramente? Come è possibile che i peshmerga, dopo essere stati costretti ad una precipitosa ritirata, siano riusciti a riequilibrare la situazione in così poco tempo? Quello che i media italiani hanno omesso di specificare è che a ricacciare indietro gli jihadisti non sono stati gli stessi peshmerga che pochi giorni prima erano fuggiti senza curarsi dei civili che si lasciavano alle spalle. A ricacciare indietro i miliziani dell’ISIS sono stati infatti i siriani dell'YPG, che sono accorsi dalle loro postazioni per difendere la popolazione dalle barbarie perpetrate dell’ISIS.

YPG

L’Unità di Difesa del Popolo è una milizia vicina al PKK che opera per garantire la sicurezza di tutte le popolazioni residenti nel Kurdistan siriano – noto come “Rojava”, che in lingua curda vuol dire “occidente”. A differenza di altri gruppi, l’YPG ha un’organizzazione democratica, in quanto tutte le decisioni, compresa la scelta degli ufficiali, vengono prese in maniera collegiale. Insieme alle Unità di Difesa delle Donne (YPJ), milizie totalmente femminili, partecipano da ben tre anni alla guerra civile siriana, combattendo con successo contro l’ISIS e gli altri gruppi islamisti. Nella confusa situazione siriana, è chiaro che nessun regime regionale o occidentale si sia speso per sostenere un gruppo laico e democratico che, proponendo la liberazione della regione curda, mette a rischio il delicato sistema di poteri della regione. Fonti vicine all’YPG riferiscono che il sostegno ai miliziani dell’ISIS sarebbe arrivato addirittura da organizzazioni riconducibili al PDK di Barzani, anch’egli infastidito dall’esperienza rivoluzionaria del Rojava.

Kurdistan siriano

Il Rojava (lett. ovest, dove tramonta il sole), o Kurdistan siriano, si trova al confine tra Siria e Turchia. La storia del Kurdistan siriano è piuttosto particolare rispetto a quello delle altre tre realtà principali nelle quali è stata smembrata la nazione curda. Il Rojava, infatti, non ha attraversato periodi particolarmente turbolenti, e i suoi abitanti curdi hanno sempre goduto di maggiore libertà rispetto ai loro connazionali di oltreconfine. In Turchia ed in Iran, infatti, più che in Iraq, i curdi hanno sempre dovuto combattere per la propria sopravvivenza, da un lato, quello turco, perchè visti come ostacolo al compimento del progetto di stato come voluto e pensato da Kemal, dall’altro, in Iran, perchè, dopo la rivoluzione del ‘79, i curdi, in quanto nemici di uno stato oramai divenuto confessionale, erano nemici di dio stesso. E se in Turchia i curdi hanno continuato sempre a combattere, in Iran il movimento è scemato, lasciando spazio ad una rassegnazione che si trascina, con qualche eccezione, fino ai giorni nostri. In Siria, invece dopo le tribolate vicende che infine portarono il paese alla sua indipendenza dal protettorato francese (1945-46), ed in seguito ai colpi di stato succedutisi negli anni ‘60, con infine la presa di potere della famiglia Assad nel 1970, i curdi hanno inizialmente subito deportazioni e massacri ad opera del partito panarabo Ba’th, salvo però poi godere di un progressivo aumento di libertà personali, tranne, ovviamente, della libertà di parlare curdo in pubblico, o festeggiare la festa Newroz il 21 marzo. Per la Siria, in realtà, i curdi non hanno mai costituito una minaccia seria, per la posizione stessa del Rojava, come una sorta di cuscinetto tra il Paese, divenuto filosovietico, e la filoamericana Turchia, o per l’esiguità in termini di popolazione della zona, che conta ad oggi poco meno di un milione di abitanti curdi. In pratica, se anche in Siria si sono succeduti periodi di guerre feroci e atrocità contro i curdi, con il tempo la popolazione ha potuto ritagliarsi uno spazio sempre maggiore di autonomia dal potere centrale, ed è per questo che, allo scoppio della rivolta siriana nel 2011, i curdi non si sono fatti trovare impreparati.

