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Stop Sopa: oggi protesta sul web

Il web si mobilita contro il Sopa (Stop Online Piracy Act), la legge antipirateria online in discussione al Congresso americano. Dallo slancio di Wikipedia alla presa di posizione forte e autorevole della grande G (anche se google non sospenderà il servizio) oggi internet è scenario di una forte protesta contro una legge che, sostengono in molti, mette a repentaglio la stessa libertà di parola e opinione negli Stati Uniti.

Questa proposta di legge è nata per contrastare la pirateria informatica e difendere i diritti d’autore su Internet. Una proposta di legge con contenuti simili, il Protect IP Act (PIPA), è stata presentata dal senatore del Vermont Patrick Leahy, democratico, a maggio del 2011.

 

La legge è stata proposta ad ottobre del 2011 dal repubblicano Lamar Smith, 64 anni, e ha ricevuto il sostegno di altri 31 deputati repubblicani. Lo stesso deputato ha in passato ha proposto leggi contro l’aborto e per consentire un maggior controllo delle forze dell’ordine sul software e sulle comunicazioni.

La proposta iniziale conferirebbe al Dipartimento di Giustizia degli USA o ai detentori dei diritti d'autore il potere di chiedere un’ordinanza giudiziaria contro i siti Internet che violano i diritti di autore o ne aiutano la violazione. Una volta ottenuta l’ordinanza, il governo potrebbe imporre ai provider di bloccare i siti sospetti e i loro canali di finanziamento. La legge stabilisce pene fino a cinque anni di carcere. Chi è colpito dall’ordinanza ha (solo n.d.r.) cinque giorni di tempo per presentare un appello, ma il blocco dei siti è previsto prima ancora che un processo stabilisca le eventuali responsabilità dei gestori dei siti. 

Sono stati presentati molti emendamenti alla legge, ma il nucleo del provvedimento sta nella possibilità, da parte delle autorità federali, di bloccare l’accesso, la pubblicità e i canali di finanziamento per i siti che vendono o semplicemente pubblicano illegalmente materiale protetto dai diritti d’autore negli Stati Uniti. Un esempio: lo streaming di un video di cui non si possiedono i diritti d’autore costituirebbe un reato punibile con il carcere. Non solo: potrebbe essere considerato reato anche il semplice linkare contenuti che violano i diritti d’autore, in quanto aiuto alla loro diffusione.

La misura è al centro di un acceso dibattito che ha visto anche un botta e risposta a distanza tra Rupert Murdoch e la Casa Bianca, accusata dal magnate dei media di schierarsi «con i pirati della Silicon Valley». Dopo il blocco annunciato nei giorni scorsi da molti siti come Mozilla, TwitPic, il collettivo Anonymus e BoingBoing del celebre guru del web Cory Doctorow (che sta pubblicizzando un meetup fisico, non virtuale, per oggi a New York), nelle ultime ore è arrivata l'adesione del fondatore di wikipedia, Jimmy Wales, che ha twittato: «Studenti attenzione, fate i compiti presto mercoledì. Wikipedia protesta contro una pessima legge». La versione inglese dell'enciclopedia libera, infatti, sarà offline per 24 ore, secondo alcune stime il blocco coinvolgerà 100 milioni di persone. la lista dei siti che aderiscono è su www.sopastrike.com.

Anche Google, Twitter e Yahoo hanno espresso molte perlessita spiegando che «concederebbero al governo Usa il potere di censurare internet con procedure simili a quelle usate da Cina, Iran e Malesia». Il nodo reale è che questa norma costringerebbe questi colossi a “verificare” il copyright di tutto ciò che li attraversa, rischiando altrimenti di essere condannati per favoreggiamento alla violazione del copyright, che nella testa del senatore Smith è equiparabile ad un furto.

Queste grandi società informatiche si sono riunite nella NetCoalition riconoscendo comunque la necessità di nuove norme per contrastare la pirateria informatica, ed è stata presentata al Congresso una proposta di legge alternativa, chiamata OPEN e sostenuta tra gli altri proprio da Google e da Facebook, che interviene principalmente sul ruolo del Dipartimento di Giustizia nel mettere in atto i provvedimenti anti-pirateria. 

E per contrastare Sopa Google ha spiegato che oggi ci sarà un'iniziativa sulla sua homepage Usa. Pur appoggiando la protesta, i big di Internet non mostrano dunque intenzione di seguire Wikipedia nel blackout forse in virtù del fatto che qualche giorno fa è intervenuto Barack Obama. «Sebbene riteniamo che la pirateria online sia una problema grave che necessiti di una serie risposta legislativa - ha scritto la Casa Bianca in un comunicato ufficiale - non sosterremo leggi che riducono la libertà di espressione, aumentano il rischio in materia di cyber-sicurezza o minano il dinamismo e l'innovazione di internet a livello mondiale». E non si è fatta attendere - via Twitter - la dura risposta di Rupert Murdoch. «Obama ha attirato nel suo campo i padroni della Silicon Valley che minacciano tutti i creatori di software con la pirateria, un furto puro e semplice», ha scritto il tycoon che ha definito Google «leader della pirateria online». E dopo l'intervento della Casa Bianca e l'ammorbidimento di alcune posizioni politiche qualcuno inizia a cantar vittoria. Ma i due progetti di legge sono ancora in piedi e il voto previsto per oggi è stato rimandato probabilmente alla prossima settimana.

Ultima modifica ilMartedì, 22 Ottobre 2013 10:27
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