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Ripensare la questione ambientale

Alghe cemento CRPubblichiamo l'introduzione al secondo numero dei Quaderni Corsari, rivista di approfondimento autoprodotta che nasce da una costola de ilCorsaro.info, e disponibile gratuitamente online. Nel secondo numero abbiamo scelto di affrontare la questione ambientale. Leggete online o scaricate gratis il secondo numero della rivista: "Pensare ecologico: i limiti del pianeta e il nostro futuro"

Parlare di ambiente nell’Italia che si confronta con il dramma di Taranto e che da anni ormai vive in Val di Susa un fronte insanabile di conflitto significa andare al di là della declinazione delle buone pratiche individuali. Significa porre in questione un modello di sviluppo. Le ricadute ambientali dell’industrializzazione sono state omesse dal dibattito pubblico per un lungo periodo e, quando sono diventate evidenti, a difesa del rapporto di forza che ha prodotto quel modello di sviluppo si sono levate rassicurazioni e ostentazioni di dati scientifici secondo i quali l’impatto ambientale di questo o quell’insediamento produttivo, Grande Opera, inceneritore, sarebbe risibile. Questa produzione di prove assomiglia molto più alle foto false mostrate da Colin Powell al Consiglio di sicurezza dell’Onu come prova dell’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq che non a un dibattito scientifico. C’è, infatti, una finalità politica alla base: nel caso americano legittimare un attacco militare, nel caso in esame scagionare il modello di sviluppo e le classi dominanti da ogni responsabilità relativa alle conseguenze delle proprie scelte. 

L’ambiente non può più essere una variabile a disposizione della creazione di profitto, che prima lo depreda rifiutandosi di pagarne il prezzo e poi propone soluzioni remunerative per la gestione di quelle conseguenze che essa stessa ha prodotto. Sono esemplari in questa dinamica da un lato l’arroganza con la quale gli Stati Uniti d’America hanno rifiutato la ratifica del Protocollo di Kyoto, e dall’altro la crescita della green economy.

Il rifiuto, opposto dalla più grande potenza industriale e seconda maggiore produttrice di elementi inquinanti, a limitare l’emissione di questi ultimi conferma come la questione ambientale sia già terreno di conflitto, innescato e perpetrato da chi trae profitto dal suo sfruttamento con la complicità degli Stati nazionali e non ha per questo alcuna intenzione di fare passi indietro in nome del buon senso. Il fatto poi che il Trattato preveda tolleranza sulle soglie di emissione di sostanze inquinanti da parte dei Paesi in via di sviluppo è testimonianza di come questo modello di sviluppo, fondato sullo sfruttamento e sull’inquinamento del pianeta, sia stato presentato come l’unico modello possibile. L’inquinamento sarebbe cioè una conseguenza inevitabile dello sviluppo: quest’ultimo non potrebbe darsi senza il primo. In ambito locale ci sono stati esperimenti che testimoniano l’esistenza di alternative possibili. Rendere visibili queste alternative e aiutarle a conquistare spazio nel dibattito pubblico significa lavorare a spezzare il moloch ideologico dominante che presenta come inevitabile il degrado ambientale.

Il caso della green economy è invece emblematico di come l’accumulazione capitalistica, piuttosto che procedere ad una riconversione di se stessa in una direzione di sostenibilità ambientale, riconverta in un’occasione di business l’urgenza di quest’ultima e le angosce per il futuro dell’umanità che la rendono necessaria. Per questo oggi non è possibile presentare la crisi ambientale come qualcosa di diverso dalla crisi economica che perdura da ormai quattro anni. In primo luogo perché ad aver prodotto insieme la devastazione ambientale e la crisi economica sono la deregolamentazione del mercato e l’affermarsi di un modello di governo dell’impresa che rifiuta ogni tipo di responsabilità diversa da quella dovuta agli azionisti. E poi perché, divenendo sempre più pressante la questione sociale, l’ambiente rischia di essere ancora una volta l’agnello da sacrificare sull’altare di una crescita purché sia, che sottovaluta il peso sociale e ambientale delle esternalità che produce e interpreta la crescita del PIL come unico indicatore del benessere.

Per questo, occuparsi della questione ambientale non significa, oggi più che mai, occuparsi di una questione residuale, in cui ci si limita a denunciare le conseguenze dell’industrializzazione incontrollata decantando la bellezza e l’armonia della natura. Così i media rappresentano, in maniera caricaturale, i gruppi ambientalisti che danno battaglia su questi temi: retrogradi pregiudizialmente ostili alla modernità. Occuparsi della questione ambientale oggi significa pensare un altro modello di produzione della ricchezza, di convivenza, mobilità e così via, che sia ecocompatibile. Non lasciare ai produttori di rifiuti, sozzure e scorie l’ultima parola su come organizzare le nostre società e le nostre vite per poi criticarne le conseguenze, ma proporre una strada alternativa alla loro.

