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Il montismo del centrosinistra

Mario Monti

Dal palcoscenico esclusivo dell’assemblea generale delle Nazioni Unite il presidente del Consiglio ha rotto tutti gli indugi degli scorsi mesi e rivelato al mondo quello che in Italia si poteva intuire già da tempo: nel caso le urne non consegnino quelle “certezze” che l’Europa e i mercati ci chiedono in cambio della loro fiducia, Monti è pronto a fare il bis. In uno scenario attuale che vede la disintegrazione delle grandi formazioni di centro-destra e centro-sinistra protagoniste dell’ultimo glorioso decennio della seconda repubblica, con una frammentazione delle forze politiche dipinta con diverse sfumature da tutti i sondaggi disponibili, la generosa disponibilità che il luminare della Bocconi offre agli italiani somiglia più alla sua auto-investitura come garante di uno stesso schieramento di unità nazionale. Se poi consideriamo i tratti di una legge elettorale che emergono sempre più chiari dal confuso dibattito tra partiti, tutto lascia pensare che una sorta di proporzionale col premio di maggioranza al partito, piuttosto che alla coalizione, renderà altamente probabile un’alleanza ex-post, diversa da quello che gli elettori avranno votato, per garantire stabilità al Paese. 

Ma ancor di più sono quelle “certezze” richieste dagli investitori internazionali e dalle agenzie di rating, di cui il governo tecnico è espressione, a fare delle sconvolgenti dichiarazioni di Monti un copione già scritto e recitato da mesi. Con l’effetto, anche questo preventivato, di spazzare via la foglia di fico che i partiti della maggioranza hanno dovuto in qualche modo tenersi stretta: chi ha fatto proprie le misure di austerità chieste dall’Europa, come può essergli concorrente? E la questione che si porrà più impietosa per il più grande partito riformista d’Italia durante la campagna elettorale: come convincere gli elettori che il PD potrà eseguire i compitini assegnati dall’agenda Monti meglio dello stesso Monti? Qui si ritrova il pettine incastrato fra nodi cresciuti fin troppo sulla testa della nostra democrazia, o almeno di quel che ne rimane.

La retorica dell’emergenza e della responsabilità di fronte al Paese negli scorsi mesi era ancora una carta da giocarsi per cercare di dipingere un profilo, quello del PD, che giungeva con la “parentesi” del governo tecnico alla definitiva affermazione, in grassetto e senza parentesi, della sua più autentica vocazione governista e, quindi, stando gli attuali rapporti di forza a livello internazionale, neo-liberista. Un giorno forse i libri di storia parleranno del montismo come fase estrema del dalemismo: tesi che lo stesso D’Alema in più di un’occasione ha rilanciato come modello per tutto il socialismo europeo. Gli editorialisti del Corriere e di Repubblica possono anche continuare a lanciare strali e avvertimenti ai democratici perché tengano a bada i vari Fassina e Damiano, rei di voler reintrodurre le pensioni di anzianità dopo averne votato l’abolizione, o, peggio ancora, di un Vendola che ha presentato un programma estremamente avanzato e difficilmente digeribile per i democratici. Ma stiano tranquilli. A conti fatti, mentre le voci “fuori dal coro” sono sempre quelle poche e quelle stesse, tanto intransigenti e affidabili da aver votato a testa bassa tutte le leggi su cui Monti ha posto la fiducia o, magari, da partecipare a primarie su piattaforme diametralmente opposte alla propria, il PD può vantare una larga maggioranza “responsabile”: dai cattolici di Fioroni ai più sfegatati liberisti renziani, dagli irriducibili dalemiani ai più pacati bersaniani, sempre pronti a mettere prima gli interessi del Paese che quelli di una parte, specialmente se la parte è quella dei lavoratori.

