In prima persona: la responsabilità dei cittadini verso le generazioni future. Dialogo con Salvatore Settis
- Scritto da Rocco Albanese
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Pubblichiamo un interessante dialogo di Rocco Albanese e Maria Labate con Salvatore Settis, pubblicato nello scorso dicembre per il secondo numero dei Quaderni Corsari, rivista di approfondimento autoprodotta che nasce da una costola de ilCorsaro.info, e disponibile gratuitamente online. Nel secondo numero abbiamo scelto di affrontare la questione ambientale. Leggete online o scaricate gratis il secondo numero della rivista: "Pensare ecologico: i limiti del pianeta e il nostro futuro".
Leggere al chiuso della propria stanza l’ultima pubblicazione di Salvatore Settis, Azione popolare – cittadini per il bene comune, non è sufficiente. Questo libro, infatti, per i messaggi che trasmette, dovrebbe essere presentato e discusso nelle piazze e negli spazi pubblici italiani.
Il saggio pubblicato da Einaudi il 6 novembre 2012 rappresenta un’ulteriore testimonianza dell’impegno civile di Settis, collocata in un percorso già avviato da precedenti testi come Italia S.p.A. – L’assalto al patrimonio culturale (2002) e Paesaggio Costituzione cemento. La lotta per l’ambiente contro il degrado civile (2010). Lo studioso calabrese ha portato avanti, con interventi sempre più intensificati negli ultimi due anni, su testate come «Repubblica» e «Il Sole 24 Ore», una critica severa a politiche bipartisan, che in nome di un’idea del tutto distorta di “sviluppo”, sviliscono territorio, cultura e ambiente, considerandoli come merci da privatizzare per fare cassa.
Sembra quasi superfluo presentare una personalità così autorevole: tra i più importanti intellettuali italiani nel mondo, Settis è professore emerito di Archeologia greca e romana, direttore emerito della Scuola Normale di Pisa, membro di molte Accademie in Europa e in America. Per i suoi eclettici percorsi di studio, ha ricevuto la laurea honoris causa in Giurisprudenza dalle Università di Padova e Roma Tor Vergata. Nel 2008 ha rassegnato le dimissioni dalla carica di presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali dopo gli scontri con l’allora ministro Bondi.
Le riflessioni contenute nel libro si riferiscono a temi molto complessi, ma un elemento centrale per l’analisi del testo consiste proprio nel modo in cui tali riflessioni sono affrontate. Con un linguaggio accessibile, Settis sa arrivare a più tipi di lettore, mettendo a fuoco la crisi economica e della democrazia da molti punti di vista. Viene denunciata la resa della politica – che Settis, riprendendo Corrado Alvaro, chiama «inaderenza» – di fronte al ricatto delle esigenze dei Mercati: nuove divinità che ammettendo una sola strada possibile (There is no alternative) considerano superflua la democrazia e minano le fondamenta del programma costituzionale (diritti, giustizia sociale, uguaglianza, legalità). Peccato che queste stesse divinità rappresentino ciò che sta all’origine della crisi. Peccato, poi, che proprio le “terapie” del pensiero unico – austerità, tagli ai servizi sociali, aggressione e sfruttamento dell’ambiente – non facciano altro che alimentare la crisi, come ormai riconosciuto dalla stragrande maggioranza degli economisti.
Settis è consapevole, nel citare i lavori di Karl Polányi, che quando la sfera economica cancella ogni possibilità di dialettica democratica, siamo ad un passo dalla deriva fascista. Da questa coscienza nasce, forse, la necessità di richiamarsi in modo costante alla Costituzione, vista quale «rivoluzione promessa» (Calamandrei) ma anche come l’eredità di un patto altissimo tra culture diverse, che è nostro dovere tradurre in realtà.
La Costituzione, peraltro, serve all'autore per intervenire nel dibattito sui beni comuni. Da un lato, si mette in guardia dal rischio che un uso inflazionato faccia perdere senso all’espressione beni comuni. Dall’altro, a partire da un’analisi delle differenti definizioni sino ad oggi offerte, si denuncia (ed è bene precisare che non tutti gli studiosi sono d’accordo) come apparente la distinzione tra:
a) il bene comune al singolare (in senso valoriale), già presente nella nostra Costituzione sotto altre espressioni come «interesse della collettività», «utilità sociale e generale», «pubblico interesse», «funzione sociale della proprietà»;
b) i beni comuni al plurale (in senso tangibile), che sono al centro del dibattito teorico e delle lotte dei movimenti in quanto essenziali alla promozione del bene comune “al singolare”.