Il Rojava nella guerra civile

Alle prime avvisaglie della guerra civile che ancora sconvolge la Siria, infatti, il Rojava tutto si è de facto sganciato quasi immediatamente dal potere centrale di Damasco, ormai ridotto a un contenitore vuoto più che a un vero governo. Tutto questo è stato possibile grazie a un processo avviato fin dagli anni ‘90, con l’istituzione di assemblee popolari a vari livelli e, soprattutto, dei Comitati per la Pace ed il Consenso nelle località ad alta concentrazione curda. I comitati, inizialmente istituiti dal solo PKK, avevano il compito di garantire la sicurezza e la pace sociale, e hanno continuato, seppur clandestinamente, il loro lavoro anche durante il periodo di stretta repressiva degli anni 2000. In questo modo, nel 2011, i comitati sono stati immediatamente ricostituiti e, persino nei momenti più duri dei combattimenti con le forze islamiste, quando anche i collegamenti saltavano, ciascun comitato riusciva autonomamente a garantire la difesa e la sicurezza della popolazione locale. Tutti questi comitati, dichiaratamente ispirati al modello della Comune di Parigi del 1871 e al Movimento Zapatista, si sono riuniti, anche se con alcune interruzioni dovute all’inasprirsi del conflitto armato, nell’Assemblea del Popolo del Kurdistan Occidentale, fondata nell’estate del 2011. Nel luglio 2012, con l’offensiva dell’esercito islamista verso il Rojava, le assemblee hanno fatto in modo che le persone fossero capaci di autogovernarsi ed autodifendersi, rendendo possibile la sopravvivenza di questa nuova forma di governo e democrazia partecipata. Il sistema giuridico nel Rojava rivoluzionario è illustrato sul sito dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia.

Negli ultimi mesi, con il precipitare della situazione a cavallo tra Siria e Iraq, le forze curde sono state sempre più impegnate in scontri armati, combattuti però in ordine sparso, senza un reale coordinamento delle forze in campo, coordinamento che si è reso sempre più necessario dopo che, di fatto, il confine tra i due paesi è saltato e le forze dell’ISIS hanno avuto la possibilità di mobilitare ingenti capitali internazionali per reclutare mercenari da tutto il mondo. Un passo in avanti si è compiuto questo agosto ed i risultati non hanno tardato ad arrivare. In ogni caso, l’ingente afflusso di armi ai curdi, previsto dall’Unione europea, anche se tatticamente potrà garantire una migliore efficacia negli attacchi contro il califfato, probabilmente sposterà i fragili equilibri creatisi nella regione, rischiando, se le armi dovessero finire nelle mani sbagliate, di annientare la notevole esperienza messa in atto nel Rojava negli ultimi vent’anni.

14 agosto: i guerriglieri curdi mettono in salvo gli yezidi intrappolati sul monte Singal. Le forze curde sotto un comando congiunto che include YPG e i guerriglieri del HPG, legati al PKK, hanno aperto e messo in sicurezza un corridoio che ha consentito di evacuare le circa 100.000 persone rifugiatesi sul Singal per sfuggire alle violenze e ai massacri commessi dai miliziani di ISIS nei territori da loro occupati. L’evacuazione è stata resa possibile da migliaia di mezzi messi a disposizione dai curdi per trasportare i rifugiati verso le zone sicure del Rojava. Marines americani sono stati paracadutati sul Singal per valutare la situazione, in leggero ritardo rispetto all’azione dell’YPG, e hanno espresso parere negativo su un’eventuale missione di salvataggio, riferendo di aver trovato “meno rifugiati del previsto” e in condizioni ”migliori del previsto”. Questo ritardo che non è altro che l’ennesima dimostrazione del fatto che la protezione dei civili non rientra nei piani statunitensi.