Questa strada non può che essere collettiva, perché non è pensabile che il sistema che ha prodotto l'attuale stato di cose si riformi da sé. Ciò non significa invocare una trasformazione di sistema e guardare alle buone pratiche come a un palliativo, ma lavorare affinché queste ultime non siano lasciate alla buona volontà dei singoli e diventino invece un patrimonio collettivo capace di invertire la rotta. Il consumo critico e la mobilità sostenibile non possono restare confinati nel recinto di battaglie culturali e pedagogiche che ambiscano esclusivamente a fornire ai singoli gli strumenti per capire che è meglio consumare certi prodotti piuttosto che altri, muoversi in bici o utilizzando il trasporto pubblico piuttosto che muoversi in auto. La costituzione di gruppi di acquisto solidale è un esempio di quale direzione queste pratiche debbano e possano prendere per cominciare a diventare azione politica. Allo stesso modo, il tema della mobilità sostenibile sta vivendo negli ultimi anni un’effervescenza dovuta alla nascita di gruppi informali, comitati e associazioni nei piccoli e nei grandi centri urbani che non si limitano a condividere un’esperienza di mobilità, ma propongono un’idea di urbanizzazione e di organizzazione della mobilità diversa. In entrambi i casi, la dimensione collettiva riesce a trasformare non solo quantitativamente la posta in gioco: si passa cioè dal comportarsi in un modo diverso al pensare una forma di convivenza diversa, dalla solitudine dell’etica all’incontro con la politica. Non si può quindi ritenere la questione dell'organizzazione di soggettività collettive esterna al dibattito sulla questione ambientale, lasciando che questa sia delegata interamente a iniziative spontanee. Riflettere sui successi e i limiti delle esperienze già messe in pratica serve a valorizzare l’enorme patrimonio che sono state capaci di mobilitare, cercando allo stesso tempo di renderle sempre più solide.

Discorso simile è quello relativo all’approvvigionamento energetico. Il recente referendum sul nucleare e la schiacciante sconfitta dell’ipotesi di un ritorno a esso non possono che essere un inizio per una battaglia ben più ampia, in cui la crescita dell’approvvigionamento da fonti rinnovabili venga collocata all’interno di un discorso di sistema. Occorre cioè imporre questo tema al centro del dibattito pubblico, facendolo entrare nell’agenda politica con tutto il peso che solo la pressione di una consistente porzione di opinione pubblica consapevole può dare.

L’urgenza di allargare l’orizzonte della rivendicazione è ben presente a quei soggetti e quelle comunità impegnate da anni in battaglie e vertenze come quella del Ponte sulle Stretto e della TAV. L’accusa di soffrire della sindrome di Nimby accompagna tali soggetti e tali comunità sin dall’inizio delle loro mobilitazioni, con l’inevitabile corollario che quella sarebbe l’unica strada del progresso e che chiunque si opponga a quelle specifiche Grandi Opere e a quelle specifiche modalità di realizzazione starebbe rifiutando il progresso stesso in nome dell’egoismo territoriale. La capacità che, ad esempio, il movimento No TAV ha avuto negli ultimi anni, di resistere a un enorme dispiegamento di forze militari e ideologiche a sostegno della realizzazione della linea ad alta velocità, risiede proprio nella sua capacità di leggere e descrivere in essa un modello di sviluppo sbagliato, riuscendo così a coinvolgere l’intera comunità nazionale in una vertenza solo apparentemente locale. Senza questa “intelligenza strategica” è facile immaginare che quella battaglia si sarebbe conclusa rapidamente con una sconfitta del movimento No TAV della Val di Susa.

Questo approccio ci ha spinto a dedicare le nostre attenzioni alla questione ambientale ed al modello di sviluppo dopo aver parlato di Crisi, Europa e democrazia nel primo numero di questi Quaderni Corsari. Arrivare alla realizzazione del secondo numero era la riprova, che volevamo dare prima di tutto a noi stessi, di quanto volessimo dar seguito con costanza e impegno al nostro desiderio di prendere la parola nel dibattito pubblico italiano. La curiosità e la partecipazione che abbiamo riscontrato in giro per l’Italia in occasione delle tante presentazioni del primo numero della rivista ci hanno sollecitati ad andare avanti in questa piccola iniziativa editoriale. In questo numero abbiamo, ancora più che nel primo, coinvolto personalità e rappresentanti di organizzazioni impegnate in prima linea sulle tematiche legate alla questione ambientale, insieme a giovani ricercatori ed intellettuali che da anni rivolgono le proprie attenzioni a questi temi. La complessità del dibattito che abbiamo scoperto ogni giorno di più lavorando a questo numero, confrontata con il grande silenzio che lo circonda sui media mainstream e nell’agenda politica, ci ha convinto che stavamo facendo la scelta tematica giusta. Allo stesso tempo abbiamo conquistato la consapevolezza di aver, mai come questa volta, semplicemente aperto un dibattito.

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