La ricca riflessione contenuta in Azione popolare è animata da un filo rosso, rappresentato dalla necessità di creare, grazie alla Costituzione e a una visione ecologica (e quindi complessa) del mondo, un ponte ideale tra passato e futuro. Simile collegamento è individuabile nel forte appello, lanciato a chi legge, ad assumere la propria responsabilità di cittadini «in prima persona» verso le generazioni future. In questo senso Settis, riprendendo Nietzsche, fonda nel testo un’etica «della lontananza», chiedendo che al centro delle agende politiche e dell’impegno sociale siano posti chi ci è lontano nel tempo, chi ci è lontano nello spazio e chi lo è per stile di vita, diritti sociali, lavoro e salute.
Questa tesi è tra le più interessanti del libro, perché dimostra quanto sia necessaria un’etica dei diritti, e allo stesso tempo svela con «buon senso» una grande verità dimenticata, e cioè che i diritti sono di tutti oppure non sono. Ecco perché la lontananza nel tempo è più importante delle altre, aggregandole e includendole. Il pianeta e l’ambiente hanno diritto di conservare le eredità ecologiche del passato e a rigenerarsi nel futuro. Allo stesso modo, le istanze delle generazioni future sono legate al clima ed alla biodiversità: ma non si può dimenticare che in un contesto ecologico sano, cui la futura umanità ha diritto, deve essere ricompreso anche il passato, vale a dire il patrimonio culturale con le sue diversità.
La presenza di così tanti spunti di riflessione ci ha spinto a voler dialogare direttamente con Salvatore Settis di alcuni passaggi salienti del suo lavoro, partendo in particolare dal rapporto, oggi così problematico, tra economia ed ecologia.
Economia-ecologia
Sono due concetti alla base della Sua riflessione e che Lei pone in un rapporto antitetico. Nel libro si parla espressamente di un’incompatibilità tra la «lungimiranza bifronte» di una visione ecologica e il neoliberismo come modello economico e di pensiero unico. Perché questa opposizione è così radicata e profonda?
Mercificando ogni cosa, anche il patrimonio culturale, e sottomettendo alle pretese leggi universali del mercato le arti e la scuola, la salute e il destino degli esseri umani (il lavoro), le ideologie e le pratiche neoliberistiche hanno uno sguardo corto, anzi cortissimo. Rinunciano al tempo stesso ad alimentare la memoria del passato e a costruire il progetto di un futuro “lungo”. In questa cinica “presentificazione”, che pochi guadagnino molto oggi conta assai di più della prospettiva che tutti guadagnino moltissimo domani. Riflettere sull’assoluta necessità di una «lungimiranza bifronte» può, anzi deve, creare i necessari anticorpi contro questo disperato e disperante presentismo.
Biocapitale
«Il sistema dei mercati contraddice se stesso: prezza tutto, ma non assegna un costo alle risorse naturali, non le incorpora tra i fattori della produzione. […] Dà un prezzo alla forza lavoro, ma non assegna un valore alla cultura e ai diritti di chi lavora, e perciò non elenca tra le perdite i tagli alla ricerca, alla scuola, alla musica, ai musei (la cultura non si mangia)». In questo passaggio nodale viene messa in risalto la miopia del sistema dei mercati che considera le risorse ambientali e culturali «a costo zero», distruggendo quello che viene definito come «biocapitale». Di cosa si tratta? Nell’idea di biocapitale qual è il rapporto tra il lavoro, i saperi e i beni comuni?
Nei conti economici, di cui spesso (anche nelle agende del nostro “governo tecnico”) si predica la limpida razionalità, manca costantemente una riflessione sul consumo delle risorse naturali, che vengono intese come un deposito inerte e infinito, quando sappiamo benissimo che non è così. Se misuriamo l’impronta ecologica, cioè il consumo umano di risorse naturali rispetto alla capacità di rigenerarle, vediamo che già nel 2007 l’impronta ecologica era pari a 1,5 volte il pianeta Terra. Stiamo, cioè, consumando annualmente il 150% delle risorse che la Terra può rigenerare. Per continuare così, avremmo bisogno di una Terra e mezza, anzi di più perché la popolazione cresce di continuo e le risorse diminuiscono. Ma di Terra ne abbiamo una sola, questo è il problema. Chi fa i conti economici senza includere questo dato non è affatto razionale. Sta truccando le carte. Lo stesso vale per il lavoro. Chi (vedi il caso Ilva a Taranto) dice che pur di lavorare bisogna passar sopra il diritto alla salute degli operai non è solo un assassino, è anche stupido come economista: perché non calcola il danno economico che le malattie e la morte precoce degli uomini e delle donne infliggono alla società nel suo insieme, debilitando e distruggendo forza-lavoro.
Costituzione e stato ambientale di diritto
Uno dei motivi fondamentali del libro è il richiamo forte alla Costituzione, una «rivoluzione promessa» (Calamandrei) che oggi più che mai è sotto assedio (per esempio attraverso l’introduzione all’art. 81 della regola del pareggio di bilancio obbligatorio). A partire dall’art. 9 – «la Repubblica […] tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione» – la Costituzione è considerata un manifesto per la costruzione dello «Stato ambientale di diritto». Come definire questa nozione?
