Le contraddizioni e le incoerenze della socialdemocrazia nell'UE
- Scritto da Vicenç Navarro*
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L’elezione del governo socialista in Francia ha alimentato una diffusa speranza. Finalmente – hanno pensato milioni di europei – vi sarà una rottura con questa ossessione per le politiche di austerità (promosse dalla Troika: Banca Centrale Europea, Commissione Europea e Fondo Monetario Internazionale) e si imboccherà una nuova via, che metta al centro la crescita economica. Dal discorso utilizzato in campagna elettorale sembrava che il candidato François Hollande potesse rispondere positivamente a queste speranze.
Tuttavia tali speranze stanno svanendo rapidamente. Il bilancio dello Stato presentato al Parlamento francese dal Primo Ministro Jean-Marc Ayrault il 28 settembre contribuisce a questa scomparsa. Vediamo.
In primo luogo va detto che il bilancio contiene molti elementi positivi, che rappresentano un cambiamento a 180° rispetto alle politiche del Governo presieduto da Nicolas Sarkozy. L’accusa mossa da alcuni settori della sinistra spagnola, secondo la quale non c’è differenza tra Hollande e Sarkozy, non è altro che una frivolezza che va denunciata per il suo settarismo. Più della metà della riduzione del deficit pubblico (37.000 milioni di euro) proviene dall’aumento delle imposte sui redditi alti e sulle grandi imprese, attraverso misure fiscali come l’incremento del 75% dell’aggravio per le famiglie milionarie. L’allora Presidente Sarkozy lo aveva ridotto. In questo senso, il governo socialista merita un grosso applauso. Senza dubbio, al confronto di ciò che realizzò il Governo Zapatero nel secondo anno del suo mandato, l’esecutivo guidato da Hollande si trova anni luce dal socialismo spagnolo.
Detto questo, va sottolineato che il presidente Hollande non ha affatto messo in discussione le politiche di austerità avviate dal suo predecessore, anteponendo la riduzione del deficit pubblico a tutto il resto. E questo è il problema principale. Si vuole far calare il deficit dal 4,5% attuale al 3% in un anno, fino a raggiungere lo 0% nel 2017. E se vi sembrasse poco, si mobilitano cielo e terra affinché il Parlamento approvi il Fiscal Compact imposto dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel a tutti i paesi dell’Eurozona. Questo patto fiscale obbligherà gli Stati a non avere più deficit, una politica di enorme (ripeto, enorme) austerità e che porterà alla paralisi economica dei suddetti paesi. Immaginate l’impatto che avrebbe una legge che proibisse alle famiglie di indebitarsi: significherebbe la fine del futuro delle famiglie. L’indebitamento è necessario in qualsiasi attività economica che comporti una grande spesa.
Mi si dirà, come già è stato fatto in passato, che negli USA gli Stati devono tenere in equilibrio i propri conti, in modo da avere un deficit allo 0%. Tuttavia gli Stati Uniti sono uno stato federale, con un governo federale centrale (che spende all’incirca il 21% del PIL), che aiuta gli Stati. Un simile governo non esiste in Europa e i fondi controllati da Commissione Europea e Parlamento Europeo – che vengono presentati erroneamente come parti di un possibile stato federale – rappresentano poco più dell’1%.
Mi si dirà anche che i paesi di tradizione socialdemocratica come quelli scandinavi hanno avuto dei bilanci in pareggio durante il periodo successivo alla II Guerra Mondiale. Queste voci ignorano, tuttavia, il grande carico fiscale (all’interno di una politica altamente progressiva e redistributiva) che esiste in quei paesi, situazione che non esiste negli altri paesi dell’UE. La peggior misura, tra le molte cattive misure economiche prese dal Governo Zapatero durante il suo secondo mandato, fu proprio l’approvazione (con l’appoggio del PP e di CiU) del Fiscal Compact, accordo che finirà con il peggiorare ulteriormente le difficoltà nel finanziamento del welfare state in Spagna e Catalogna. Approfitto per aggiungere che l’appoggio del dirigente del Partito Verde, il noto Danel Cohn-Bendit, al Fiscal Compact, segnala il grado di accomodamento e di scarsissima vocazione trasformatrice di questo personaggio (il che spiega la grande attenzione mediatica ricevuta da parte dei mezzi di comunicazione dell’establishment). François Hollande non sta mettendo in discussione neanche il Patto di Stabilità, che – imponendo un abbassamento del deficit pubblico – è stato in questi anni il responsabile della stagnazione economica e dell’aumento della disoccupazione.
Perché Hollande ha scelto l’austerità?
Una delle presunte ragioni di tali misure è l’obiettivo di “recuperare la fiducia dei mercati”, la frase più utilizzata dai neoliberisti, una frase che non ha superato alcun test di evidenza scientifica. La sfiducia dei mercati è adesso legata non tanto al deficit pubblico, ma alla scarsissima crescita economica, senza la quale è impossibile ridurre il deficit. E le misure di austerità ridurranno la crescita, aumentando il deficit e il debito pubblico. È tutto di una chiarezza sconvolgente. Finanche l’FMI ascrive ai tagli il fatto che la Spagna e la Grecia avranno il prossimo anno la minor crescita economica al mondo.
