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Alessandro Bonvini

Alessandro Bonvini

Susan B. Anthony la 'suffragetta' che non pagò, che gridò giustizia

Il 18 giugno riporta alla memoria la storia di Susan B. Anthony, la suffragetta statunitense che lottò per il diritto di voto alle donne e che osò violare la legge.

Quando nel gennaio 1868, a New York, cominciarono a circolare le prime copie del settimane The Revolution, il motto che seguiva il titolo recitava: "La vera Repubblica- gli uomini, i loro diritti e niente di più; le donne, i loro diritti e niente di meno”. A dirigere quel giornale che faceva storcere il naso ai castigati parlamentari del Congresso, parlando di giustizia sociale e uguaglianza tra i generi e strabuzzare gli occhi agli irreprensibili capitani dello sviluppo a stelle e strisce, battendosi per i diritti degli afroamericani e  per  il suffragio delle le donne, era Susan B. Anthony.

Argentina: è morto Jorge Rafael Videla, il dittatore della 'guerra sporca'

E’ morto, a Buenos Aires, nel carcere di Marcos Paz, Jorge Rafael Videla. Per sempre se ne vanno con lui il sangue dei desaparecidos ancora senza memoria e un pentimento mai nemmeno sfiorato. Al secolo, e su molti libri di storia, è passato come l’ ”Hitler della Pampa”. Era l’ultimo dei dittatori argentini ancora in vita e nessuna cerimonia lo accompagnerà nella tomba, ma solo un martellante silenzio per ciò che non ha detto, per ciò che fece, per ciò che forse non si saprà. Fu l’esecutore della cosiddetta “guerra sucia”, un programma politico di repressione violenta a danni delle donne e degli uomini del suo paese, con lo scopo di eliminare dall’interno ogni possibile forma di dissidenza, attraverso sequestri, persecuzioni, torture, “vuelos de la muerte” e arresti.

Guatemala: condannato l’ex-dittatore José Efraìn Rìos Montt per genocidio

Si presentò come l’eletto da Dio José Efraìn Rìos Montt quando, a pochi giorni dal golpe del marzo 1982, si impose al potere in Guatamela. Perseguitò, ammazzò e trucidò donne, bambini e contadini durante il suo governo. Lui, fanatico dittatore, che regnò col fucile in una mano e predicò con la Bibbia nell’altra. Oggi, in moltissimi, maledicono ai piedi di Dio, nella terra guatemalteca, questo spietato e sanguinario carnefice. Il 10 maggio scorso a Città del Guatemala è giunta contro di lui una storica sentenza: José Efraìn Rìos Montt è stato condannato a cinquant’anni di prigione per genocidio e a trent’anni per crimini di lesa umanità, in un processo aperto dal giudice Miguel Ángel Gálvez nel febbraio 2013.

In particolare Rìos Montt è stato dichiarato il mandante di 15 massacri che uccisero 1.771 indigeni ixiles del dipartimento del Quiché nei mesi del suo breve ma efferato regime, tra il 1982 e il 1983. Una sentenza tardiva, questa, come fiacca è quasi sempre la giustizia che deve punire i potenti, ma al contempo questa è una sentenza dal forte valore storico: perché restituisce un po’ di dignità perduta ai disgraziati della storia latino-americana, gli indigeni maya, e perché strappa il velo dell’oblio da un passato, quello guatemalteco, assai torbido.

Le elezioni in Venezuela e la mano de dios

Fu divino nella terra degli umani: quella dove il calcio diventa arte dell’impossibile e i sogni degli ultimi si avverano. Fu umano nella terra degli dei: quella dove la venerazione acceca e i sogni degli ultimi si fanno incubi. Per i tecnocrati della FIFA è il nemico dichiarato, per i moralisti di questo mondo uno da cui stare alla larga, per tutti gli altri il più grande di sempre. Di Diego Armando Maradona e dei suoi indimenticabili gol s’è scritto e si continua a scrivere a profusione. Così come della sua vita e delle sue cadute. Ma negli ultimi anni, sempre più prepotentemente, si è affermata l’immagine politica ed impegnata del “Pibe de oro”. Lui sinistro di piede e di sinistra nell’anima.

Emiliano Zapata: il rivoluzionario che fu ucciso e che continua a vivere

Ricorre oggi l'annversario della morte di Emiliano Zapata, rivoluzionario messicano ucciso in una imboscata il 10 aprile 1919.  

Quando sulla sua testa venne messa una taglia di circa centomila pesos, non pochi erano quelli che lo volevano vedere morto. Soprattutto erano ricchi e potenti: gli opportunisti dell’ultimo momento e i voltagabbana della causa contadina. Ufficialmente, in Messico, con la costituzione del Querétaro del 1917, il lungo ciclo rivoluzionario iniziato alla fine del 1910 poteva dirsi concluso. Ma gli strascichi di quella sanguinosa lotta continuarono, protraendosi fino al 10 aprile 1919: fino agli ultimi giorni di vita di Emiliano Zapata, l’invincibile. “El caudillo del sur”, come venne soprannominato in quegli anni di pena e di speranza, e i campesinos suoi seguaci da anni chiedevano giustizia,  lottando per la libertà della terra, il diritto di sciopero e il riconoscimento dei sindacati. Nel paese delle disuguaglianze e delle menzogne, dove lo strapotere dei latifondisti sostenitori di Porfirio Dìaz calpestava diritti e consumava vite umane, Emiliano Zapata lanciò il grido “Reforma, Libertad, Justicia y Ley”, mettendosi a capo di un ampio esercito, fatto di contadini, indiani e meticci.

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