Studiando questi temi negli ultimi anni, mi ha enormemente colpito la perfetta convergenza fra tre cose in apparenza assai diverse:
1) lo sviluppo, su scala mondiale, dei movimenti ecologici (che è una sana reazione alla follia che sta dando fondo alle risorse del pianeta);
2) l’evoluzione del pensiero giuridico, che ha creato la nozione di «Stato ambientale di diritto» (dovuta a un giurista tedesco), nonché varie Costituzioni, specialmente in America Latina, che includono norme fortemente protettive dell’ambiente;
3) la Costituzione italiana del 1948. Nei due anni intensi in cui l’Assemblea Costituente scrisse la Costituzione (1946-47), i temi dell’ambientalismo non erano ancora sulla scena, eppure, quando la Corte Costituzionale dovette pronunciarsi su di essi (soprattutto a partire dagli anni Ottanta), poté dimostrare in modo impeccabile che la nozione di tutela dell’ambiente come principio costituzionale primario e assoluto è di fatto contenuta nella nostra Costituzione, per la convergenza e combinazione moltiplicativa fra l’art. 9 (tutela del paesaggio) e l’art. 32 (diritto alla salute). In tal modo, la nozione di tutela di cui la Costituzione italiana è portatrice si rivela tra le più avanzate del mondo; e ancora una volta si mostra la vitalità e la lungimiranza della nostra Carta fondamentale.
Debito pubblico e privatizzazione
Walter Benjamin ha visto nel Mercato «l’inaudito caso di un culto che non conosce redenzione ma genera la colpa, anzi la rende universale martellandola nelle coscienze». In questo senso, il futuro dell’Italia e di buona parte dell’Europa sembra oggi ipotecato dalla grande questione del debito pubblico, che permette addirittura di dare un prezzo alle Dolomiti (866.294 euro!) o alla Valle dei Templi. Come si sta trasformando il debito pubblico in una «strategia di saccheggio» del nostro patrimonio ambientale e culturale? Quali sono gli effetti di tale processo?
Basti ricordare quel che sta accadendo oggi sotto la scure del cosiddetto patto di stabilità, che il governo Monti vuol spacciare per una misura tecnica e indispensabile. Si è imposto ai Comuni di documentare per il 2012 introiti del tutto impossibili, data la drastica riduzione, negli ultimi anni, dei contributi statali e di altre entrate (per esempio, a Venezia, quelli della Legge Speciale). Unico modo per uscirne, svendere pezzi di territorio, azioni, imprese comunali o a partecipazione comunale. L’esito non è la riduzione del debito pubblico, bensì la privatizzazione dei beni pubblici. Nel mio libro ho analizzato questi meccanismi, ma quando l’ho scritto non sospettavo che il governo Monti avrebbe così puntualmente confermato questa tendenza perversa con una norma così iniqua, approvata in articulo mortis.
Azione popolare
Bisogna riconoscere, alla fine di questo dialogo e citando Einstein, che «nessun problema si può risolvere se si resta dentro la mentalità che lo ha creato». Alla luce di questo, il titolo del suo libro diventa un appello alla resistenza, a diventare «protagonisti, non consumatori né clienti». La strada per rispondere alla crisi delle organizzazioni classiche (partito, sindacato, governo) va ricercata in nuove forme di partecipazione democratiche di cittadini e associazioni. Quali esperienze possono fare da esempio? Che tipo di strumento è l’azione popolare?
Ho usato la formula «azione popolare» non per generico richiamo a un populismo sgangherato (oggi peraltro di moda), ma al contrario come puntuale riferimento storico-giuridico all’actio popularis del diritto romano, rimessa in onore in alcune recenti Costituzioni, per esempio in Brasile, proprio con riferimento ai temi ambientali. Actio popularis è il diritto del cittadino (singolo o associato ad altri) di agire in nome dell’interesse comune anche contro i governi (nazionali o locali). Nel libro ho cercato di spiegare come, declinata al presente entro una lettura della Costituzione, questa modalità di interpretazione della realtà politica circostante possa tradursi non in un nuovo partito politico (con la proliferazione di microformazioni, non abbiamo proprio bisogno di inventarne di nuove), bensì in una forte pressione sulle forze politiche per un ritorno ai valori della Costituzione, infinitamente più avanzati non solo della cosiddetta agenda Monti ma anche dei programmi, flebili e balbettanti, della cosiddetta sinistra italiana. Azione popolare dovrebbe essere, insomma, una sorta di «Agenda popolare per attuare la Costituzione». Riusciremo a farla emergere? Dovrebbe toccare in primis alle nuove generazioni, che troppo spesso, ahimè, sono invece prigioniere degli stessi tatticismi di cui la gerontocrazia che ci governa si è macchiata per decenni. Ma oggi occorrono strategie di lungo periodo, mentre le tattiche miopi impediscono persino di vedere quel che accade, di leggerlo correttamente; e dunque di immaginare rimedi.
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