Reddito minimo garantito e politica industriale visti da Sud
- Scritto da Alfredo Ferrara
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Il seguente articolo è stato pubblicato sul numero 1 dei Quaderni Corsari.
La storia dell’ILVA di Taranto e la vicenda giudiziaria recente ad essa legata ripropongono una vecchia questione: può il Mezzogiorno essere un punto d’osservazione valido per analizzare il capitalismo o resta un’eterna eccezione non valida per giudicare la regola? Quello stesso Sud in ritardo nel vivere una sua matura rivoluzione industriale, successivamente oggetto di maldestri e malriusciti tentativi di industrializzazione e perennemente refrattario a recepire le evoluzioni dei cicli produttivi che si verificano altrove. Questo quesito trovò una prima risposta affermativa in Gramsci, che nel Quaderno 22, denominato Americanismo e fordismo1 unì note di analisi della società americana e dell’industria fordista a note di analisi della situazione di Napoli e del Sud Italia, e dell’ipotetico impatto che l’industrializzazione e l’introduzione della catena di montaggio avrebbero avuto sui ceti parassitari ereditati da una tradizione feudale mai liquidata e sul sottoproletariato meridionale. Ad oggi quell’affresco della società americana e della sua industria, scritto da un uomo che non aveva mai messo piede sul suolo americano e che in quel momento viveva recluso nelle carceri e nei sanatori italiani, resta lo strumento più efficace (e più utilizzato in tutto il mondo) per comprendere le tendenze presenti nelle società di quegli anni che più avrebbero contribuito a ridisegnare gli equilibri sociali nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale.
Al Sud le “magnifiche sorti e progressive” del capitalismo e del proletariato (quel soggetto da esso creato che avrebbe dovuto determinarne la fine) prendono vie tortuose e costringono a abbandonare immagini stereotipate, facili catastrofismi o vaghe speranze. In un classico del cinema italiano come “Mimì metallurgico ferito nell’onore” si assiste ad esempio alla storia di un emigrante siciliano che si trasferisce al Nord Italia per essere assunto in un’azienda metalmeccanica. Qui comincerà a fare attività sindacale e politica; tornato in Sicilia trasformato dal suo percorso di vita e di lavoro, determinato nella volontà di restare coerente con se stesso e di non tornare ad accettare compromessi, si scontrerà ancora una volta con le difficoltà della sua terra, dove un abbraccio mortale tra accumulazione capitalistica ed economia criminale provvede ai bisogni della popolazione. Al Sud i nodi del capitalismo sono spesso nel corso della storia d’Italia venuti al pettine del realismo e del cinismo. La vicenda odierna di Taranto pone numerose questioni: impatto ambientale della produzione, conflitto tra capitale globale e lavoro ancorato ai territori, ricatto occupazionale, ruolo del sindacato al tempo della globalizzazione, attualità del welfare lavoristico, proposte di riforma, etc. Dipanare questo groviglio è compito difficile, ma provarci può offrire una visione dei nostri tempi non edulcorata né da trionfalismi né da catastrofismi (figli sia della cultura neoliberista che di quella antagonista).
Un welfare per la società post-salariale
Il capitalismo con il quale facciamo i conti oggi e la situazione geopolitica all’interno della quale ci troviamo sono profondamente diversi da quelli descritti da Gramsci: se le società europee nel dopoguerra erano potenzialmente capaci di garantire la piena occupazione (o qualcosa che si avvicinasse a essa), oggi persistono da più di un ventennio livelli di sottoccupazione tali da rimettere in discussione, oltre che abitudini e stili di vita consolidati, anche i sistemi di welfare lavoristici edificati sulla prospettiva di impiego a vita della quasi totalità del corpo sociale attivo. Non è un mistero che chi è entrato nel mercato del lavoro dalla fine degli anni ’90 in poi, in virtù dell’alternanza tra periodi di occupazione e periodi di disoccupazione, non ha alcuna prospettiva di ricevere una pensione dignitosa; inoltre l’introduzione dei contratti flessibili, lasciando inalterato il welfare lavoristico, ha lasciato i lavoratori precari privi di qualunque forma di sostegno nel periodo intercorrente tra un contratto e l’altro. In questo contesto ha ripreso piede la proposta del reddito minimo garantito, ad oggi l’unica proposta organica di riforma del welfare che prenda atto della mutata situazione sociale. Nata all’interno della Rivoluzione americana su proposta del patriota Thomas Paine, l’ipotesi di un reddito minimo garantito erogato dall’autorità statale indipendentemente dal reddito personale e dalla condizione lavorativa del singolo ha conquistato spazio e credibilità proprio in virtù della metamorfosi del capitalismo avvenuta nell’ultimo trentennio.
