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Tommaso Fattori: "La migliore Costituzione e il governo dei peggiori: le mie ragioni per il No"

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Tommaso Fattori: "La migliore Costituzione e il governo dei peggiori: le mie ragioni per il No"

Intervista a Tommaso Fattori *
di Desideria Gandolfi

È necessario cambiare la Costituzione per cambiare l'Italia?

Bisognerebbe applicare la Costituzione per cambiare davvero l'Italia. Il "populismo di governo" è riuscito a convincere una buona parte degli italiani che i nostri problemi deriverebbero dal bicameralismo perfetto e da questioni di ingegneria istituzionale. Solo i politici del nostro paese sono ossessionati dai cambiamenti costituzionali, per nascondere le proprie incapacità. Lo disse già Norberto Bobbio, il ceto politico si trastulla con le riforme istituzionali per eludere i veri problemi. Siamo nel mezzo ad una crisi economica interminabile, incapaci di progettare un modello economico nuovo, di operare una conversione ecologica della produzione, ma la politica si concentra su questioni del tutto marginali di tecnica parlamentare rendendole agli occhi dell'opinione pubblica il presunto macigno sulla via di un futuro altrimenti radioso.

Ma allora la Costituzione secondo lei non va modificata?

Anziché modificare la Costituzione italiana bisognerebbe preoccuparci di dare una Costituzione all'Europa. Così come andrebbero riscritti i Trattati UE. Queste mi paiono le priorità "costituzionali". Rispetto alla Costituzione italiana, è altrettanto prioritario cambiare il famigerato articolo 81, per l'appunto modificato nel 2012, quando è stato improvvidamente costituzionalizzato il "pareggio di bilancio", il così detto Fiscal Compact. Con quella modifica la costituzione ha perso la sua neutralità rispetto al sistema politico-economico in favore del modello neoliberale, il che oggi impedisce di fare politiche economiche anticicliche e di sostenere la sanità, l'istruzione, il welfare. Sia chiaro, oggi tutti i partiti che hanno votato nel 2012 quella modifica costituzionale ammettono di aver sbagliato, PD compreso, al punto che sembra che quella norma si sia votata da sola. Ma guarda caso, fra i 47 articoli modificati da Renzi-Boschi e Verdini manca proprio l'articolo 81. Un articolo fortemente apprezzato da JP Morgan e dalle altre banche d'affari che prima hanno trascinato il mondo in questa crisi economica e oggi ci invitano a votare sì.

Ma la riforma dell'articolo 70 aiuterà a far ripartire l'economia, ad attrarre investimenti esteri, a renderci meno arretrati semplificando il paese, sostiene Renzi

Come no, secondo Maria Elena Boschi ci aiuterà persino a combattere meglio l'Isis. Mi hanno chiamato alcuni giornalisti stranieri disperati perché l'articolo 70, famoso per la sua lunghezza e cripticità, è sostanzialmente intraducibile e incomprensibile, alla faccia della semplificazione. I problemi che ostacolano gli investimenti esteri sono noti, dalla corruzione all'evasione fiscale massiva, dalla malavita organizzata ad una burocrazia disorganizzata e farraginosa e l'elenco potrebbe essere lungo. Cosa c'entra tutto questo con il bicameralismo perfetto? Personalmente non sono affezionato al bicameralismo perfetto in quanto tale, esistono ipotesi serie alternative di assetto monocamerale o di bicameralismo differenziato dove la seconda Camera è una vera camera delle autonomie regionali, o una camera alta, ma queste ipotesi, sia chiaro, niente hanno a che vedere con la pessima riforma Renzi-Boschi, che è nettamente peggiorativa dell'esistente oltre che pericolosa. Ma ribadisco, è assurdo che questa sia ossessivamente spacciata per la priorità, mentre è questione del tutto marginale e secondaria. Con la vittoria del No la politica dovrà occuparsi dei tanti problemi ben più importanti dell'Italia.

