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COP21: Soglie, limiti e prospettive degli accordi di Parigi

  • Scritto da  Davide Rega
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COP21: Soglie, limiti e prospettive degli accordi di Parigi

La storia degli accordi sul clima può essere letta come la storia della mediazione tra scienza e politica. Una mediazione che deve esserci: vuoi perché, arrivati a questo punto, rimanere al di sotto degli “1.5 °C è semplicemente incompatibile con la democrazia”, come sostiene Micheal Gubb dell’University College di Londra, vuoi perché un mondo senza politica non possiamo inventarcelo dal nulla.

Bisogna però precisare che la politica internazionale ha lasciato inascoltati gli appelli della comunità scientifica fino al 1992 (Vertice della Terra di Rio de Janeiro, primo incontro internazionale sul tema) e quando ha iniziato a muoversi - 1997, protocollo di Kyoto - si è mossa lentamente. In teoria, se questa fosse una mediazione alla pari, oggi non avrebbe più molti margini di manovra, ma come vedremo, lo scollamento tra propositi (teorici) e atti (pratici) risulta essere un elemento centrale degli accordi di Parigi.

 

Soglie e contro-soglie

Il precedente accordo di grande respiro e pretese era stato quello di Copenaghen 2009, dove era stato introdotto il limite dei 2 °C di innalzamento delle temperature rispetto al 1880, sotto il quale dovremmo tenerci per evitare un cambiamento irreversibile e disastroso del clima terrestre. In realtà, questo è già un contenimento dei danni al ribasso, un ‘corriamo ai ripari’, che porterebbe a gravi siccità, eventi metereologici di intensità mai viste, sparizione di molte specie viventi e un innalzamento del livello del mare che già renderebbe inabitabili alcune zone costiere. Inoltre nessuno sa a che punto tra 1 e 4 °C la calotta glaciale della Groenlandia si scioglierà.

I 2 °C erano l’obiettivo che difendevano quasi tutti i paesi a Parigi. I piccoli paesi insulari del Pacifico, i più minacciati, erano però venuti a Parigi chiedendo di abbassare la soglia a 1.5 °C, che aumenterebbe nettamente le loro speranze di esistere ancora alla fine del secolo. L’accordo finale punta ad un “ben al di sotto dei 2 °C”, che è un ottimo risultato, vista la disparità tra i due schieramenti.

Quali sono le misure reali, invece. Ogni paese a Parigi ha presentato una serie di buoni propositi, anche ambiziosi in certi casi, che tutti insieme avrebbero portato ad un aumento delle temperature di 2.7 °C, secondo delle stime fatte dall’ONU. Gli accordi finali sono strutturati allo stesso modo, piani e traguardi specifici per ogni paese, ma porterebbero al 2100, secondo varie fonti, a toccare i +3 o 3.5 °C. Per fare un esempio, gli Stati Uniti, primo paese per emissioni totali e secondo emettitore su base annuale, si impegnano a ridurre le emissioni di CO2 tra il 12 e il 19% entro il 2025.

In sostanza, sarebbe stato considerato un accordo ambizioso se fosse stato sottoscritto nel 1995, sostiene, in un editoriale sul New York Times, il giornalista ambientalista Bill McKibben, co-fondatore del movimento per la difesa del clima globale 350.org; arrivati nel 2014 a +0.85 °C è tardi per questo grado di compromesso.

I limiti e il sistema economico

Per tenersi sotto i 2 °C gradi bisognerebbe arrivare ad emissioni zero di gas serra alla metà del secolo, per iniziare a consumare CO2 verso il 2100; questo implica lasciare sotto terra un terzo del petrolio, la metà del gas naturale e l’80% del carbone. Nonostante ciò, nel 2014 gli investimenti mondiali in combustibili fossili sono stati 4 volte quelli in energie rinnovabili. Sembra evidente allora che il proposito di contenere il cambiamento climatico si scontri con grandi interessi economici privati. Le multinazionali non sono state, però, tenute fuori dalle trattative di Parigi. Nell’accordo finale si promette di arrivare ad un bilancio nullo nella seconda metà del secolo; sottraendo alle emissioni umane i gas serra, di cui il pianeta si libera da sé, bisogna ottenere zero.

Una parte consistente dei paesi partecipanti in questi stessi mesi firma accordi di libero scambio, come il TTIP - Transatlantic Trade and Investment Partnership e il TPP (equivalente al TTIP per l’area del Pacifico). Questi trattati non solo rilassano le norme ambientali, ma rischiano di fornire alle aziende uno strumento per mettere in difficoltà quegli Stati che decidono di attuare riforme a favore del clima minacciando i loro interessi economici. Con questa premessa non deve sorprendere che i trasporti aerei e marittimi, che da soli causano il 5% delle emissioni, siano stati tenuti fuori non solo dall’accordo, ma direttamente dalle trattative.

Inoltre i punti dell’accordo non sono vincolanti, sebbene questo sia ragionevole in quanto permette l’attuazione come decreto (differentemente Obama si sarebbe dovuto scontrare con la maggioranza dei repubblicani in Congresso ostili all’accordo, per quanto blando), manca del tutto l’istituzione di meccanismi di controllo, al di fuori di opinione pubblica e parola data.

Come sostenuto da molti attivisti come Naomi Klein, Jason W. Moore o Andreas Malm, per fermare il cambiamento climatico è necessario ripensare il sistema economico dalle fondamenta. Ma il sistema economico non era un tema in discussione alla COP21 di Parigi.

Le prospettive e i movimenti 

Prima di tutto, l’accordo di Parigi è globale senza ombra di dubbio. Sottoscritto da 195 paesi, contiene i primi impegni in assoluto di Cina e India, primo e terzo paese per emissioni annuali, e di tanti paesi definiti in via di sviluppo. Per quanto in molti casi troppo limitati, era comunque giusto che i paesi industrializzati si sobbarcassero la maggior parte degli sforzi, essendo responsabili della maggior parte delle emissioni storiche.

Come già detto, il “ben al di sotto dei 2 °C” ottenuto a Parigi è realisticamente positivo, in prospettiva. Non è totalmente reso vano dalle misure sottoscritte perché questo è un ‘accordo vivente’. Ogni 5 anni a partire dal 2023 i paesi si incontreranno e proveranno a spingere oltre gli impegni sottoscritti. In questo senso, gli accordi di Parigi sono un limite inferiore, che tutti si impegnano a spostare in avanti nei prossimi decenni. Se questo meccanismo funzionerà, sarà decisivo e porterà risultati importanti (sufficienti nessuno può dirlo).

Ed è qui che entrano in gioco i movimenti e i partiti anti-liberisti di tutti i paesi. Non solo in occasione degli incontri quinquennali e non solo a partire dal 2023, serve un movimento globale che faccia costantemente pressione sui capi di stato e indirizzi l’opinione pubblica dei vari paesi, con lucidità, chiarezza e molta passione. Bisogna far sì che chi andrà ogni 5 anni a firmare un nuovo accordo abbia l’ansia di spingersi avanti nei propositi o il coraggio di fare scelte contrarie all’ideologia egemone.

Il tempo di convincere il mondo ad accelerare gli sforzi per fermare il cambiamento climatico non è ora, è passato da anni. Ma non è neanche vero che non c’è più speranza.

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