17 agosto: peshmerga curdi riconquistano la diga di Mosul. I peshmerga hanno ripreso il controllo della diga di Mosul grazie all’intervento “mirato” dell’aviazione statunitense che ha dichiarato di aver eliminato diversi obiettivi militari. Quello che viene taciuto è che gli attacchi americani si sono concentrati soltanto nella zona della diga e nelle zone vicine ai ricchi giacimenti petroliferi dove hanno gli Stati Uniti hanno ingenti interessi economici che spartiscono con il governo della regione del Kurdistan iracheno; la riconquista dei villaggi e la difesa della popolazione civile è stata invece opera dei guerriglieri di YPG e HPG riuniti in un’intesa con i peshmerga iracheni che superi le divisioni in nome della difesa dell’intero popolo curdo (soltanto il PDK è riluttante ad aderire).

15 agosto: l’UE decide di inviare armi ai peshmerga; 20 agosto: via libera del Parlamento italiano alle armi ai guerriglieri curdi. La scelta di inviare armi per fermare l’avanzata di ISIS appare il modo migliore per lavarsi le mani ma uscire con la faccia pulita. Sorvolando sul fatto che difficilmente l’invio di datati armamenti ex-sovietici aiuterà i curdi a fronteggiare i moderni armamenti degli islamisti, le ragioni per dire no sono davvero tante (ben sintetizzate da Di Francesco sul manifesto). Tra queste ragioni non serve condividere il complottismo dei grillini per notare che, anche se le armi verranno consegnate ai peshmerga degli “amici” Barzani e Talibani, è probabile, se non auspicabile, che vadano a finire a chi l’ISIS lo combatte davvero: e cioè proprio le formazioni guerrigliere YPG e HPG, impegnate in prima linea nei combattimenti e diretta emanazione di quel PKK che l’occidente democratico considera nemico dichiarato. Peggio ancora, c’è anche la (seppur minima) possibilità che le armi finiscano in mano ai curdi schierati con l’ISIS. Eppure, le posizioni critiche non deliranti si contano sulla dita di una mano: tra queste segnaliamo quelle della Rete della Conoscenza e di Giulio Marcon. Sicuramente le armi occidentali andranno a rafforzare le aspirazioni di indipendenza del Kurdistan iracheno e questo spaventa Baghdad che, infatti, sta bloccando i rifornimenti.

Noi ci fermiamo qui, provando a ricavare qualche piccola riflessione dalle convulse vicende del Kurdistan. L’esperienza di questo popolo alla difficile ricerca dell’autonomia e di un modello diverso di democrazia svela le molte ipocrisie con cui l’Occidente continua a rappresentarsi nella sua politica interventista nella regione. Il tentativo di costruire entità politiche pienamente secolari e capaci di sperimentare modelli di democrazia alternativi ha spaventato fino a ieri più degli islamisti, salvo tornare utile per contrastarli quando i contenitori politici artificialmente tenuti in vita dagli Stati Uniti franano via, privi di legittimazione popolare. Eppure in questi mesi, proprio dal Kurdistan turco, giungono novità che fanno ben sperare. Il partito HDP (Partito Democratico del Popolo), cui ha aderito il BDP, ha raccolto dapprima un ottimo risultato nelle elezioni amministrative dello scorso marzo e poi si è confermato attestandosi, ogni oltre aspettativa, al 10% nelle recentissime elezioni presidenziali. La lista è riuscita a raccogliere al suo interno le istanze di tutte le altre minoranze etniche, della sinistra radicale turca, oltre a formazioni femministe, LGBTQI e rappresentanze sindacali, permettendo di raggiungere un risultato ben maggiore del precedente 3% del BDP. Nei comuni amministrati dall’HDP la carica di sindaco sarà equamente divisa tra un uomo e una donna, e ogni decisione sarà presa da delle assemblee municipali. Dopo decenni di lotta armata, il paradosso è che sono proprio gli islamisti (seppur moderati) di Erdogan ad aver parzialmente alleggerito il clima di pesante repressione nei confronti dei curdi di Turchia, permettendo quello che potrebbe rivelarsi un punto di svolta democratico, mentre l’Occidente continua a intervenire in modo imprudente e contraddittorio nel resto del Kurdistan, rischiando di compromettere ancor di più gli equilibri della regione.

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