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Costruire il popolo, analisi di un 'Grillo Qualunque'

  • Scritto da  Giuliano Santoro
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UN-GRILLO-QUALUNQUE-coverCosa c'è dietro il fenomeno Grillo ed il suo Movimento 5 Stelle? È appena uscito, edito da Castelvecchi, Un Grillo Qualunque, di Giuliano Santoro. Un libro che, tra media, politica e ideologia, si pone l'obiettivo di raccontare e comprendere il contesto in cui il movimento di Grillo affonda le sue radici e si è sviluppato nel corso degli anni. Pubblichiamo con l'occasione il contributo di Giuliano Santoro pubblicato sul numero 1 dei Quaderni Corsari (leggi o scarica la tua copia della rivista).

Costruire il popolo

Populismo digitale

Nel dibattito corrente, l’aggettivo “populista” si utilizza sovente come sinonimo di “demagogo” o magari per alludere a una forma surrettizia di autoritarismo. Queste sfumature, che pure in una certa misura fanno parte del corredo storico del populismo, non sono sufficienti a spiegare un fenomeno, che in qualche modo informa – ovviamente a diversi gradi ed interagendo di volta in volta con diverse variabili – quasi tutti i discorsi politici degli ultimi decenni, e che per certi versi attraversa sia la destra che la sinistra. Qui per “populismo” intendiamo la capacità da parte di un leader di costruirsi attorno un “popolo” che gli corrisponda in pieno, mortificando le differenze e appiattendo le ricchezze della multiversità. Nel momento in cui i grandi blocchi sociali del Novecento appaiono frantumati, questa capacità di costruire gruppi di appartenenza, anche se a scapito della diversità, ritrova centralità. Ma se Berlusconi aveva allevato il suo elettorato attraverso le televisioni e Bossi ha dato una nazionalità fittizia ai suoi elettori inventando la Padania, come avrebbe costruito il suo popolo il “populista digitale” Beppe Grillo? Per rispondere proviamo a ricostruire la genealogia del grillismo.

Il politico è un brand

È dagli anni Cinquanta che la comunicazione politica funziona come la comunicazione commerciale, cioè attraverso quei meccanismi (pseudo)scientifici a cui Vance Packard ha dato un’etichetta di successo: persuasione occulta. Non è un fenomeno recente, anche se in Italia si è verificato con ritardo (dopo la fine della Guerra Fredda) e con caratteristiche affatto peculiari. Ma è solo dagli anni Novanta che il marketing statunitense ha scoperto l’acqua calda: il potere delle narrazioni. La personalizzazione della politica implica la sparizione dei partiti e dunque delle ideologie: ciò che resta – almeno sulla ribalta comunicativa – sono esseri umani, cioè storie. “Le masse vogliono racconti, non liste delle cose da fare: dunque, la pubblicità deve trasformare il brand in un personaggio; e il marketing politico – fatto in casa o pianificato da un team di esperti – deve trasformare il politico in brand, e poi di nuovo il brand in personaggio”, spiega il semiologo Marcello Walter Bruno, autore di un saggio sulla comunicazione politica “da Lenin e Berlusconi” intitolato Promocrazia. Il suo collega americano Stephen Duncombe ha scritto qualche anno fa, quando la sinistra americana subiva l’egemonia del neocon, un affilato saggio intitolato Dream, che cercava di convincere gli oppositori di Bush Jr. a riappropriarsi dell’immaginazione (la famosa “Immaginazione al potere”) per sconfiggere la strategia di story-telling imbracciata dalle destre.

“Fate entrare le Veline”

L’Italia è il Paese in cui, nell’ultimo quarto di secolo, è andata in onda ogni sera sulle reti dell’uomo più potente del Paese, una trasmissione comica che ha avuto al tempo stesso la pretesa di sostituire il telegiornale e persino “fare denuncia”. Trasmesso dal 7 novembre del 1988 su Italia 1 e dall’anno successivo sulla rete ammiraglia di Mediaset, Canale 5, Striscia la notizia è da venticinque anni il programma più visto della televisione italiana. La trasmissione è costituita da una collezione di battute ricorrenti, tic verbali e manie compulsive intervallate da risate pre-registrate che – ecco il vero capolavoro – hanno pretesa di «denuncia». Il più delle volte Striscia non insegue i potenti veri: se la prende con imbroglioni di provincia e furbetti del condominio. Li mette alla gogna alimentando lo spirito di rivalsa del telespettatore in cerca di giustizia mediatica. Il guru del programma è Antonio Ricci, sedicente «situazionista» ed «ex sessantottino» e – ed eccoci al punto che ci interessa in questa sede – sodale e autore di Beppe Grillo dagli esordi al grande successo nazionale. Ricci venne chiamato da Grillo in Rai. Pippo Baudo aveva scoperto il giovane cabarettista nei locali milanesi, quelli meno rinomati del mitico Derby, e gli aveva proposto di essere uno dei protagonisti di Fantastico, lo show di punta del sabato sera della Rai. Quando Grillo esaurì il suo repertorio di monologhi, ebbe bisogno del suo amico Ricci. Era il 1979. Da allora cominciò il sodalizio tra i due liguri, l’autore di Albenga, nel savonese, e il comico di Genova.