Ma anche nel caso che qualche testa calda prenda il sopravvento c’è davvero poco da preoccuparsi: una spolverata di equità da parte di un centro-sinistra a guida PD non sarebbe certo tanto irresponsabile da rimettere in discussione la riforma del mercato del lavoro, la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, i tagli della spending review, insieme a tutte le leggi votate, difese e rivendicate in questi ultimi mesi. E primo, fra tutti, il cosiddetto fiscal compact, architrave della fiducia da parte dell’Europa: la legge di riforma costituzionale che, recependo le norme europee del Six Pack e del nuovo Growth and Stability Pact, sancisce il vincolo del pareggio di bilancio, l’attivazione di misure di correzione nel caso di sforamento, l’obbligo di non superare la soglia di deficit strutturale superiore al 3% e di ridurre il debito al ritmo di un ventesimo all'anno per arrivare al di sotto del 60% sul PIL. Misura il cui rispetto viene di fatto ribadito nella Carta d’Intenti per le primarie del PD, contro cui non si è levata ad oggi neanche una voce da parte della “sinistra interna” e che rappresenta il più pericoloso cappio al collo con cui la Troika potrà strozzare ogni governo futuro in Italia per i prossimi decenni. Ecco perché, se di montismo e di agenda Monti si tratta, l’elettore può dubitare che questa volta il meno peggio possa davvero profumare un po’ di più.

La discesa in campo del senatore bocconiano fa crollare le fragili quinte dietro cui i democratici hanno provato a partecipare di nascosto alla tragi-commedia del governo tecnico e scopre il vero spartiacque che separa i partiti che hanno sostenuto Monti dalle forze politiche e sociali che lottano per un’alternativa all’austerity e allo strapotere della finanza, la conservazione delle condizioni che riproducono la crisi attuale dalla costruzione di un diverso modello di Europa, la seconda dalla terza repubblica in Italia. Una linea di demarcazione da cui non si torna più indietro. Perché il montismo, come formula italiana del controllo dei mercati e degli interessi finanziari sui gusci vuoti delle democrazie europee, non può porre per definizione alcuna reale mediazione al suo interno o aprire le porte ad opzioni alternative entro la sua egida. Diverso per natura e contorni dal “berlusconismo” contro cui le sinistre potevano costruire un largo, seppur fragile, consenso, il montismo si presenta col volto pulito dei tecnici e burocrati di Bruxelles, al seguito dell’oligarchia delle lobby finanziarie, industriali e commerciali del continente, per ridare prestigio e credibilità all’Italia nel momento in cui la consegna a un commissariamento di fatto. E’ la manifestazione più scoperta di questo stesso commissariamento fondato sulla paura di una catastrofe imminente e sul dogma dell’irrazionalità di ogni altra alternativa, che può fare a meno dei leader e della stessa politica, per correre indifferente sulle gambe di un governo tecnico o di un centro-sinistra che ne accetti il postulato.

E’ un avversario più sottile e invisibile di fronte a cui l’unica risposta possibile è porsi fuori dal suo campo, accettare la sfida di andare alla radice delle condizioni che hanno scatenato questa crisi e che continueranno ad inasprirla: in primo luogo la regolamentazione dello strapotere dei mercati finanziari. Il bivio reale non è tra un Monti-bis e un governo politico: ma fra le ricette deflazionistiche e recessive che stanno già sprofondando la Grecia, la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda, oppure la difficile elaborazione di uno schieramento politico pronto a ritrattare tutto. Monti può ancora divertirsi a smentire quanto dichiarato pochi giorni prima, tenere tutti col fiato sospeso, lasciare infervorare Casini e i suoi fantastici sogni di un nuovo grande centro. Ma cadrebbe in errore chi credesse che sia davvero questo il nodo della questione. Sarà in ogni caso il montismo ad aprire la terza repubblica in Italia e l’unica opposizione possibile sarà quella che non potrà scendere a compromessi col ricatto e le minacce della Troika. Ed è per questo che, in ogni caso, Monti sarà un padre della patria.

Ultima modifica ilMartedì, 22 Ottobre 2013 00:42
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