L’altra ragione che spiega l’appoggio di Hollande a tali misure di austerità è il suo desiderio di non inimicarsi l’establishment politico e finanziario tedesco, come ben segnala George Irvin nel suo articolo “The French Budget: Ni juste, ni efficace”, pubblicato dal Social Europe Journal. È parte della strategia di Hollande ricostruire l’asse franco-tedesco pensando a un futuro ormai prossimo nel quale la Cancelliera Merkel sia sostituita da una coalizione guidata dal Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) in coalizione con i Verdi o addirittura con gli stessi democristiani. La promessa in favore di una Europa multipolare, che Hollande fece in campagna elettorale, sta scomparendo adesso per recuperare l’enfasi nell’asse franco-tedesco, con conseguenze negative per il resto dei paesi dell’Eurozona. In tal modo Hollande, attraverso l’austerità condurrà l’Europa e il mondo verso il disastro.
Cambiamenti nella socialdemocrazia tedesca
L’SPD ha presentato proposte innovative, in linea con quelle che Hollande aveva presentato nella sua campagna elettorale, come l’emissione di Eurobond, l’europeizzazione del debito e una riforma della BCE per dare maggiore spinta alla crescita e non solo al controllo dell’inflazione. Tutti questi cambiamenti sarebbero senz’altro positivi. Tuttavia il problema principale è che l’SPD non è cambiata rispetto al tema centrale: le politiche di austerità avviate dal Governo Schröeder (nella sua Agenda 2000) e che la Cancelliera Merkel ha continuato a portare avanti. Oggi i lavoratori tedeschi sono sottopagati. Nonostante l’aumento della produttività, i salari reali in Germania non sono aumentati, anche a causa dell’elevato tasso di precarietà (25% della forza lavoro), che è ormai una caratteristica del suo mercato del lavoro. Il suo sistema di welfare si trova fortemente deteriorato, essendo aumentate le diseguaglianze sociali fino a raggiungere livelli antecedenti alla II Guerra Mondiale. Il 10% dei tedeschi, i più ricchi, detiene il 53% della ricchezza privata del paese, mentre il 50% del popolo tedesco si limita all’1% (avete letto bene: 1%), secondo quanto rileva il documento La povertà in Germania del Ministero del Lavoro tedesco.
Tutti questi dati sono conseguenza della scelta del Governo Schröeder di potenziare le esportazioni a discapito della domanda interna. La riduzione della domanda diminuì la crescita dell’economia tedesca e con essa quella europea, che ora è sull’orlo di una nuova grande recessione. Tale recessione nei paesi dell’Eurozona, e in particolare nei suoi paesi periferici (risultato delle politiche d’austerità) ha colpito anche le esportazioni tedesche verso questi ultimi paesi. Così, le esportazioni tedesche verso la Spagna sono calate dell’11,4%, in Portogallo del 15,8%, in Grecia del 9% e verso l’Italia del’8,6%. Tali esportazioni furono sostituite con quelle verso gli USA, la Cina e altri paesi emergenti, ma la recessione europea sta colpendo anche la crescita economica mondiale, colpendo quindi anche le suddette esportazioni. Oggi l’economia tedesca sta decelerando in maniera decisamente forte con conseguenze sul tasso di crescita dell’Eurozona (-0,5% nell’Eurozona nel 2013).
Queste sono le conseguenze delle politiche di austerità avviate dal Cancelliere Schröeder e continuate dalla Cancelliera Merkel. E un personaggio chiave per l’implementazione di tali politiche è stato colui che oggi è il candidato per l’SPD alla cancelleria del paese nelle prossime elezioni tedesche, Peer Steinbrück, Ministro delle Finanze nel Governo di coabitazione SPD-CDU. È da questi elementi che risulta chiaro che l’alleanza Partito Socialista Francese-Partito Socialdemocratico Tedesco non presagisce alcun cambiamento tale da far ipotizzare l’apparizione di un New Deal europeo. Nonostante i due partiti abbiano migliorato le proprie posizioni in materia economica (a seguito delle pressioni dei sindacati tedeschi e francesi, così come dei partiti di sinistra Front de Gauche e Die Linke e delle proteste popolari), essi sono ancora legati al dogma dell’austerità e a ciò che chiamano disciplina fiscale. La stessa disciplina che sta conducendo il mondo al disastro. L’alternativa, che sarebbe quella di stabilire un New Deal in Europa con politiche espansive, finalizzate a stimolare l’economia mediante la crescita della domanda domestica, non è all’ordine del giorno.
