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Mujica, ritratto del presidente contadino

Mujica, ritratto del presidente contadino

Nell’agosto 2009, in un’intervista rilasciata al sito El Embudo, il capo di stato uruguayano José Mujica parlò di sé come di un guerrigliero vegetariano. Un’immagine assai evocativa per un presidente che vive in una fattoria alle porte di Montevideo, viaggia con un maggiolino del 1987 e devolve oltre l’80 per cento del suo stipendio in beneficenza. Oggi, mediaticamente e non solo, Mujica è una delle figure più affascinanti del panorama sudamericano, un politico capace di rompere gli schematismi oscillanti tra le semplicistiche interpretazioni di un continente votato al populismo e le letture di una regione tuttora ancorata alla subalternità.

Nei mesi scorsi, El Pepe è stato inserito nel novero dei nomi che formeranno la lista dei candidati al premio nobel per la Pace, ma c’è stato un tempo in cui era conosciuto col nome di Facundo ed era membro del gruppo guerrigliero dei Tupamaros.

Le origini, la gioventù, la formazione

José Mujica nacque il 20 maggio 1935, durante gli anni della dittatura di Gabriel Terra, da una famiglia dalle origini cosmopolite, con discendenze basche e piemontesinel quartiere contadino di Paso de la Arena a Montevideo. Cresciuto nelle campagne occidentali della capitale uruguayana, iniziò la sua militanza politica al liceo, come medio anarquista all’interno del gruppo ARU. Al tempo della sua formazione giovanile, frequentò il vivace contesto culturale montevideano animato da intellettuali come l’antropologo Renzo Pi e lo scrittore Francisco Espínola. Contemporaneamente, tra gli studi e l’impegno politico, continuò il suo lavoro di contadino e a praticare la passione per il ciclismo che lo portò a girare in lungo e largo il paese. 

Nel 1956 entrò in contatto con il deputato Enrique Erro, convertendosi in militante della gioventù herrerista legata al Partido Nacional. Due anni dopo, con la vittoria dei blancos alle elezioni, Erro assunse la guida del Ministero dell’Industria e del Lavoro e Mujica divenne un suo collaboratore parlamentare.

Successivamente il gruppo di Erro abbandonò la formazione del Partido Nacional, per formare assieme al Partido Socialista e al gruppo Nuevas Bases, la Unión Popular.

In questo contesto, Mujica che è diventato presidente a 75 anni, dopo un passato di lotta e persecuzioni, fu candidato per la prima volta a 28 anni, con poco successo, settimo in lista, e con poca fortuna elettorale, in un partito che raccolse solo il 2,4% dei voti. 

Da quella sconfitta iniziò una diaspora di socialisti e comunisti che portò alla nascita del Movimento de Izquierda Revolucionario (MIR), piccolo gruppo cui aderì lo stesso Mujica, prima di imbracciare le armi.

Il passato guerrigliero

Gli anni Sessanta in America Latina furono anni di fuoco guerrigliero. 

L’eco della rivoluzione cubana, in piena Guerra Fredda, aveva ispirato forze armate come il MIR in Cile o le FARC in Colombia, impegnate con le armi, nei rispettivi paesi, per abbattere lo status quo costituzionale e gettare le basi per la rivoluzione socialista. Dopo la breve esperienza al fianco di Erro, Mujica entrò a far parte del gruppo MLN-Tupamaros, un gruppo di guerriglia urbana, assumendo il nome di battaglia di Facundo. Obiettivo del movimento, secondo quanto dichiarato da un documento approvato nel 1963, era quello di “guiar al pueblo uruguayo por el verdadero camino de la liberación” al fine raggiungere la reale emancipazione del paese e a quella continente tutto. All’epoca, Mujica, che si distingueva dagli altri militanti per non essere un pianificatore meticoloso ma un combattente che preferiva piuttosto l’azione improvvisata e il profilo basso, partecipò al sequestro di Ulysses Pereira Reverbel, presidente dell’UTE (compagnia statale per l’energia elettrica), e ad una lunga serie di rapine e saccheggi a banche e casinò. 

Gli anni tra il 1968 e il 1972, durante il governo autoritario di Jorge Pacheco Areco, furono i più violenti sul piano della guerriglia: numerosi a Montevideo e negli altri dipartimenti furono gli scontri armati, gli attacchi e le azioni violente contro fondazioni finanziarie, enti pubblici ed esponenti politici. Con il passare del tempo il gruppo crebbe in dimensioni e aumentò l’intensità del proprio fuoco guerrigliero, arrivando a compiere anche azioni eclatanti come il sequestro del funzionario statunitense Dan Mitrione. 

Nel frattempo, i Tupamaros diedero vita alla pubblicazione clandestina di Mate amargo, diffusa soprattutto nella capitale per diffondere le ragioni e i motivi della lotta rivoluzionaria.

Nel 1973, l’inizio della dittatura da parte di Juan María Bordaberry significò un forte inasprimento della repressione, che portò alla proibizione dei partiti politici, a dure restrizioni sulla libertà d’espressione e alla messa al bando dei movimenti sindacali e studenteschi. In quello stesso anno, la giunta militare operò un giro di vite contro il movimento, che venne presto decapito: molti dei suoi dirigenti come Raúl Sendic, Eleuterio Fernández Huidobro e José Mujica finirono in carcere, mentre altri presero la via dell’esilio in Europa.

La transizione verso la democrazia

Nel novembre 1983, con il cosiddetto acto del Obelisco, per l’Uruguay iniziò il processo di apertura democratica e l’anno successivo si realizzarono le prime elezioni libere della fase post-dittatura, nelle quali il colorado Sanguinetti venne eletto presidente e il Frente Amplio si affermò come forza politica consistente, ottenendo il 20% circa dei suffragi. Quasi un anno dopo, beneficiando della legge di amnistia nº 15.737, Mujica uscì di prigione dopo 13 anni di reclusione e torture, riunendosi nel Movimiento de Participación Popular con la compagna guerrigliera Lucía Topolansky. Da allora cominciò la marcia di avvicinamento dell’ormai ex gruppo guerrigliero dei Tupamaros verso il Frente Amplio, coalizione sempre più egemonizzata dalla componente interna della sinistra socialista. Nel 1994, Mujica venne eletto prima deputato e poi nel 1999 diventò senatore. Ma la vera svolta per il Frente si registrò con le elezioni del 2004, quelle che portarono alla vittoria il candidato Tabaré Vázquez e il MPP a ottenere 300.000 voti, affermandosi come prima forza all’interno del Frente, con El Pepe nominato ministro dell’Agricoltura e della Pesca.

Oggi 

Fino ai primi anni del XXI secolo Mujica è stato sostanzialmente uno sconosciuto per le cronache politiche internazionali. Ma lo scorso anno The Economist, con una scelta in controtendenza rispetto alla sua linea, ha incoronato l’Uruguay paese dell’anno, premiando di fatto i grandi cambiamenti introdotti dal governo di Mujica. In pochi anni il governo preseduto da El Pepe ha portato avanti una legislazione assai avanzata sul piano dei diritti civili, delle libertà individuali e delle politiche sociali.

Quello di Mujica è stato un lungo cammino, che ha attraversato alcuni dei passaggi più difficili della storia latino-americana del secolo scorso. Il prossimo ottobre scadrà il suo mandato e dopo cinque anni di governo abbandonerà la guida del paese. Lascerà in cambio un Uruguay trasformato, per molti versi in meglio, e con tante sfide ancora alle porte. Tutte da portare avanti nel segno del suo grande progetto: quello, come pronunciò al G20 del 2012, di lottare per la felicità umana.

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