Provo a riassumere gli elementi principali cui la proposta di un reddito minimo garantito intende rispondere:
1. In virtù dei processi di globalizzazione il tessuto produttivo nazionale non è più in grado di sostenere una crescita tale da garantire la piena occupazione, pertanto non ha più senso costruire un sistema di tutele basato sull’impiego.
2. La via principale intrapresa dagli Stati occidentali per reggere il peso della competizione globale è stata quella di flessibilizzare il mercato del lavoro attraverso la proliferazione di contratti a termine; tende quindi a verificarsi sempre meno l’alternativa secca tra occupazione e disoccupazione, mentre cresce il fenomeno della sotto-occupazione, l’alternanza all’interno di un ciclo di vita tra periodi di occupazione (con contratti flessibili) a periodi di disoccupazione durante i quali non c’è alcun tipo di copertura previdenziale.
3. Legare all’occupazione l’erogazione di sussidi e sostegni al reddito significa ingenerare fenomeni di illegalità e parassitismo; ai lavoratori e alle imprese converrebbero infatti le assunzioni in nero: i primi non dichiarando il lavoro potrebbero continuare a percepire il sussidio statale, le seconde, in virtù della permanenza di quest’ultimo, potrebbero erogare salari più bassi di quelli stabiliti dal contratto nazionale. Inoltre l’impossibilità per il lavoratore di integrare legalmente il sostegno al reddito a un salario e l’incertezza di perdere il primo a fronte di un lavoro incerto potrebbero rivelarsi un incentivo a rifiutare proposte di lavoro per chi voglia mantenersi nei confini della legalità. Invece una forma di reddito minimo non condizionata all’occupazione invoglierebbe il beneficiario a integrarla con un salario pretendendo contratti in regola.
4. I cicli produttivi hanno subito una trasformazione tendente alla valorizzazione delle fasi cognitive (progettazione, comunicazione, innovazione etc.) e alla progressiva automazione delle fasi produttive (e quindi all’esubero della manodopera meno specializzata). Pertanto la formazione di lavoratori sempre più preparati e disposti ad aggiornarsi è diventata un elemento sempre più pesante nella produzione di valore. La formazione, soprattutto quella che interessa alle aziende e che è capace di accrescere la produttività, ha un costo che quasi sempre ricade sul singolo lavoratore; pertanto fornire un reddito di base universale significa dare a tutti libero accesso alla formazione accrescendo così, oltre alle possibilità di una mobilità sociale reale, le pre-condizioni per la crescita. Tutt’altro che parassitismo quindi. Alla base di questa proposta vi è un’idea di uomo e un percorso di emancipazione anomalo per la storia della sinistra e del movimento operaio: figlia del ’68, essa consiste nel ritenere non il lavoro come il momento di autocoscienza e di emancipazione ma la libera volontà di intraprendere un percorso di vita, di formazione e professionale. In tal senso il sostegno al reddito solleverebbe l’individuo dalla necessità di dover accettare un impiego purchessia liberando la sua vita, il suo ingegno e la sua creatività che a loro volta, mettendo in circolazione nella società le migliori energie intellettuali, contribuirebbero a creare uno sviluppo, un’innovazione e un’occupazione virtuosa. Tale tipo di rivendicazione si propone oltre a un impatto egualitarista sulla realtà sociale anche uno dinamico sulla realtà produttiva stimolando l’innovazione. Essa è infatti stata rilanciata in una fase matura del capitalismo, all’interno di contesti territoriali metropolitani caratterizzati da un tessuto produttivo già instradato sulla via dell’innovazione, capace quindi di valorizzare il lavoro altamente specializzato. Oltre a una predisposizione culturale nei confronti del lavoro specializzato e cognitivo, è infatti necessaria anche un’infrastrutturazione materiale del capitalismo capace di metterlo all’opera.
