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Elezioni presidenziali: lo spettro della restaurazione e la fisionomia del nuovo Egitto

Elezioni presidenziali: lo spettro della restaurazione e la fisionomia del nuovo Egitto

 

I primi quindici mesi dell’Egitto post-Mubarak hanno insegnato che, nella contraddittoria transizione democratica del più popoloso Paese arabo, azzardare pronostici e previsioni, di qualunque natura, è operazione quanto mai azzardata, oltre che destinata ad un sostanziale insuccesso.

È avvenuto nei rapporti tra Fratellanza e militari, inizialmente piuttosto collaborativi e poi divenuti particolarmente tesi, sfociando in un vero e proprio scontro istituzionale, tuttora in atto. Si è registrato nei movimenti giovanili di Piazza Tahrir, inizialmente forti della loro autonomia laica e progressista, e che con il passare del tempo, spesso inconsapevolmente, si sono spostati nelle posizioni politiche radicali del movimento salafita. È avvenuto per i partiti laici moderati, che hanno oscillato tra sostegno velato alla piazza e supporto indiretto alla giunta militare, a seconda delle circostanze e delle opportunità politiche connesse con l’unico obiettivo manifestato sino a questo momento: aggredire, con maggiore efficacia, l’ascesa degli islamici.
Si è verificato, puntualmente, anche nel primo turno delle elezioni presidenziali egiziane, tenutosi il 23 e 24 maggio. Due, infatti, erano i principali favoriti al passaggio al secondo turno di queste elezioni: il laico Amr Moussa, uomo forte della diplomazia egiziana, già segretario della Lega Araba, e il medico Aboul Fotouh, islamico moderato, espulso dai Fratelli Musulmani, sostenuto dai salafiti, gradito ai giovani di Piazza Tahrir e ritenuto, per le sue posizioni filo-turche, capace di intercettare l’elettorato islamico moderato.
I risultati del primo turno, ancora non definitivi ma ormai consolidati, consegnano invece uno scenario totalmente diverso. Al ballottaggio del 16-17 giugno a contendersi la presidenza della Repubblica saranno Mohamed Mursi, candidato di riserva dei Fratelli Musulmani, divenuto il candidato ufficiale dopo l’eliminazione, da parte della Commissione elettorale, del tycoon islamico e numero due della Fratellanza, Khairat El-Shater, e Ahmed Shafiq, uomo dell’establishment militare, primo ministro nominato da Mubarak ed in carica nel Gennaio e Febbraio del 2011, nel pieno della repressione del regime.
Il primo dovrebbe aver conseguito il 26% dei voti, Shafiq il 24%, il socialista nasseriano Sabbahi il 20%, Fotouh il 18% e Amr Moussa l’11%.
I dati non sono definitivi, e ricorsi sono stati già presentati da Shafiq, Sabbahi e Fotouh. Il candidato socialista, in particolare, ha denunciato circa 900.000 schede assegnate, in maniera errata, a Shafiq, consentendogli di giungere al secondo posto e di andare al ballottaggio.
Totalmente disattesi, dunque, i pronostici della vigilia, non solo quelli dell’opinione pubblica internazionale, ma anche quelli dei media locali che, non a caso, avevano visto, come uno dei momenti clou di questa prima campagna elettorale, un faccia a faccia proprio tra i due candidati rimasti fuori dal ballottaggio.
Evidente, innanzitutto, è la polarizzazione del panorama politico egiziano attorno allo scontro tra i due attori che da mesi hanno monopolizzato la scena pubblica, il Partito della Libertà e della Giustizia, da una parte, e i militari, dall’altra. Contrasto che, a seguito delle elezioni legislative dello scorso inverno, ha ormai una cornice istituzionale definita, essendosi trasformato in una contrapposizione tra Parlamento e SCAF, tra potere legislativo e potere esecutivo. È ragionevole, dunque, ritenere che i riflettori dell’opinione pubblica nazionale, ormai da mesi concentrati su questi due attori, abbiano senza dubbio inciso sul risultato elettorale dei rispettivi candidati.
Esistono tuttavia, altre ragioni, non di minore importanza. L’affermazione numericamente più consistente dei due candidati si è registrata nelle regioni del nord e, più in generale, nelle aree rurali del Paese. Segno evidente di una capillarità nel territorio e di un radicamento nella società di cui i giovani partiti politici egiziani non possono ancora godere, e che invece presentano i due storici “poteri forti” del Paese. Non è un caso se, nella regione più urbanizzata, quella de Il Cairo, dovrebbe aver avuto la meglio il socialista nasseriano Sabbahi.
