Menu

Deprecated: Non-static method JSite::getMenu() should not be called statically, assuming $this from incompatible context in /home/ulpeyygx/domains/ilcorsaro.info/public_html/templates/gk_news/lib/framework/helper.layout.php on line 181

Deprecated: Non-static method JApplication::getMenu() should not be called statically, assuming $this from incompatible context in /home/ulpeyygx/domains/ilcorsaro.info/public_html/includes/application.php on line 536

Risiko della geopolitica o orientalismo della protesta? Contro una dicotomia assurda

  • Scritto da  Nicola Tanno e Lorenzo Zamponi
  • Commenti:DISQUS_COMMENTS
Risiko della geopolitica o orientalismo della protesta? Contro una dicotomia assurda

La politica estera è uno degli ambiti in cui si manifesta maggiormente la crisi della sinistra europea. Ben prima del tracollo elettorale si è evidenziata nella nostra parte una difficoltà nell'analizzare movimenti, crisi e manovre egemoniche sia dentro che fuori del continente. La crisi ucraina – come già prima quelle balcaniche, iraniana, libica, siriana - per l'ennesima volta evidenzia una tensione che possiamo ridurre così: ad un estremo vi sono coloro i quali a fronte di governi diversi dalle democrazie liberali occidentali tendono a schierarsi totalmente con le opposizioni, prescindendo quindi da analisi sulla composizione di classe, politica e sui sostegni esterni a tali gruppi; in questo senso tutto si riduce a uno scontro tra la dittatura e le masse in cerca di libertà. Dall'altro, invece, chi ignora le condizioni di vita dei popoli nei paesi in cui esplode una rivolta armata e le responsabilità politiche dei governi autoritari e corrotti. La rivolta è vista solo in chiave geopolitica: i popoli sono solo pedine di un grande gioco manovrate dall'esterno; tali espressioni di lotta andrebbero rigettate se esplose in paesi  tendenti a limitare l'egemonia statunitense, e chiunque contesta governi che hanno cattivi rapporti con gli Usa è, automaticamente, un fantoccio della Cia.

La crisi ucraina manifesta per l'ennesima volta tale tendenza in un modo che si era già visto in Siria e Libia e che si cerca di riprodurre anche per spiegare le manifestazioni in corso in Venezuela. Repubblica, El País e i grandi mezzi di informazione raccontano una sola storia: quella di un popolo desideroso di liberarsi di un dittatore-fantoccio, Viktor Janukovyč, a sua volta manovrato da VladimirPutin. Poco si dice presenza di forze di estrema destra, degli interessi reali dell'Unione Europea, né si spiega che i tentativi di tregua sono stati fatti costantemente saltare. La voce dell'esecutivo o di suoi sostenitori praticamente non esiste e le immagini della repressione condizionano i lettori. Gli “antimperialisti d.o.c.” invece, a fronte di una strage di manifestanti, come pure con Assad, si lanciano in una difesa a oltranza non solo del governo ucraino, ma addirittura di Putin, visto da alcuni (seppur pochi) come un baluardo nella lotta contro l'espansionismo statunitense., in una riedizione post-moderna di quel “campismo” che già era controverso durante la Guerra fredda, e che è diventato semplicemente ridicolo dopo il 1989.

Siamo imbarazzati dal fatto di dover ribadire concetti al limite dalla banalità, come quello che non tutte le “rivolte di popolo” sono ugualmente buone e giuste, a prescindere dalla composizione sociale e dalla prospettiva politica, o quello che la distinzione tra destra e sinistra e quella tra est e ovest, se mai sono coincise, di certo non coincidono ora, e che difendere strenuamente tutto ciò che sta a est di Pankow come fosse il socialismo è il modo peggiore per rendere giustizia alla storia comunista.

Crediamo che entrambe le tendenze siano sbagliate e pericolose. Per uscire da questa dicotomia proviamo a indicare qualche punto (di certo non risolutivo) da cui ripartire per affrontare, da sinistra, i conflitti in paesi diversi dal nostro in un modo se non particolarmente profondo quantomeno serio e dignitoso. 