Il reddito minimo garantito come unica soluzione ai problemi del Mezzogiorno?
La circostanza che la rivendicazione del reddito minimo garantito sia stata riproposta a Taranto, e in particolar modo a opera di un gruppo di operai ILVA e cittadini di Taranto in polemica con tutte le sigle sindacali, ci offre un’occasione di riflessione innanzitutto sull’efficacia di tale strumento e in secondo luogo sull’uso che se ne fa come elemento di rivendicazione. La rivendicazione di questi operai verteva sul fatto che non fosse compito loro discutere del futuro degli impianti dell’ILVA o di sindacare sulle decisioni della magistratura e che, qualora la sentenza avesse disposto la chiusura, lo Stato avrebbe dovuto farsi carico del territorio tarantino. Lo striscione “Sì ai diritti, no ai ricatti: occupazione – salute – reddito ambiente” dietro al quale sfilavano ha chiarito ancor più il loro riferimento al fatto che lo Stato avrebbe dovuto farsene carico attraverso una qualche forma di sostegno al reddito. Tra la cultura sindacale e quella antagonista vi è da sempre una diatriba: la prima costruisce attorno al lavoro la propria piattaforma rivendicativa e fa pressione sullo Stato e sul parlamento affinché indirizzino sforzi e finanziamenti a esso; la seconda, in virtù delle trasformazioni sociali degli ultimi decenni e dell’idea di libertà post-sessantottina, propone il sostegno incondizionato al reddito che ho descritto prima. La Fiom, sotto la segreteria di Landini, ha operato un tentativo di confronto col mondo antagonista su molte questioni, compresa quella del reddito minimo garantito, operando un profondo rinnovamento della cultura della propria organizzazione. La circostanza che uno strappo intorno a esso e alla sfiducia sul fatto che la politica industriale esercitata da uno Stato possa cambiare in meglio la vita dei cittadini sia avvenuta proprio al Sud Italia, e proprio intorno alla vertenza su una cattedrale nel deserto costruita all’acme del capitalismo di Stato, deve indurci ad alcune riflessioni sull’attualità e l’efficacia di questi due strumenti, in questo caso specifico e nel Sud Italia tutto. La grande industria italiana non è nota per l’investimento in innovazione: l’Italia non è certo la Silicon Valley e gli automatismi del mercato hanno quasi sempre portato le grandi imprese nostrane a rintanarsi nelle nicchie protette di mercato piuttosto che a investire in settori dove il rischio d’impresa è più alto e rende necessaria l’incerta strada dell’innovazione. Quest’ultima in Italia, come hanno analizzato Enzo Rullani e Aldo Bonomi, è lasciata alle piccole e medie imprese, concentrate soprattutto al Centro-nord. Questo fenomeno il Sud Italia l’ha conosciuto solo marginalmente. Immaginare di liberare le energie intellettuali e le occasioni di formazione che il reddito minimo garantito permetterebbe al Sud Italia, senza che parta contestualmente una qualche forma di intervento sul suo tessuto produttivo, sarebbe pari a lanciare una palla su una superficie di ghiaccio: senza attrito continuerebbe a vagare all’infinito senza trovare una qualche collocazione, seppur temporanea. Il reddito minimo garantito è inoltre economicamente sostenibile se è in grado di offrire un valore aggiunto al tessuto produttivo e chi di esso discute seriamente da anni cerca di legittimarlo sostenendo proprio la tesi che esso, lungi dal produrre parassitismo, sarebbe un fattore di sviluppo. Al Sud Italia, senza una politica industriale capace di andare oltre le cattedrali nel deserto del capitalismo di stato e di fornire invece gli strumenti per reggere il peso della globalizzazione, un reddito minimo garantito avrebbe la funzione di offrire, soprattutto alle giovani generazioni, l’occasione di acquisire gli strumenti intellettuali, di formarsi e godere della serenità derivante dal sollevamento dai bisogni primari, senza però offrirgli quella concreta di mettere in opera questo patrimonio. L’effetto prevedibile sarebbe molto probabilmente quello di una nuova ondata di fuga dei cervelli.
