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Alessandro Bonvini

Alessandro Bonvini

L’ultimo giorno di Salvador Allende, il presidente che morì resistendo

Quarantaquattro anni, diverse bombe e molti proiettili fa nel palazzo de La Moneda moriva Salvador Allende. Da quell’11 settembre 1973, fino al marzo 1990, per diciassette odiosi anni la dittatura di Augusto Pinochet governò impunita, torturando, reprimendo, uccidendo. Quel giorno di settembre il piano dell’Operazione Condor poteva dirsi riuscito e il piano per rovesciare il parlamento cileno era entrato nella sua fase finale, obiettivo: abbattere un governo democraticamente eletto ed instaurare un regime dittatoriale. In quelle ore di drammatica violenza e feroce tristezza, come le ha definite ultimamente Luis Sepúlveda, il presidente Allende decise di resistere. E lo fece impugnando un Ak-47 che qualche tempo prima gli aveva regalato Fidel Castro. Lui, Allende, rivoluzionario convinto che fece la rivoluzione senza sparare un colpo, con la costituzione in mano ed il socialismo nella testa, resistette per oltre sei ore nel palazzo presidenziale, in maniche di camicia e con un caschetto da minatore in testa.

“I have a dream” compie cinquant’anni. Perché sognare significa non smettere di lottare

Il 28 agosto 1963, a termine della lunga marcia a Washington, Martin Luther King tenne il famoso discorso “I have a dream”. Quelle parole compiono oggi cinquant’anni, ma sembrano non invecchiare mai.

All'FBI quel pastore di colore proprio non andava giù. Secondo un memorandum Martin Luther King era il più pericoloso leader nero del paese. Pericoloso perché in odore di comunismo? Chissà. Pericoloso perché fiero oppositore della guerra in Vietnam? Probabile. Ma King era pericoloso soprattutto perché parlava, come quando difese la donna afroamericana Rosa Parks accusata di non aver lasciato il suo posto sull’autobus a un ragazzo bianco, e parlava tanto, come quel giorno al Lincoln Memorial di Washington. Da allora gli uomini di J.E. Hoover non gli si staccarono più di dosso, ma poco poterono fare contro quel nero che parlava come un bianco e che sognava più di un bianco. Il 28 agosto 1963 circa 250.000 persone presero parte alla celebre “marcia per il lavoro e la libertà” e assistettero a quello che forse è diventato il discorso più celebre del XX secolo: “I have a dream”. Per diciasette minuti il leader dei diritti civili degli afroamericani trattenne la folla dei manifestanti, e il resto dell’America che lo guardava alla tv, osando dire l’indicibile: che la giustizia passava per l’uguaglianza, che la libertà non conosceva differenze razziali e che gli uomini, in fondo, erano tutti uguali.

Colombia: continua la protesta dei contadini del Catatumbo

Da quando il grido “Somos todos Catatumbo” si è levato, l’urlo dei contadini della del dipartimento colombiano di Norte Santander ha attraversato praticamente tutto il paese. E la lotta, iniziata da poco più di quattromila agricoltori il 26 giugno, è sconfinata in tutto il settore primario: fino al grande sciopero dello scorso 19 agosto. La battaglia per la difesa della propria terra, nella zona del fiume Catatumbo, si è trasformata presto in largo movimento popolare che ha investito studenti, produttori, camionisti, medici e minatori, appoggiati dai sindacati. Divenendo così lotta contro le oligarchie finanziarie, contro il governo Santos e contro le multinazionali estrattiva.

Santiago de Cuba, 26 luglio 1953: quando tutto sembrò perduto e nacque la rivoluzione

A sessant’anni dal fallimento della Moncada, oggi a Cuba si festeggiano quella data e quegli uomini che pochi anni dopo abbatterono il regime dittatoriale di Batista. Un giorno, il 26 luglio, che per molte e molti è giorno nazionale della Ribellione e che fu inizio della rivoluzione.

In fondo nessuno, o quasi, al calar della sera del 26 luglio avrebbe scommesso un peso sulla fattibilità dei propositi rivoluzionari di Fidel Castro e del suo gruppo. Il tentativo dell’assalto alla caserma Moncada, grosso fortino situato nella parte alta di Santiago, si risolse in una disfatta: tanto tragica per i suoi esiti, quanto opprimente per le sue conseguenze.

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