1. Andrebbe abbandonata per sempre l'idea che contro un regime vi siano sempre e solo giovani desiderosi di costruire una democrazia sul modello occidentale. Un esempio è dato dalle proteste che seguirono le elezioni presidenziali in Iran nel 2009, quando i sostenitori del candidato sconfitto  Mir-Hosein Musavi, denunciarono presunti brogli commessi in favore di Mahmud Ahmadinejād. I media occidentali dipinsero lo scontro come tra integralisti e democratici, senza fare sforzi per capire le tendenze diverse interne allo stesso regime. Così è successo anche in Libia nel 2011, quando i nostri media parlarono di una rivolta simile a quelle tunisina ed egiziana mentre – come è ancora più evidente oggi – si trattò di uno scontro tra diverse fazioni di un paese che si reggeva su un difficile equilibrio tra potere centrale e forze locali. In Ucraina succede lo stesso: ma davvero si può prescindere dal fatto che un pilastro delle proteste è costituito da Svoboda, gruppo di estrema destra, che ha dimostrato un grosso potenziale militare e nessuna voglia di arrivare a una tregua? Limitarsi alla narrazione delle moltitudini rivoltose è illusorio e irresponsabile.

2. Contro la geofobia. Sembrerebbe ovvio, ma a sinistra parlare di interessi economici, di Stati e pressioni esterne pare essere diventato vietato. È una tendenza in atto dall'inizio degli anni ’90, ovvero da quando si annunciò, con la fine della Guerra fredda, la prossima fine degli Stati nazionali e la centralità quasi esclusiva di dinamiche transnazionali e ideali, prescindendo del tutto dalle diverse situazioni e dagli interessi in gioco. In questo senso sarebbe inutile spiegare che, ad esempio, il Dipartimento di Stato statunistense ogni anno investe 5 milioni per indebolire il Governo venezuelano o evidenziare gli immensi interessi europei (e in particolare tedeschi) nella vicenda ucraina. È tutto “libertà contro dittature”. Purtroppo, però, gli interessi esistono e non sempre i movimenti democratici riescono a dettare l'agenda del cambiamento, come dimostrato nelle rivolte arabe. Chi invoca la centralità esclusiva dei movimenti di protesta, la forza della loro spontaneità soverchiante sugli attori politici e economici dovrebbe fare lo sforzo di ricordare come la Seconda Internazionale crollò allo scoppio della Prima Guerra Mondiale: un movimento di milioni di persone unito dall'idea che l'appartenenza di classe contasse più di quella nazionale si dissolse in pochi mesi per via di una guerra lanciata per ragioni militari e economiche da un pugno di attori politici. L'analisi geopolitica non è sufficiente ma risulta fondamentale per capire chi sono tutti  gli attori in campo e non limitarsi alla superficie dello scontro. Le “rivoluzione colorate” del decennio scorso, almeno da questo punto di vista, dovrebbero averci insegnato qualcosa. 

3. Criticare la politica interna degli stati presuntamente “antimperialisti” è possibile. Errore opposto è quello di limitarsi all'analisi geopolitica. Il principio da assumere è che criticare la politica interna degli stati antagonisti agli interessi statunitensi è possibile e doverosa. Assurdo è stato in questi anni vedere emergere difese di Stati come l'Iran e la Russia nella violazione dei diritti umani in nome di interessi superiori. Se da un lato l'esistenza di un mondo non più unipolare può essere vista positivamente dall'altro non bisognerebbe mai rinunciare a chiedere un avanzamento dei diritti politici in Stati che hanno compiuto pure avanzamenti in altri campi. Ciò significa che riconoscere un ruolo di opposizione all’egemonia statutitense a Putin non può comportare un’adesione alle sue politiche reazionarie. E che foderarsi gli occhi di prosciutto non fa bene neanche alle esperienze più interessanti e affascinanti come quella cubana o quella venezuelana. Essere solidali con la rivoluzione bolivariana e contro i continui tentativi da parte dell’estrema destra e degli Usa di destabilizzare un governo che in 15 anni ha sferrato duri colpi alla povertà e all’analfabetismo, non può significare non vedere le contraddizioni che attraversano il sistema venezuelano. Ciò non significa che con la scusa della "complessità" si debba evitare di scegliere una parte e di comportarsi di conseguenza. Ma se si sta da una parte e non si ha paura a dirlo, allora il dovere della solidarietà e quello dell’onestà anche nella critica dovrebbero andare di pare passo. 