Le politica economica della socialdemocrazia spagnola
L’equipe economica del Governo socialista del Presidente Zapatero è stata un’avventata discepola della scuola ortodossa liberale e il suo comportamento prima e durante la crisi rientra perfettamente nei canon descritti dai libri di testo del liberalismo. Invece di risolvere il maggior problema dello Stato spagnolo (la regressività del suo sistema fiscale e la povertà della sua popolazione che esso comporta), il Governo Zapatero ha realizzato una riforma fiscale nel 2006, nella quale abbassò le tasse, favorendo tuttavia in maggior misura i patrimoni e i redditi più alti. Questi tagli delle imposte hanno creato un buco nei bilanci dello Stato di quasi 20mila milioni di euro. La politica “abbassare le tasse è di sinistra” costò molto denaro allo Stato, incrementando il suo deficit strutturale che apparve con tutta la sua intensità quando esplose la bolla immobiliare e lo Stato smise di raccogliere i frutti della crescita congiunturale causata dalla bolla.
E quando il deficit pubblico aumentò in maniera considerevole, anche in questo caso la risposta è stata presa dai libri di testo del liberalismo. Tagliò la spesa pubblica, inclusa quella sociale, prima di annullare l’abbassamento delle tasse sui redditi. In seguito Zapatero congelò le pensioni (per risparmiare 1.200 milioni di euro) ma non annullò la riduzione dell’imposta di successione (che avrebbe comportato l’entrata di 2.200 milioni di euro).
È evidente che il Governo Rajoy ha accentuato ulteriormente tali politiche di austerità, tagliando, per esempio, la spesa pubblica sanitaria (6.000 milioni di euro), quando avrebbe potuto ricavare 5.600 milioni di euro, annullando la riduzione dell’Imposta di Società delle imprese che fatturano più di 150 milioni di euro all’anno e che rappresentano solo lo 0,12% di tutte le imprese spagnole.
È sorprendente che in Spagna, uno dei paesi con maggiore diseguaglianza e più bassa tassazione, la socialdemocrazia sia la più conservatrice e quella con la minore vocazione trasformatrice in ambito economico in tutta l’Unione Europea. Esiste il timore (o una complicità) a confrontarsi, per esempio con il settore finanziario, incaricando persone di chiaro orientamento liberista come Jordi Sevilla, Pedro Solbes, Elena Salado, David Taguas, Miguel Ángel Fernández Ordóñez, Miguel de Sebastián, in posizioni chiave dell’economia nazionale. I risultati di tali politiche sono evidenti: la scarsa prevenzione della crisi e il modo in cui si è risposto ad essa sono tipici prodotti del neoliberismo. Il fatto che il Partito Popolare abbia realizzato di peggio non assolve né diluisce gli errori economici dell’amministrazione precedente.
L’assensa di autocritica e il rinnovamento
Ciò che caratterizza il socialismo spagnolo è la sua capacità nulla di autocritica e di rinnovamento. È sorprendente che durante tutti questi anni non vi sia stata alcuna voce critica all’interno del PSOE contro tali politiche. Con l’eccezione di Josep Borrell, nessuna figura del socialismo spagnolo si è opposta alla riforma della Costituzione per includere (sotto ordine della signora Merkel) l’infame Fiscal Compact, che impone agli Stati il deficit zero, condannando la Spagna a collocarsi al fondo dell’Europa sociale. Come già ho detto, bisogna rendersi conto delle conseguenze che avrebbe per le famiglie spagnole l’approvazione di una legge che impedisse loro di indebitarsi. L’impatto sarebbe fortemente negativo. Con l’eccezione di Borrell, non vi fu nessun dirigente del PSOE (ripeto, nessuno) che si opponesse a tale patto, evidenziando il fatto che il PSOE è un apparato presidenzialista che ha raggiunto un alto livello di disgusto all’interno del suo elettorato. Tale rifiuto si è accentuato ancora di più adesso che a dirigerlo è colui che era il secondo di Zapatero, il quale ha purgato tutti coloro che provavano a fargli ombra. L’apparato ha preso possesso del Partito comportando enormi conseguenze negative per tutto il paese. Oggi il PSOE vien percepito dalla maggioranza della popolazione come una parte del problema e non come una possibile soluzione. E tutti i suoi dirigenti restano zitti, incollati alla poltrona. Sarebbe il caso (urgente e necessario) che la base di tale partito, che è la maggioranza degli elettori di sinistra, si ribellassero, e che ci fosse una mobilitazione generale contro l’élite del partito. L’enorme sofferenza delle classi popolari sottomesse alla destra più reazionaria che ha governato il Paese dalla fine della dittatura, necessita di uno strumento molto più socialista e molto più radicale. L’amore verso la Spagna che questo settore sociale sempre ha mostrato richiede una ribellione contro la mancanza di partecipazione e di democrazia nel PSOE. Il fatto che questo fenomeno sia generalizzato in altri partiti non è una ragione per non esigerlo nel maggior partito di opposizone. Lo richiede questo paese.
*Traduzione ad opera di Nicola Tanno dell'articolo "Las contradicciones e las incoherencias de la socialdemocracia en la Unión Europea" pubblicato sul sito Publico.es