Il paradosso consiste nel fatto che Ricci non si accontenta di gestire il successo travolgente dei suoi programmi. Pretende che gli venga riconosciuta onestà intellettuale e anzi verginità politica. Rivendica di essere contro-corrente e chiede di venire riconosciuto come voce d’opposizione. Ha spiegato una volta: «Abbiamo scelto di indagare il parassitismo sulle notizie di cui vive l’informazione tradizionale, con le sue censure e la sua retorica. I suoi tic. Le sue verità rivelate». 

Il feticismo della parola

Nel 2010, lo scrittore Nicola Lagioia, fresco autore di un romanzo sull’immaginario degli anni Ottanta e dunque preparato sulla temperie dentro alla quale si è forgiata la macchina comunicativa di Ricci, ha ingaggiato una dura polemica con il deus ex machina del tg comico berlusconiano. Ha scritto Lagioia: «Se il compito di Striscia la Notizia fosse davvero lo smascheramento della finzionalità televisiva, come tu non puoi che raccontarci e raccontarti per questioni di sopravvivenza emotiva, oltre vent’anni di programmazione con ascolti altissimi avrebbero dato come risultato un pubblico televisivo consapevole, responsabile, di un livello culturale accettabile, e non quel bacino di share composto da delatori frustrati, aspiranti veline, casalinghe in stato confusionale che si riversa poi nel bacino elettorale coi risultati che sappiamo». Il filosofo francese Peter Szendy ha analizzato il tormentone come il meccanismo attraverso cui «ci lasciamo invadere, assillare e abitare da una merce che si riproduce all'infinito dentro di noi». Gli anni che hanno covato il berlusconismo hanno custodito l’assuefazione alla parola e alla serialità del lavoro mentale, veicolando quel cocktail di cose vere e cose false che caratterizza anche gli infotainment di Vespa e i dibattiti pomeridiani in Rai de “La vita in diretta”. Nel telegiornale di Ricci, parole serie e argomenti faceti si rincorrono fino a produrre una sorta di indifferenza cosmica, una zona grigia in cui esiste solo l’individuo, tutto il resto si può plasmare a piacimento.

Il politico è un attore

Margaret Canovan definisce un tipo particolare di populismo: “Il populismo degli uomini politici”. In estrema sintesi, per smentire di essere “di parte”, gli uomini politici tendono a presentarsi come outsider che parlano in nome del “popolo”, oltre la destra e la sinistra e ostentando il superamento degli schemi politici in nome del pragmatismo post-ideologico. Si presentò come outsider Margaret Thatcher, paladina della rivoluzione neoliberista dalla metà dei Settanta del secolo scorso. Il presidente francese Valéry Giscard D’Estaing era uso presentarsi a cena a casa della gente comune, con tanto di fisarmonica per intrattenere i commensali dopo il pasto. Espediente, quest’ultimo, che venne utilizzato anche da Veltroni, che nel corso della campagna elettorale del 2008 si presentò a pranzo di una famigliuola torinese per parlare del più e del meno. A proposito di questo atteggiamento che definiremmo “anti-politico per politicismo”, Canovan usa ancora un paradosso, l’ennesimo del nostro trattamento: si tratterebbe di “simulare di non recitare”. È un atteggiamento che fino a qualche lustro fa era una tattica elettorale, roba da consulenti di comunicazione e spin doctor: un politico doveva dotarsi qualità attoriali.

“La trasmissione la fate voi”

