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Uruguay: incontro con la FEUU, in lotta da 85 anni dentro e fuori le università

Uruguay: incontro con la FEUU, in lotta da 85 anni dentro e fuori le università

Continua il nostro viaggio in America Latina con il nostro "inviato" Alessandro Bonvini, che ha incontrato Martín Randall, segretario delle relazioni estere della Federación de Estudiantes Universitarios (FEUU), la più grande organizzazione studentesca dell'Uruguay: un'organizzazione che da ben 85 anni è impegnata in battaglie dentro e fuori il mondo universitario.

Compagno Martín, quando e come nasce la FEUU?

La Federación de Estudiantes Universitarios del Uruguay fu fondata nell’aprile del 1929, sull’onda degli scioperi studenteschi che si registrarono l’anno precedente nel Paese. Nel corso degli anni l’organizzazione si rafforzò, arrivando a svolgere un ruolo importante per il raggiungimento della ley orgánica che trasformò notevolmente il sistema universitario. Successivamente fu in prima linea nell’opposizione contro il golpe parlamentare di Bordaberry, opposizione che le costò la messa al bando da parte della dittatura militare.

E oggi?

Attualmente la FEUU è l’organizzazione studentesca più grande dell’Uruguay, partecipa agli organi di cogobierno dell’Università, è membro della Organización Continental Latinoamericana y Caribeña de Estudiantes (l’Organizzazione sudamericana che riunisce le organizzazioni studentesche dei singoli Paesi) ed è in rapporto con la Mesa Representativa del Plenario Intersindical de Trabajadores e della Convención Nacional de Trabajadores.

Qual è il suo funzionamento interno?

La FEUU è un raggruppamento indipendente al cui interno convivono varie forze politiche, provenienti da diverse culture della sinistra. Ha una struttura a tre livelli. Il massimo livello decisionale è la Convención, che si tiene ogni due anni. Il suo compito principale è quello di redigere il programma politico della federazione, definire le linee e le strategie da seguire ed eleggere la Mesa esecutiva, un organo eletto democraticamente da ogni componente membro. Infine c’è il Consejo Federal che settimanalmente, di lunedì, si riunisce con i vari delegati per discutere delle questioni più stringenti e che rappresenta l’anima della discussione politica della FEUU. Per ogni facoltà, poi, funzionano singoli Centro de Estudiantes che si occupano delle problematiche relative alle singole sedi, che sono discusse poi nel Consejo.

Veniamo all’attualità. Qual è la situazione dell’Università uruguayana?

Innanzitutto è molto diversa da quella italiana. Il modello universitario rioplatense, quello nato dagli scioperi di Córdoba del 1919 e istituito più o meno dalla legge organica del 1958, prevede un’ampia autonomia dell’Università, che sostanzialmente è gestita da consigli misti di docenti, ricercatori e studenti. E soprattutto, diversamente dall’Italia, è un sistema totalmente gratuito che non prevede il numero chiuso, se non per alcuni casi isolati. Ciononostante ha i suoi problemi e le sue gravi carenze. Oltre alle battaglie per implementare i dottorati, uno degli obiettivi principali della lotta della FEUU è fare in modo che maggiori siano gli investimenti pubblici nell’Università. Sicuramente, rispetto ai decenni precedenti, il governo attuale ha investito qualcosa in più, ma crediamo sia ancora poco. Soprattutto per un governo come questo, che vanta all’estero un grande credito rispetto alle politiche per l’alfabetizzazione ma che in realtà molto di concreto ha ancora da fare per il mondo universitario. Se si guarda il totale del prodotto nazionale siamo a percentuali bassissime.

Qual è la tua opinione dell’attuale governo?

Non sono propriamente soddisfatto. Anzi. A livello personale credo che il Frente Amplio debba ancora fare molto. Certamente sui diritti civili siamo un paese avanzato e molto libertario. Ma sulla politica economica e la repressione nelle piazze questo governo non è propriamente un governo di sinistra come noi la intendiamo. Il tenore medio di vita non è altissimo e il peso delle multinazionali straniere, legate soprattutto al settore agricolo e delle estrazioni, è forte e capace di influenzare le decisioni prese in Parlamento. Nelle ultime manifestazioni, poi, si è sentita molto la presenza della polizia, che spesso non ha esitato a sparare le famigerate bales de goma, proiettili in grado di ferire gravemente chi ne viene colpito. Su questo siamo molto critici con il Frente Amplio. E continueremo ad esserlo nelle piazze, a partire da questo autunno.

Al di fuori dell’Università come siete impegnati?

Ad oggi siamo impegnati in due battaglie a cui teniamo molto, rispetto alle quali come FEUU abbiamo preso una posizione pubblica chiara e forte. La prima è la No Aratirí. Si tratta di un progetto di estrazione mineraria (ferro) programmato in una regione della zona orientale del paese, presso La Rocha. E’ un progetto che noi, e altre organizzazioni nazionali, reputiamo pericoloso per l’ambiente, per le sue ricadute ecologiche nella zona e sostanzialmente inutile per lo sviluppo economico del paese, in quanto non garantirà una grande occupazione. Pare essere un semplice regalo alle multinazionali che qui investiranno. Il gap tra devastazione territoriale e aumento della ricchezza, in questo caso, non regge. Ciò non toglie che non abbiamo politiche chiare rispetto allo sviluppo del Paese. Anzi. L’Uruguay necessita di implementare il suo settore industriale, legato ancora troppo alle importazioni estere, e avrebbe bisogno, ad esempio, di una seria riforma agraria nelle regioni dell’interno produttrici di soia. La seconda è la No a la Baja: in ottobre, in concomitanza con le elezioni, si terrà un referendum per decidere se abbassare o meno a 16 anni la responsabilità penale. Noi siamo contrari, la riteniamo un’inutile criminalizzazione voluta dalla destra. Per migliorare la sicurezza sociale è necessario investire nella formazione e in progetti di recupero nei quartieri più poveri, non reprimere.

A livello continentale, siete in rapporti con altre organizzazioni?

Sì, siamo membri della Organización Continental Latinoamericana y Caribeña de Estudiantes (OCLAE), che rappresenta le federazioni di oltre venti paesi ed ha sede a Cuba. A livello individuale, come FEUU, data la maggiore vicinanza geografica siamo in buoni rapporti con i movimenti studenteschi argentini e soprattutto cileni. Durante gli scioperi del 2010, ad esempio, siamo stati molti vicini ai compagni cileni. Camila Vallejo è venuta spesso qui in Uruguay ed io, quando vado a Santiago, la incontro spesso. Ora che è parlamentare però i rapporti sono leggermente cambiati.

E per il futuro?

Dobbiamo, nel prossimo autunno, lottare ancora per un’Università migliore. Il governo, al di là delle promesse elettorali, deve impegnarsi di più e sostenere maggiormente le politiche per l’istruzione. Aumentando i salari degli assistenti, ad esempio, incrementando i corsi di studio, investendo di più per sostenere la ricerca e la formazione.

P.S. La conversazione è continuata bevendo mate, parlando di Gramsci, di Genova nel 2001 e di Tsipras. Ecco, è vero che un’altra Italia è sempre possibile.

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