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Calcio, fascismo e potere: il vero volto di CasaPound e l'aggressione ai tifosi dell'Ardita

Calcio, fascismo e potere: il vero volto di CasaPound e l'aggressione ai tifosi dell'Ardita

Succede in Italia, per la precisione in un campo di terza categoria di Roma, che un gruppo di una quarantina di fascisti incappucciati faccia irruzione sugli spalti per aggredire, picchiare e ferire con spranghe, mazze e picconi i tifosi della squadra ospite tra lo sguardo sgomento degli spettatori di casa. È successo in un campo della Flaminia, durante l'incontro tra il Magliano Romano e l'Ardita, squadra di calcio popolare nata 4 anni fa per offrire uno spazio sociale ed un punto di riferimento per i giovani delle periferie permettendo loro di condividere le proprie vite attraverso il calcio. Succede che viene colpita non una tradizionale squadra di calcio, ma una squadra, come tante altre stanno sorgendo in Italia, che porta avanti un progetto di riappropriazione degli spazi sportivi e dei valori dello sport come punti di riferimento fondamentali per la ricostruzione di un vivere comunitario, solidale, antirazzista e slegato dal potere economico che pervade ormai tutti i campi di calcio dalla serie A alla terza categoria. L'Ardita (un tempo Ardita San Paolo) è una squadra che si fonda sull'azionariato popolare, cioè sulla compartecipazione dei tifosi e dei simpatizzanti alla sorte del club e da qualche anno gestisce un impianto sportivo a Pietralata insieme a Liberi Nantes, club composto da rifugiati politici. Può bastare questo a spiegare un attacco così violento e vile da parte di un folto gruppo di estremisti di destra?

Esistono diverse esperienze di calcio popolare in Italia, dal Quartograd di Napoli allo Spartak Lecce al Brutium Cosenza, eppure finora non è mai successo nulla di così grave. Chi sono gli aggressori o almeno alcuni di loro? Qual è il confine tra un attacco estemporaneo e fine a sé stesso e un qualcosa di più profondo e orchestrato con obiettivi ben precisi? Tra i membri della squadraccia agli arresti compaiono figure legate tanto al tifo viterbese tanto a Casapound. Diego Gaglini, uno degli arrestati, è stato il candidato sindaco di Casapound alle scorse elezioni comunali di Viterbo ed Ervin Di Maulo era candidato consigliere nella stessa lista. Due esponenti di una lista che ha partecipato a delle elezioni comunali si nascondevano quindi dietro quei cappucci mentre, armati di spranghe e bastoni, picchiavano sugli spalti chiunque si parasse davanti. A scanso di equivoci, ci ha pensato il leader dei neofascisti Di Stefano a fugare ogni dubbio sulla loro provenienza: «Gaglini è innocente ed è mio fratello», grazie Di Stefano, ore ci è tutto più chiaro.

Può davvero succedere, in Italia, che durante una partita di calcio degli esponenti politici di non poco conto escogitino un'azione così violenta e infame? Certo, si risponderà che dai fascisti ti aspetti di tutto, è vero. Ed è vero che il fascismo per definizione è violenza cieca e viltà. Ma forse sarebbe riduttivo e fuorviante pensare solo agli aspetti psichiatrici che affliggono le camicie nere stirate da mamma lupa. Perché probabilmente, dietro all'antropologica e genetica pratica della violenza come strumento di disquisizione tra galantuomini si nasconde anche un problema di perdita del controllo sul territorio. Un territorio che negli ultimi anni ha visto crescere a dismisura (grazie all'ex sindaco Alemanno e ai suoi sodali nazifascisti) il potere, il consenso e gli affari di Casapound che oggi probabilmente vengono messi in discussione dalla nascita di progetti e pratiche sociali ben lontane dall'idea di mutuo sociale solo per ariani o occupazione di case da destinare solo a chi è iscritto al circolo dei balilla. È una violenza spietata che probabilmente nasconde un progetto politico ben preciso e non solo una scampagnata domenicale tra evasi di galera e ratti in camicia nera. Non solo questo, potrebbe esserci anche dell'altro come spiegano i ragazzi dell'Ardita: «questo è un chiaro attacco alla crescita del modello di calcio e di sport popolare, inteso come alternativa valida ad altri modelli a fini di lucro e che nel Lazio detengono il monopolio degli impianti sportivi. È un’aggressione organizzata per ribadire il predominio, la forza e l’intoccabilità di un modello di sport dilettantistico basato sul controllo del territorio come bacino di voti politici».

Evidentemente quindi i progetti dell'Ardita stanno mettendo in crisi alcuni spazi di potere allo stesso tempo politico, calcistico ed economico. Il lavoro dell'Ardita sta funzionando come antidoto a quella malattia che negli ultimi anni ha contagiato Roma e l'Italia e che si chiama neofascismo, intolleranza, culto del corpo, violenza e affarismo. Che la solidarietà all'Ardita, quindi, valga per tutte quelle squadre e quei progetti che attraverso il calcio popolare tentano di ridare socialità, dignità, legalità, giustizia e passione alle periferie d'Italia. Viva l'Ardita, viva il calcio popolare.

Ultima modifica ilLunedì, 24 Novembre 2014 23:48
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