4. Bisogna comunque sapere che la caduta di un regime autoritario non porta automaticamente alla nascita di una democrazia. Questo potrebbe essere ancora più chiaro se fossero evidenti quali sono le forze in campo, come dicevamo sopra. C'è qualcuno disposto a dichiarare che la Libia, l'Afghanistan o l'Iraq di oggi sono stati democratici? La possibile divisione della Libia in due Stati o la minaccia di secessione della Crimea dall'Ucraina paiono forse risultati positivi? Un problema è non solo la dicotomia “democratici vs autoritari” che abbiamo denunciato sopra come sbagliata, ma anche il vizio di pensare che l'Occidente possa con il suo solo intervento risolvere ogni crisi internazionale collocando al Governo uomini democratici. Il pantano iracheno dovrebbe dimostrare la fallacia di tale ragionamento. L'Iraq ci porta anche a chiedersi sul perché l'intervento militare degli Usa del 2003 sia stato tanto osteggiato dai popoli di tutto il mondo mentre oggi il movimento pacifista soffre una crisi tanto acuta. Forse una spiegazione sta nell'illegalità internazionle di quell'attacco, fatto in sfregio all'ONU e al diritto internazionale. Ma a parte ciò che differenza c'è tra quell'attacco e quello sferrato a Gheddafi e che si vorrebe lanciare contro a Assad e l'Iran? Nei quattro casi ci troviamo di fronte a regimi autoritari, in tutti si è paventato il possesso di armi di distruzione di massa ma mentre nel primo assistemmo a un'opposizione netta anche delle forze progressiste moderate occidentali, nei restanti l'approccio è stato radicalmente differente. L'aggressività di Bush e dei neocon statunitensi – che non nascondevano le intenzioni di rafforzare il dominio del loro paese – venne del tutto rigettatato mentre l'umanitarismo militare di Obama – ma anche di Sarkozy, Hollande, Cameron, che usano tutti un linguaggio farcito di retorica umanitaria – viene sposato dai democratici italiani e europei. Molti partiti anche nella socialdemocrazia europea confermano oggi, con la vicenda ucraina, di essere gli eredi di una tradizione periodicamente attraversata da connotati espansionisti al limite del razzimo, la stessa che li portava a giustificare il colonialismo dei propri paesi e l'intervento nella Prima Guerra Mondiale. La Russia, in questo caso è vista ancora come l'Impero che nel 1914 andava attacato in nome di ideali “democratici”. 

Il ruolo della sinistra e dei movimenti, in questo contesto, sembra essere assolutamente subalterno alle due posizioni che abbiamo descritto: o si fa il tifo sempre e comunque per chi sta in piazza, o si prende la distinzione est-ovest come l’unica bussola per capire cosa sta succedendo. C’è una carenza di analisi, di letture, di studio, certamente, all’origine di questa banalizzazione, ma c’è anche e soprattutto una crisi sul piano dell’azione, delle relazioni, del radicamento. Una sinistra degna di questo nome non prende posizione a seconda di ciò che vede sulla Cnn o di ciò che legge su qualche oscuro blog cospirazionista, giudicando poi dall’alto, in un’ottica a metà strada tra il colonialismo e l’orientalismo, ma piuttosto stabilisce proprie relazioni, costanti e paritarie, con chi è impegnato in altre parti del mondo, attraverso cui poter esercitare sia il dovere della solidarietà sia quello della critica a ragion veduta e soprattutto in modo utile, superando lo sterile opinionismo di cui sempre più siamo prigionieri. Senza dover tornare all’Internazionale, questo era ciò che in parte è accaduto durante l’epoca migliore dei forum sociali, e che in parte accade ancora oggi in ciò che resta di quelle reti, oltre che in poche altre fortunate esperienze settoriali. Ma in un mondo sempre più interconnesso questa deve diventare una priorità: costruire relazioni, scambiare esperienze, fare rete, in modo da poter agire, in un contesto di crisi come quello ucraino di questi giorni, a ragion veduta e in modo utile a chi vuole veramente cambiare le cose.

Torna in alto

Categorie corsare

Rubriche corsare

Dai territori

Corsaro social

Archivio

Chi siamo

Il Corsaro.info è un sito indipendente di informazione alternativa e di movimento.

Ilcorsaro.info