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Mondadori e l'esercito dei redattori invisibili

Mondadori e l'esercito dei redattori invisibili

Ha fatto tanto rumore, anche grazie all'articolo pubblicato sul Corsaro, il caso che ha visto protagoniste Giulia Ichino e Chiara Di Domenico.
Crediamo che ora sia arrivato il momento di cogliere questa occasione per fare luce sul mondo del precariato sottopagato che mantiene in piedi il settore dell'editoria italiana, e di cui, nonostante tutte le polemiche, si è parlato ben poco.

Quando leggete un libro, difficilmente siete consapevoli del lavoro che c’è dietro ogni singolo rigo. Nessuno, del resto, fa qualcosa per ricordarvelo, anzi: la moltitudine di passaggi dal redattore al correttore di bozze viene sempre adeguatamente tenuta nascosta al lettore, come se ogni libro fosse un miracolo sgorgato direttamente dalla penna di un ispirato autore, l’unico il cui nome sia degno di figurare. Non è così.

Ogni libro, prima di essere pubblicato, passa come minimo tra le mani di un editor, un copyeditor, un grafico-impaginatore, due correttori di bozze, talvolta un indicista. Nelle realtà editoriali più piccole alcuni di questi passaggi vengono accorpati in una stessa figura, ma il risultato in termini di mole di lavoro non cambia. Fatta eccezione per l’editor, la maggior parte di queste figure è pagata a cartella. La cartella è l’unità di misura più o meno condivisa del mondo editoriale: scriviamo “più o meno” perché c’è chi la intende da 1800 battute e chi da 2000 – per semplificare i calcoli al ribasso.
Il prezzo a cartella non è fisso. In genere è frutto di una sottile contrattazione psicologica tra l’editore e il redattore basata sulla consuetudine: “di solito prendo 0.50” “di solito paghiamo 0.30” (centesimi a cartella – naturalmente le cifre sono da intendersi sempre approssimate rispettivamente per eccesso e per difetto, come la regola della contrattazione da mercato ortofrutticolo impone). Dunque a parità di esperienza e di tipo di lavorazione, anche all’interno della stessa casa editrice non è detto che due redattori vengano pagati alla stessa maniera.

Quanto agli inquadramenti contrattuali, nell’editoria si toccano picchi di creatività inesplorata: prestazione occasionale e partita iva sono le più gettonate, anche quando presuppongono più o meno informalmente la presenza in ufficio otto/dieci ore al giorno cinque giorni su sette, più il lavoro a casa nei weekend. Un contratto di apprendistato è percepito come una fortuna, un tempo determinato o indeterminato una sfacciataggine di cui quasi vergognarsi. Non che un contratto nazionale per le professioni editoriali non ci sia; è solo che, se nessuno è contrattualizzato, quel contratto è poco più che carta straccia. Inutile sottolineare che la rappresentanza sindacale, in una situazione come questa, è perlopiù inesistente quando non impossibile.

Per questo, complice la mannaia della riforma Fornero, si può arrivare alla paradossale situazione di un gruppo di 50 precari Mondadori che si ritrovano a negoziare con l’azienda la “trasformazione delle collaborazioni autonome in rapporti di lavoro subordinato, anche rinunciando ad alcune delle prerogative di questi rapporti”. Una frase che già dovrebbe far venire i brividi anche solo per gli echi à la Pomigliano che si porta dietro. Ancor di più se si pensa che tutto questo succede sotto l’egida di Pietro Ichino, negli stessi giorni in cui infuria la polemica tra sua figlia e Chiara Di Domenico.

È lui stesso a dirlo, in un articolo del Corriere: «Dietro loro invito, ho suggerito le modifiche alla bozza di lettera che avevano scritto e della quale il loro legale ha poi dato stesura definitiva. Ho detto che i rapporti di collaborazione possono essere trasformati in rapporti di lavoro dipendente regolare, senza aumenti di costo e di rigidità, per esempio seguendo il modello già sperimentato dalla contrattazione collettiva nel settore del marketing operativo. Hanno seguito le mie indicazioni».

Il modello a cui Pietro Ichino fa riferimento è questo: un contratto “con modifiche che consentano l’instaurazione di nuovi rapporti di lavoro o la trasformazione dei rapporti attuali dalla forma della collaborazione autonoma a quella del lavoro subordinato con aumenti di costo opportunamente graduati nel tempo e rimodulando a tale scopo le materie dei minimi retributivi, le mansioni e gli inquadramenti, l’orario di lavoro, la flessibilità del lavoro, gli artt. 4 e 24 della Legge 223/91”. Tradotto in soldoni, un indeterminato più flessibile e con meno garanzie. Attenzione: non si tratta di una soluzione temporanea con cui i dipendenti vengono incontro all’azienda (che peraltro è il più importante gruppo editoriale italiano, non una piccola casa editrice di provincia che fatica a sbarcare il lunario), ma di un assaggio del nuovo contratto unico, che prevede, tra le altre cose, l’assunzione con regime contributivo al 30% e deroga totale dell’articolo 18 per i primi due anni (parziale a partire dal terzo anno, con “sconti di pena” in caso di licenziamento per motivi economici). Il tutto abbinato a una proposta di riforma della rappresentanza sindacale che agevola il decentramento della contrattazione. È la flexicurity (molto flexy e poco security) che Ichino già da tempo propaganda come panacea per tutti i mali del precariato.

Secondo quanto riporta la Rete Redattori Precari, circa il 55% dei redattori Mondadori è costituito da lavoratori precari, esternalizzati, a progetto, a partita iva. Brutalmente, significa che circa un lavoratore su due non ha diritti né garanzie. In che modo, si chiede sempre la Re.re.pre., un arretramento sul piano dei diritti, delle tutele, della retribuzione potrebbe sistemare una situazione simile?

La lettera a cui si fa riferimento nell’articolo del Corriere è stata spedita dal gruppo dei precari il 18 gennaio, e ad oggi non avrebbe ricevuto risposta. Non ne è stato diffuso il contenuto, ma se le proposte fossero in linea con quello che le dichiarazioni di Ichino lasciano supporre, creerebbero un precedente che potrebbe cambiare le carte in tavola non solo in Mondadori.
A cosa ha portato il modello Pomigliano, e quanto sia fallimentare, lo sappiamo già. 

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