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Per i diritti e contro il ricatto della precarietà, i call center in piazza

Per i diritti e contro il ricatto della precarietà, i call center in piazza

In migliaia hanno riempito le strade di Roma mercoledì 4 giugno per lo sciopero nazionale dei lavoratori dei call center. Un misto indescrivibile di emozioni e partecipazione, tra la rabbia contro chi – dopo aver sfruttato – vuole delocalizzare, e la voglia di mettersi in gioco e di lottare per migliorare le condizioni di lavoro. Tantissimi giovani, insieme a colleghi più "anziani" ma accomunati dal medesimo destino lavorativo, hanno portato in piazza le proprie cuffie, poi simbolicamente dismesse per rivendicare diritti e partecipazione. La passione è ben visibile – d’altronde è necessaria - e la piazza diventa una via di mezzo tra lo sfogatoio per chi sta fisso su una sedia (scomoda) per otto e più ore ad ascoltare le lamentele di clienti sul piede di guerra solo quando non arriva in tempo la ricarica, e l'opportunità di dar voce alle proposte di valorizzazione di un settore che da anni subisce un forte calo di investimenti. Lavoratrici e lavoratori, spesso laureati, hanno rivendicato l’estensione dei diritti a tutti i paesi europei per evitare il meccanismo del “prendi i soldi (pubblici) e scappa”, caratteristico delle aziende che operano nel nostro Paese, in particolare nel settore: è quello che stanno facendo le aziende come Almaviva, Telecontact o Assist, solo per citarne alcune.

In questi anni la regolarizzazione e la stabilizzazione dei lavoratori precari nel settore inbound (ovvero i call center che ricevono le chiamate, ovvero i servizi di assistenza clienti) sono state barattate dai governi con incentivi alle imprese che hanno prodotto la frammentazione del settore. In Italia sono infatti 2.270 le aziende che operano nel settore, contro i colossi europei che vedono una maggiore concentrazione e un numero più elevato di grandi aziende (in alcuni casi con 100-200 mila lavoratori). Ora, finiti gli incentivi, è ripartita la girandola delle aziende che vogliono scaricare il loro rischio di impresa sui lavoratori attraverso esternalizzazioni, appalti e subappalti nel migliore dei casi, fino ad arrivare alla delocalizzazione. Siamo oltre la denuncia del rischio di emigrazione delle aziende, perché il settore ha vissuto anche delocalizzazioni interne che hanno prodotto ulteriori divisioni nel Paese e nel fronte dei lavoratori, messi uno contro l’altro per un lavoro sottopagato. Ma la piazza europea che abbiamo visto cerca di superare questi steccati e si riunisce in una grande battaglia per il lavoro di qualità, fatto di processi di formazione e di partecipazione. Una piazza, insomma, capace di guardare oltre lo schermo dietro al quale questi lavoratori si trovano quotidianamente, che chiede con forza l’attuazione della direttiva 2001/23/CE che prevede clausole sociali per il mantenimento dei diritti in caso di esternalizzazione ad altra azienda. Le aziende appaltatrici si tirano fuori da ogni responsabilità. A Napoli, epicentro italico di agenzie di servizi e di call center, questo si chiama “gioco delle tre carte”: chi mescola le carte vince sempre e non svela mai il trucco, chi gioca rischia di perdere tutto. E in questo caso i lavoratori si assumono tutto il rischio perché le grandi aziende appaltano l’assistenza clienti a società di servizio che spesso a loro volta subappaltano il lavoro, con il risultato che in tutti questi passaggi le aziende guadagnano a discapito dei lavoratori, le cui condizioni di lavoro vengono riviste invariabilmente al ribasso.

Ora, però, serve uno sforzo ulteriore: in questi anni non solo le aziende hanno diviso il fronte dei lavoratori ma anche i governi. La politica dei due tempi del Governo Prodi e del suo ministro del lavoro Cesare Damiano ha prodotto una spaccatura verticale tra gli operatori dell’inbound, che hanno vissuto i processi di stabilizzazione, e i lavoratori dell’outbound, che continuano a lavorare con contratti a progetto o addirittura con la partita Iva pur essendo nella realtà lavoro dipendente. La mobilitazione di mercoledì ci dice che i lavoratori vogliono un lavoro di qualità non sottopagato e sfruttato fino all’osso, precario in qualsiasi condizione e con ogni tipologia contrattuale – anche a tempo indeterminato – sotto ricatto. Quella piazza aveva due voci in una: da una parte quella vertenziale e rivendicativa, dall'altra quella politica che ci diceva che sono necessarie politiche industriali e un nuovo modello di sviluppo (per inciso, è da qui che dovrebbero partire processi politici collettivi dal basso per creare una rappresentazione politica dei soggetti reali). 

Sul fronte sindacale è necessario ampliare il fronte rivendicativo e riunire sotto la bandiera della solidarietà tutte le lavoratrici e i lavoratori del settore per migliorare la condizione di tutte e tutti indipendentemente dal contratto o dal servizio che offrono (inbound/outbound). Chi ha chiamato per tutto il giorno di mercoledì 4 giugno senza trovare assistenza deve capire che, senza quelle lavoratrici e senza quei lavoratori, non esiste assistenza ai clienti e altri servizi di cui usufruiscono, e che se non cambiano le condizioni non risponderà più nessuno.

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