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Piano giovani? Serve un reddito di formazione

Piano giovani? Serve un reddito di formazione

Rimbalza tra le redazioni di molti giornali la lettera di un insegnante di italiano che ieri, dopo la presentazione del "piano giovani" del Governo Letta, ha ricevuto una telefonata da parte del padre di un suo alunno: chiedeva stranamente all'insegnate di bocciare suo figlio, poichè nel suddetto piano giovani sono previsti incentivi per le aziende che assumono ragazzi senza titolo di studio. Nella lettera l'insegnante sottolinea l'ingiustizia di un provvedimento di bocciatura per lo studente, essendo il ragazzo particolarmente impegnato nello studio, oltre che nell'aiutare la famiglia. La lettera si è rivelata un falso di Kook Artgency, ma essendo mirata a lanciare un provocazione, ne prendiamo spunto per qualche riflessione.

Parallelamente, sui social network si sono scatenate le frustrazioni di un'intera generazione, che invece riesce ancora a studiare o sceglie di farlo, in una di guerra tra poveri digitale in cui ce la si prende con il governo, che non incentiva chi ambisce ad alti livelli di formazione o ne persegue il raggiungimento.

Le reazioni al piano giovani descrivono quanto, nella società italiana, la retorica del merito e l'individualismo traccino sempre maggiormente la cifra della nostra generazione. Manca purtroppo però a tanti miei coetanei un elemento: il piano giovani è un provvedimento tampone, nulla di stravolgente o sensazionale, qualche centinaio di milioni di euro che altrimenti l'Europa si sarebbe ripresa. Dall'indignazione che si può provare alla notizia di uno studente di cui viene chiesta la bocciatura per usufruire di questi incentivi, o da quella che provano quei miei coetanei, emerge un altro importante nodo di riflessione: i provvedimenti tampone non tamponano nulla senza un piano di sviluppo, anzi incentivano l'emorragia.

Se l'emorragia si chiama assieme disoccupazione giovanile e abbandono formativo, questa è destinata a crescere: quei miei coetanei che studiano e si indignano, non troveranno lavoro, e non perché si incentiva il lavoro non qualificato, ma perché il mercato del lavoro italiano non è in grado di assorbire lavoratori con un alto livello di formazione; e questo è dovuto a vent'anni di politiche industriali e di sviluppo assenti (bolla formativa).

I dati allarmanti sui giovani disoccupati non qualificati sono un problema da affrontare, tutto figlio delle crisi aziendali. Ma in quale direzione? Come si tutelano tutti? Se da un lato c'è chi è purtroppo uscito dai percorsi formativi e non vi rientrerà, è importante mettere in campo politiche di sostegno alla formazione: perché non legare universalmente al periodo di studio una forma diretta di reddito per i soggetti in formazione, come avviene in molti Paesi scandinavi? Non sarebbe questo un meccanismo per permettere a chi vuole studiare - soprattutto in tempi di crisi - di continuare a farlo, e a chi ha interrotto gli studi di tornare nei percorsi formativi, valorizzando allo stesso tempo chi invece vi è già, o ancora dare un incentivo a chi ha perso il lavoro per formarsi e rimettersi in gioco, dare dignità a chi ha borse di ricerca, o a chi vorrebbe entrare nel mondo accademico e della ricerca e ha bisogno di un sostegno per proseguire i percorsi di studio?

È proprio dall'investimento in conoscenza che dipende l'ammodernamento del nostro sistema industriale e modello di sviluppo, è su questo che bisogna scommettere per trovare un'occupazione a quel numero spaventoso di laureati ed iper-formati che non lavorano o, peggio, emigrano dall'Italia, e trasformarli nel perno di cambiamento della società, ma allo stesso tempo invertire la rotta della fuga da scuole ed università.

L'autore è coordinatore nazionale dell'Unione degli Studenti.

Ultima modifica ilMartedì, 22 Ottobre 2013 10:16
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