La connotazione sociale dell’elettorato egiziano si è, ancora una volta, confermata fondamentalmente rurale e conservatrice, essenzialmente distante dalle sembianze progressiste e moderne delle forze giovanili di Piazza Tahrir, con i loro slogan trasversali, le moderne piattaforme politiche e i social network come strumenti di aggregazione spontanea.
Nonostante il 60% della popolazione egiziana sia al di sotto dei 40 anni, al ballottaggio sono arrivati un esponente dell’ala conservatrice della Fratellanza, che pur conseguendo soltanto la metà dei voti che il PLG ha portato a casa nelle elezioni parlamentari, è comunque identificata dall’egiziano medio come un antico e sempre presente punto di riferimento, a cui affidarsi nella speranza di un cambiamento graduale e non violento del Paese.
Attorno alla discussa figura di Shafiq, che ha costruito la propria campagna elettorale sulla sicurezza e su un messaggio velatamente anti-rivoluzionario, si è coagulato il variegato complesso di interessi economici dell’establishment militare, dell’alta borghesia e di tutta quella filiera di imprenditori, alta finanza e apparati dello Stato che devono le proprie fortune, presenti e future, al mantenimento delle rendite militari in ampi settori dell’economia nazionale.
È innegabile, inoltre, che la paralisi dell’economia nazionale, in settori di punta come il turismo, abbia attirato sull’ex militare egiziano le simpatie di chi sta pagando, con le proprie tasche, il clima di instabilità del Paese, che ha abbattuto i flussi turistici nei confronti dello stesso.
In chiave anti-islamica, poi, massiccio è stato il sostegno dei milioni di cristiani copti che vivono nel Paese arabo. Grande sconfitto Amr Moussa, che con il suo profilo liberale e laico, è rimasto sostanzialmente schiacciato dalla dicotomia islamici/militari.
Sconfitti, ancora una volta, i movimenti giovanili di Piazza Tahrir, che pagano le formule organizzative soft di aggregazione, come il “Movimento 6 Aprile”, e l’assenza di un partito di riferimento pesante e strutturato nel territorio. In assenza di un candidato di riferimento, il voto giovanile si è distribuito tra il socialista Sabbahi e l’islamico moderato Fotouh, con picchi non indifferenti di astensionismo.
Più in generale, il fronte progressista paga la mancata individuazione di un candidato unico, in grado di compattare le forze laiche moderate (che hanno sostenuto Moussa), le forze di sinistra (divise tra Sabbahi e Fotouh) e i movimenti di Piazza Tahrir. Da questo punto di vista, autorevole e positiva, in tale direzione, sarebbe stata la candidatura del premio Nobel, El-Baradei, la cui assenza dalla competizione è ancora inspiegabile.
Per il ballottaggio, l’islamico Fotouh ha, di fatto, già dato indicazioni di voto per Mursi. Decisiva sarà la rivelazione-Sabbahi, la cui base di riferimento, dovrà decidere se privilegiare il tema dei diritti e delle libertà individuali, senza dubbio importanti per un elettorato largamente di sinistra, o, in alternativa, farsi “abbagliare” dal richiamo nasseriano delle divise militari, magari in chiave anti-islamica.
In assenza di una Costituzione definitiva, (altra anomalia di questa tornata elettorale), l’esito delle elezioni presidenziali assume una rilevanza notevole anche in prospettiva costituzionale, condizionando pesantemente l’architettura istituzionale del nuovo Egitto.
In caso di vittoria di Mursi, i Fratelli Musulmani sembrano indirizzati verso un parlamentarismo, in cui i poteri del Presidente della Repubblica, in carica 4 anni, sarebbero circoscritti alla salvaguardia degli interessi nazionale, alla politica estera e a poco altro, con il potere esecutivo affidato ad un governo legato da un voto di fiducia al Parlamento. Possibile soluzione alternativa, di natura intermedia, un semipresidenzialismo alla francese (o alla turca).
In caso di vittoria di Shafiq, invece, dovrebbe profilarsi un presidenzialismo forte, verosimilmente caratterizzato da profili di autoritarismo strisciante.
In altre termini, la fine del sogno di Piazza Tahrir.

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