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Il caos nel Venezuela di Maduro

Il caos nel Venezuela di Maduro

Da quando Nicolás Maduro è succeduto a Hugo Chávez alla guida del Venezuela poco meno di un anno fa, questo è il suo momento più difficile. I disordini scoppiati il 12 febbraio, infatti, non si sono ancora spenti e la tensione aumenta. Mentre attraverso i media fanno il giro del mondo le immagini delle due miss vittime degli incidenti di piazza, a Caracas la piazza resta calda e incerto è il futuro del Paese, che pare essere ripiombato nel suo congenito caos interno. La protesta è iniziata il 12 febbraio scorso, quando una manifestazione studentesca nello stato di Táchira si è estesa al resto del Venezuela. Il nucleo della protesta è rappresentato dagli strati della classe media dei centri urbani, che mettono sotto accusa l’attuale governo per la mancanza di sicurezza pubblica e denunciano un asfissiante livello inflazionistico sui beni di consumo. Al loro fianco si sono uniti presto i vari settori dell’opposizione chavista, usciti sconfitti alle elezioni dello scorso anno, che approfittano dell’attuale situazione per mobilitare le proprie forze in funzione anti-governativa. In un contesto di profonde fratture sociali, in cui l’intero corpus politico è attraversato da una faglia insanabile, i disordini dividono il paese evidenziando tratti di un conflitto interno dalle trame assai complicate.

Il difficile contesto venezuelano

A sud del 41° parallelo, il Venezuela non è un paese qualsiasi. Per molti stati occidentali, a partire dal dicembre 1998, cioè dalla prima vittoria di Chávez alle elezioni presidenziali, il Venezuela è diventato infatti un temibile “stato canaglia”, mentre per molti paesi latino-americani un importante alleato nella ricerca di un modello alternativo. Un modello in cui le sinistre al governo, grosse esperienze maggioritarie assai eterogenee, etichettate troppo spesso come semplici esperienze populiste, hanno dato vita, dopo un decennio di capitalismo sfrenato, a un nuovo corso politico basato sulla riduzione delle disuguaglianze, sulla redistribuzione della ricchezza e sulla copertura dei bisogni essenziali. A livello geopolitico continentale, la Revolución Bolivariana ha d’altro canto permesso lo sviluppo di nuove prospettive su scala regionale, grazie a iniziative come quella dell’ALBA o del Petrocaribe, ad esempio, che hanno ridisegnato gli assetti latino-americani nel segno dell’integrazione. Di fronte alla sfida avanguardista lanciata oltre quindici anni fa da Hugo Chávez, oggi il Venezuela si confronta però con le storture di una crescita disomogenea, si scontra con una forte inflazione, risente di una sostanziosa mancanza di beni primari e deve fare i conti con un forte tasso di criminalità comune. E alto rimane il livello della corruzione politico-economica, vera macchia nera del progetto socialista venezuelano. L’attuale governo del presidente Maduro si è mosso per correggere questi disequilibri, intervenendo con correttivi all’economia, adottando misure anti-inflazionistiche e agendo contro i dannosi fenomeni di parassitismo economico. Ma le fragilità del sistema economico caraibico vengono da lontano e continua a essere dannoso l’attacco finanziario delle oligarchie interne, che hanno ultimamente dato vita ad una forte ondata di speculazione. 

Dietro le quinte delle proteste

Sin dall’inizio Maduro ha condannato le proteste parlando di golpe e ha espulso tre diplomatici statunitensi accusati di cospirazione. Se si guarda alla storia recente del paese, al caracazo del 1989, al colpo di stato dell’aprile del 2002 o alle violente manifestazioni del 2003, quelle di questi giorni sembrano recrudescenze genetiche di un paese in bilico tra opposizione sociale e golpismo. Oggi però il contesto è notevolmente cambiato e le cause delle attuali proteste sono da ricercarsi a livello endogeno. A dispetto delle continue detrazioni, negli ultimi anni il movimento chavista ha sempre governato nel solco delle regole democratiche, vincendo 18 elezioni su 19 ed affermandosi con un consenso maggioritario. Dopo l’ennesima sconfitta, subita lo scorso dicembre, l’opposizione di destra capeggiata da Henrique Capriles si è sclerotizzata, cominciando seriamente a paventare la strategia della destabilizzazione interna. Nelle ultime settimane il sommovimento politico maggiore e più pericoloso è infatti quello consumatosi all’interno dell’opposizione chavista: mentre Capriles si smarcava, invitando alla moderazione, il gruppo più radicale guidato da Maria Corina Machado e Leopoldo López si è imposto nel ruolo di incendiario delle attuali proteste. È lo stesso López, leader del partito centrista Voluntad Popular, consegnatosi il 13 febbraio alla polizia dopo essere stato accusato di istigazione alla violenza e danni alla proprietà pubblica, che nel 2004 architettò le cosiddette guarimbas, azioni di guerriglia urbana che causarono centinaia di morti.

Sullo sfondo resta un paese in crisi, dove innegabile è il peso dell’inflazione sui beni di prima necessità, come medicinali e carta igienica, e insostenibile la corruzione che alimenta il carrierismo di molte camicie rosse. Di conseguenza la sfida per Maduro rimane complicata. La via della pacificazione, invocata anche da molti esponenti del PSUV, si muove su un terreno instabile: se da un lato è necessaria per scongiurare un inasprirsi delle violenze da ambedue i lati, dietro l’angolo inquietano i pericoli di un’opposizione che rischia di radicalizzarsi in senso anti-costituzionale e golpista.

Il destino del progetto bolivariano, oggi, passa da qui.

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