L’industria senza l’industrialismo e la necessità di una proposta di organizzazione sociale
Avanzando queste perplessità in merito all’efficacia di un sostegno incondizionato al reddito al Sud Italia non intendo però sostenere che esso sarebbe impraticabile lì dove rimangono ancora prevalenti forme di capitalismo, altrove superato e che fin quando queste non vengono liquidate occorre attendere. Piuttosto si palesa qui più che mai la necessità di non dismettere frettolosamente strumenti d’analisi e forme di mobilitazione figlie del fordismo, per lasciare il posto a elementi di cultura antagonista post-fordista: solo l’integrazione tra questi due mondi può permettere il rilancio del conflitto sociale nel Mezzogiorno. Non è possibile ad esempio rinunciare a pensare a una politica industriale come a qualcosa di necessario: lasciare agli automatismi del mercato la facoltà di rispondere alle quattro domande in merito al “cosa”, “quanto”, “dove” e “come” produrre ha condannato il Sud alla marginalità politico-economico e oggi, in uno scenario globale, finirebbe per farlo ancor più. Il caso specifico di Taranto e dell’ILVA è emblematico di tale questione; occorre considerare che la palese sfiducia nei confronti dello Stato e della cultura industriale (di qualunque ipotesi mantenga in vita lo stabilimento ILVA stesso) sono frutto dell’esasperazione di un territorio che è stato vittima di politiche criminali per decenni e che ora chiede legittimamente allo Stato di riconoscergli, per la prima volta, lo sforzo che ha mantenuto in piedi un intero sistema industriale. Andando oltre gli elementi più contingenti e specifici di questa situazione, possiamo però immaginare il futuro del territorio tarantino nel caso in cui le comunità decidano di perseguire isolatamente le due strade: politica industriale da un lato, sostegno al reddito dall’altra. Senza un sostegno al reddito il territorio tarantino resta sotto lo scacco del ricatto occupazionale, e l’ipotesi di una chiusura, seppur temporanea, dell’impianto apre scenari talmente negativi da rischiare di far finire in secondo piano la questione ambientale e da legittimare la politica a intervenire per scongiurare quest’ipotesi di fronte a una sentenza della magistratura, non escludendo anche il sollevamento di un conflitto tra poteri dello Stato. Permanendo tale situazione, la forza del ricatto occupazionale resterà sempre più forte dell’esigenza di una riconversione ecologica degli impianti. Qualora invece lo Stato si facesse carico con strumenti di sostegno al reddito degli operai ILVA, pensare che la dismissione degli impianti non-ecocompatibili sia l’unica strada possibile e dismettere, insieme ad essi, la politica industriale tutta (in quanto residuo del novecento), significherebbe rendere ancor più il Sud un deserto produttivo. In questo territorio il capitale ha per troppo tempo con l’assenso dello stato avuto la facoltà di decidere come organizzare il territorio stesso e le vite di chi vi risiede. Dismettere quell’organizzazione senza sostituirla con un’altra, anzi cogliendo la critica alla prima come la critica a qualunque tentativo di organizzazione sociale, proponendosi soltanto di offrire ai singoli gli strumenti per ricostruire individualmente le proprie vite può funzionare nel breve periodo, ma finirebbe per determinare lo spopolamento del territorio. Ostentare sfiducia nei confronti dello Stato, della possibilità che questi possa proporre una politica industriale che non sia un lasciapassare per i desiderata del capitale può essere comprensibile a Taranto, dove lo Stato si è fatto prima promotore, poi connivente, di un disastro ecologico in nome dell’occupazione e dello sviluppo. Tatticamente questa posizione, oltre che comprensibile, potrebbe rivelarsi utile