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#11gennaio, professionisti della cultura in piazza contro il bando-truffa di Bray e per la dignità del lavoro culturale

#11gennaio, professionisti della cultura in piazza contro il bando-truffa di Bray e per la dignità del lavoro culturale

La dignità del lavoro, la valorizzazione professionale, il contrasto allo sfruttamento della precarietà, il rifiuto e l’indisponibilità verso politiche di reclutamento che non tengono minimamente conto dei percorsi formativi. 

Sono queste le tematiche che un vasto cartello di “professionisti della cultura”, che raccoglie oltre 40 tra associazioni professionali, cooperative, sindacati e movimenti che operano nel settore strategico dei beni culturali, ha affidato alla piattaforma della manifestazione nazionale che si terrà domani 11 gennaio a Roma in Piazza della Rotonda del Pantheon, dal titolo “500 NO al Mibact!”

Oggetto della protesta è il bando “500 giovani per la cultura”, emanato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo il 6 dicembre scorso: un vero e proprio insulto alle competenze dei professionisti e alla cultura italiana. Ad agosto, con il varo del decreto Valore Cultura (d.L. 91 convertito in L. 112/2013), il Presidente del Consiglio Enrico Letta con grande enfasi aveva annunciato: "Diamo lavoro a 500 giovani per la cultura”; ma a leggere bene le direttive del bando, più che lavoro si tratta di sfruttamento di manodopera di neolaureati con una retribuzione da Servizio Civile Nazionale, 5000 euro lordi per 30 ore settimanali da svolgersi nell’arco di 12 mesi, per “attività di inventariazione e di digitalizzazione del patrimonio culturale italiano, presso gli istituti e luoghi della cultura italiani”. 

Il bando non dà alcuna garanzia di assunzione futura presso il Mibact, ma solo punteggio per altri concorsi, nella più pura logica di guerra tra poveri, presunti giovani e presunti vecchi (questi ultimi affatto vecchi anagraficamente nel settore, ma con alle spalle decine di anni esperienze dirette, spendibili sicuramente meglio per quanto concerne le finalità del bando). 

I requisiti iniziali sono stati parzialmente modificati dal Ministro Bray dopo l’ondata di indignazione e i presidi sotto la sede del Ministero da parte delle associazioni promotrici: l’ampliamento della votazione ammessa da 100 a 110 (e non solo a partire da 110, come era previsto all’inizio); l’eliminazione del vincolo relativo alla certificazione linguistica; l’inserimento della possibilità di ulteriori 15 giorni di assenza giustificata per ragioni di ricerca (e, se necessario, interruzione del tirocinio per 3 mesi per gli stessi motivi); svolgimento dell’attività in 600 ore annue, meno rispetto alle 30 ore settimanali previste in precedenza.

Palliativi che tuttavia non risolvono il principio di fondo, e cioè che il lavoro culturale, strategico per la crescita sociale ed economica di un Paese come l’Italia, che primeggia in Europa e non solo come presenza di patrimonio in grado di integrare sistemi di valorizzazione turistica del paesaggio, sia catalogabile a mero progettificio o ad agglomerato dell’esercito di riserva contrattuale nella scala delle buone intenzioni paternalistiche. 

Pompei insegna, e Luciano Bianciardi pure, quando nel suo pamphlet Il lavoro culturale, per spiegare bene il distacco della conservazione del potere nei confronti della Cultura e del Lavoro racchiuso in essa ammoniva sornione: “Gli etruschi? Ma gli etruschi non sono mai esistiti. Voi vi chiedete da dove sono venuti, se dal continente, o dall'Asia Minore, o dall'America; avanzate anche l'ipotesi che siano sempre stati qui. Ebbene, avete tutti ragione e tutti torto, cioè vi ponete un problema che non ha senso. Avrebbe senso chiedersi da dove sono venuti i piemontesi, o i toscani, o i milanesi? Non esistono popoli che, tutti d'accordo, un bel giorno prendono il mare (dove trovano tante navi, oltre tutto?) e se ne vanno altrove”.

I Professionisti della Cultura non vogliono diventare schiavi e non vogliono che i loro futuri colleghi, ammaliati da un avvenire semplice, a tempo scadenzato quanto truffaldino, lo diventino a loro volta nell’immiserimento del presente. 

 

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