Questo Governo e questo Parlamento avevano il dovere di provarci, dice Renzi

Avevano cioè il "dovere" di cambiare la Costituzione senza aver ricevuto alcun mandato popolare in tal senso? Sia chiaro, questa maggioranza sta portando avanti un programma complessivo del tutto diverso da quello per cui era stata votata. Nel programma elettorale "Italia bene comune" non mi risulta che ci fossero il Jobs Act e l'abolizione dell'articolo 18 o la "buona scuola". Ma quel che è ancora più incredibile è che un parlamento eletto con una legge dichiarata incostituzionale, e che quindi non rappresenta gli italiani, si arroghi il diritto di cambiare la Carta costituzionale, oltretutto a "colpi di maggioranza". Si tratta di una modifica preparata e scritta di fatto dal governo, come sappiamo, cioè dal potere esecutivo, ed è una riforma divisiva che spacca il paese rispetto al patto fondamentale che dovrebbe unirci. E' un attacco al costituzionalismo e alle fondamenta della nostra "casa comune".

Ma non si è già provato in passato a cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza?

E si è sbagliato a farlo. Oltretutto la riforma Renzi-Boschi non è una modifica puntuale di alcuni articoli, ne modifica ben 47. Mi faccia prendere un testo, le cito letteralmente cosa scriveva Dossetti nel 1994 a proposito di una proposta di riforma molto simile, facciamo finta che l'abbia scritto per il 2016: occorre, scriveva Dossetti, "impedire a una maggioranza che non ha ricevuto alcun mandato al riguardo, di mutare la nostra Costituzione: si arrogherebbe un compito che solo una nuova Assemblea Costituente, programmaticamente eletta per questo, e a sistema proporzionale, potrebbe assolvere come veramente rappresentativa di tutto il nostro popolo. Altrimenti sarebbe un autentico colpo di Stato." Lo stesso PD ha inserito nel suo "Manifesto dei valori" un principio sacrosanto che ora viene calpestato senza pudore: "Il Partito Democratico si impegna a metter fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza, anche promuovendo le necessarie modifiche al procedimento di revisione costituzionale". Rinnegare i propri valori fondamentali non mi pare un buon segno.

Il governo ripete che in questo paese non si riforma mai nulla e provare a riformare è un valore in sé

Esattamente al contrario, il problema è che in questo paese conosciamo da tempo un riformismo sconclusionato e di bassa qualità, che insegue politiche pro-precarietà e pro-privatizzazioni, in una continua corsa verso il fondo. Ogni governo sforna la sua riforma delle pensioni, la sua riforma del lavoro, la sua riforma della scuola e fa pure la sua riforma costituzionale: a maggioranza. In 15 anni in Italia abbiamo votato su 3 riforme costituzionali: quanto i francesi per eleggere i loro Presidenti della Repubblica. Dal 1989 ad oggi gli articoli della nostra Costituzione sono stati modificati ben 12 volte, mediamente una volta ogni 2 anni. Siccome in questo lasso di tempo ci sono state 8 legislature, ogni legislatura ha fatto in media una riforma costituzionale e mezzo, negli ultimi 25 anni. Si dice che questa riforma darebbe stabilità al paese ma il paese sarebbe più stabile se ogni governo la smettesse di fare la sua riforma costituzionale a maggioranza.

Ma non c'è un problema di instabilità dei governi?

Non esiste un problema di instabilità connesso al cattivo funzionamento delle istituzioni. Il problema è tutto politico, da ricercare nella lotta politica interna ai partiti che governano. Secondo lei il governo Letta è caduto a causa del bicameralismo perfetto o perché l'ha "accoltellato" Renzi, ossia il segretario del suo stesso partito, per una lotta di potere tutta interna al PD? Il vero problema del nostro paese non è la governabilità o l'instabilità, tantomeno si tratta di rafforzare ulteriormente il potere già immenso del governo sul parlamento, come si vorrebbe fare con questa riforma. L'Italia ha semmai un problema di rappresentanza: le persone non si sentono rappresentate e oggi la frattura fra governanti e governati è profondissima. Invece di convincere gli elettori si cerca di compensare l'astensionismo con i premi di maggioranza. E si moltiplicano le elezioni indirette e di secondo livello, come quelle per le città metropolitane o per il Senato. I luoghi della decisione sono sempre più lontani dalla vita delle persone. E' una strada pericolosa.