“La trasmissione la fate voi”, esclamava Nino Frassica nei panni del “bravo presentatore” di Indietro tutta. Come scrisse Guy Debord e come dovrebbe sapere bene il situazionista Antonio Ricci, non esiste un fuori dal dominio dello spettacolo integrato. Ecco per quale motivo, la gente ha associato la quint’essenza dell’opposizione alla “politica” (la cosiddetta “anti-politica”) a un leader come Grillo che, proprio come Berlusconi, viene dal mondo dello spettacolo, ha imparato in quell’ambiente i trucchi del mestiere. Lo scenario è quello dell’”egemonia sottoculturale” che Massimiliano Panarari ha definito in un saggio che utilizza le categorie gramsciane per analizzare l’immaginario di massa degli ultimi trent’anni e comprendere come la destra abbia occupato gli spazi della società e della cultura in termini di individualismo e forme di vita colonizzate dalla televisione. Dunque, quando parliamo di Grillo non dobbiamo dimenticare che si tratta di un personaggio televisivo che è riuscito a capitalizzare il successo ottenuto grazie ai paludatissimi programmi del sabato sera su Rai1 e a reinvestirlo nell’arena dei nuovi media, solleticando l’entusiasmo per la rete e la voglia di partecipazione. Proviamo a dirlo in termini più analitici: la divisione netta tra Rete e Televisione che Grillo va sventolando per sottolineare come lui sia espressione del web e i “politici” siano espressione dei vecchi media non ha nessun fondamento. Mai nella storia un medium ha sostituito quello precedente in un immaginario percorso che traccia un tempo lineare. Al contrario, i diversi mezzi di comunicazione si sono sempre integrati tra loro dando vita a quella che Henry Jenkins definisce “cultura convergente”. Per di più, dal punto di vista culturale un mass medium si afferma quando deve rispondere alla domanda generata dal media precedente. Da questo punto di vista la relazione tra neotelevisione e rete è molto stretta. Come ha intuito in tempi non sospetti Umberto Eco, da anni ormai la televisione ha smesso di essere uno schermo che lo spettatore si limita a guardare. La relazione neotelevisiva investe un pubblico che avverte di poter stare dentro, diventando pubblico in studio, aspirando a fare la velina, rispondendo ai quiz da casa e infine (oh yes!) tele-votando. Questo meccanismo di partecipazione rimanda alla nota profezia Andy Warhol (“Nel futuro ognuno sarà famoso per quindici minuti”) ma costituisce anche i presupposti per il protagonismo ossessivo dei reality show e del cosiddetto Web 2.0.

C’è una risonanza tra i due feticismi che caratterizzano la biografia di Beppe Grillo: il feticismo della parola dei tormentoni di Ricci e il feticismo della rete dell’ideologia di Casaleggio. Ogni giorno almeno 14 milioni di italiani controllano il loro profilo Facebook. Internet non è più uno strumento in mano a pochi pionieri (si pensi, per rimanere al tema dell’uso politico del web, al cyberpunk e alle comunità digitali dei centri sociali degli anni Novanta, quando Grillo ancora spaccava i computer) e diventa di massa, si fa oggetto di consumo e al tempo stesso spazio di produzione di contenuti diffuso su larga scala. Negli anni si diffondono le connessioni flat, il web diventa parte della vita quotidiana e, complici le sue immense risorse, viene percepito da molti come una tecnologia che ha una sua forza autonoma. Ascoltando le parole di Grillo e le discussioni dei grillini, ci si accorge che la rete viene descritta come se fosse un mondo a-conflittuale che si evolve da solo, sviluppa l’“intelligenza collettiva” e disegna un orizzonte progressivo quanto ineluttabile. All’inizio degli Anni Zero, mentre i movimenti reduci da Genova fanno i conti con il lutto e la repressione, Grillo si candida a rappresentare il diamante dalle mille facce del lavoro post-fordista. Una fetta di mondo giovanile pare aver trovato una forma organizzativa nuova e all’apparenza coinvolgente, capace di valorizzare (termine ambivalente che indica il mettere a valore ma anche il mettere al lavoro) le competenze e spacciare la facile ideologia del Web 2.0. Così, almeno nella prima fase della sua esistenza (che finisce con le elezioni amministrative della primavera del 2012 e la conquista di Parma) il Movimento 5 Stelle mette all’opera i net-workers, i lavoratori per lo più precari e forniti di un’istruzione medio-alta, i giovani no-future che sanno utilizzare le nuove tecnologie e che – come ha potuto osservare chiunque abbia frequentato il movimento dell’Onda  – sono pericolosamente attratti dalle scorciatoie del giustizialismo di Travaglio e Di Pietro (altri due che si sono avvalsi della consulenza in marketing dell’agenzia di Casaleggio).

Mescolando teoria della rete, culture new age e congetture complottarde, Grillo parla addirittura di una “trasformazione antropologica” che riguarderebbe il modo stesso di funzionare del nostro cervello, le sue sinapsi. Come ha scritto Wu Ming 1, nel mondo descritto da Grillo “la Rete diventa una sorta di divinità, protagonista di una narrazione escatologica in cui scompaiono i partiti (nel senso originario di fazioni, differenze organizzate) per lasciare il posto a una società mondiale armonica, organicista. L’utopia di un uomo è la distopia di un altro”.

Ultima modifica ilMartedì, 22 Ottobre 2013 00:53
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