per porre sotto pressione lo Stato affinché alle dichiarazioni d’intenti seguano fatti concreti. Ma ciò non può portare a liquidare il terreno della proposta di una nuova organizzazione sociale. L’equivoco di trasformare questa posizione da tattica in strategia è figlio della sparizione dal dibattito pubblico delle questioni sociali e della conseguente incapacità di formulare proposte che la riguardino. L’industrialismo e lo sviluppo non possono essere gli unici fini ai quali orientare l’azione politica e l’organizzazione sociale; quando lo diventano ecco che passa in secondo piano la questione dell’impatto ambientale, a Taranto come in Val di Susa. La critica a quel modello però non può sfociare nel velleitarismo del non riconoscere che non è pensabile, a oggi, un’organizzazione sociale minimamente egualitaria in Occidente che faccia a meno dell’industria, che si faccia carico cioè del pensare la sua collocazio81 ne a fianco di altre questioni, quella ecologica in primis. Accettando questo schema teorico, in un’organizzazione sociale che si proponga di collocare la produzione industriale paritariamente ad altre questioni, tornando al caso concreto dell’ILVA di Taranto dobbiamo considerare che la produzione dell’acciaio resta necessaria, seppure questo non legittima:
1. i territori più ricchi a sgravarsi del costo delle fasi produttive più complesse scaricandole sui territori più poveri, dove il ricatto occupazionale permette di ridurre i costi (del lavoro, della sicurezza, dell’ecocompatibilità etc.);
2. i capitani d’industria che decidono di investirci e operare senza regole che tutelino l’ambiente e la salute di lavoratori e cittadini.
Tener fermi questi due punti, non accontentandosi degli annunci del governo al riguardo, ma orientandovi tutte le energie sindacali, politiche e intellettuali nei prossimi anni, è già un tentativo di proporre una nuova organizzazione sociale. Dalla permanenza o meno in Italia, e particolarmente al Sud, della produzione dell’acciaio dipende la possibilità di continuare a produrre utilizzando materiale non d’importazione, cioè produrre (profitti e occupazione) con costi ridotti e senza contrarre rapporti di dipendenza con Paesi esteri che condizionano pesantemente la sovranità nazionale (la dipendenza di gran parte dell’Europa dalla Russia per l’erogazione del gas ha impedito ad esempio che potesse esser detta una sola parola sulla violazione dei diritti umani in Cecenia). Inoltre, la questione della sostenibilità del reddito minimo garantito è altrettanto fondamentale. Se in Alaska è stato possibile erogare un sostegno al reddito come frutto della condivisione tra tutta la comunità dello sfruttamento delle risorse petrolifere, laddove non ci sono tali risorse capaci da sole di reggerne il costo ciò è possibile solo grazie a un tessuto produttivo solido e vivace. Avendo conosciuto l’effetto degli automatismi del mercato sul Mezzogiorno è legittimo dubitare che si possa lasciare in mano al capitale la facoltà di rispondere alle quattro domande di cui sopra, a Taranto come in tutta Italia; soprattutto perché il rischio sarebbe ancora una volta quello che, limitando l’orizzonte della rivendicazione al reddito di base e lasciando alla dialettica tra Stato e capitale l’individuazione degli strumenti per garantirne la sostenibilità economica, si continui a perseguire una politica industriale che scarica il rischio d’impresa sui lavoratori. Collocare le singole rivendicazioni all’interno di una complessa strategia di lotta è oggi più che mai difficile, ma resta l’unica strada possibile per ribaltare dei rapporti di forza che vedono nell’isolamento dei luoghi e dei soggetti dei conflitti la loro maggiore garanzia di sopravvivenza.
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