E i promessi risparmi per le casse pubbliche?

L'argomento del risparmio è francamente penoso, rispetto al funzionamento delle istituzioni democratiche. Maria Elena Boschi prima ha sparato una cifra priva di fondamento, ossia 500 milioni di euro l'anno di presunto risparmio, poi la Ragioneria Generale dello Stato ha fornito le cifre corrette e ha chiarito che la riforma farà risparmiare una miseria, ossia una cinquantina di milioni l'anno, in un paese che ha una spesa militare di 64 milioni al giorno, non in un anno, o che ha buttato via 300 milioni in un colpo solo, grazie a Renzi, per non aver voluto accorpare il referendum sulle trivelle alle amministrative, per fare un esempio a caso. Il Governo porta in palmo di mano Sergio Marchionne, un sostenitore del Sì che paga le tasse in Svizzera, e stende tappeti rossi alla Fiat-Fca, che dopo aver incassato valanghe di denaro pubblico ora paga le tasse all'estero, ma poi ci dice di voler ridurre gli spazi di democrazia per risparmiare una goccia nel mare? Con la scusa dei risparmi si taglia la rappresentanza. La riduzione dei costi degli eletti si può fare di più e meglio con le leggi ordinarie. E sono i deputati del PD che si sono recentemente opposti ad una riduzione delle indennità dei parlamentari. Basterebbe agganciare le indennità a quelle dei sindaci delle grandi città per avere consistenti risparmi, senza toccare la rappresentanza.

Ma la riduzione della "casta" non è un obiettivo positivo? Il nuovo Senato non sarebbe un passo avanti?

Gli argomenti della lotta alla casta sono stati usati con astuzia machiavellica per rafforzare il ceto politico. Come è noto, il Senato non viene affatto abolito mentre ad essere aboliti sono gli elettori che lo votavano. In Italia si vota già poco, ora si voterà ancor meno. Il Senato rimane, e rimane in mano alla politica di partiti ormai ridotti a comitati d'affari. Vedo che Renzi adesso si è inventato persino una falsa scheda elettorale per il Senato, ma basta leggere il testo della riforma per vedere che è scritto chiaramente che i senatori saranno eletti dai Consigli regionali, che li sceglieranno fra i consiglieri regionali ed i sindaci. Se si fosse davvero voluto un Senato elettivo, sarebbe bastato scrivere che il Senato è eletto direttamente dai cittadini, no? Insomma, ironicamente, in nome della presunta lotta alla casta, sarà il ceto politico ad eleggere il ceto politico.

Ma almeno il nuovo Senato riuscirà a rappresentare i territori e ad essere un Senato delle autonomie?

Il nuovo Senato non potrà rappresentare neppure lontanamente il pluralismo territoriale italiano. A parte i 5 Senatori nominati dal Presidente della Repubblica per meriti scientifici o artistici che nulla hanno a che vedere con i territori, ci saranno 74 Consiglieri regionali e 21 Sindaci scelti dai Consigli regionali per fare i senatori part-time. Il Senato sarebbe un dopolavoro del ceto politico regionale e in particolare di pochissimi consiglieri, sempre espressione di porzioni di territorio molto limitate, alle quali sono legate le rispettive carriere politiche, e lo stesso vale per il sindaco-senatore. Potendo esprimere pochi senatori, ogni regione sarebbe rappresentata a macchia di leopardo e pochi territori avrebbero voce nel senato. Senza calcolare che otto regioni avrebbero solamente due senatori, mentre altre sarebbero sovrarappresentate, come il Trentino che con 1.250.000 eleggerebbe quattro senatori.

Ma potrebbe essere un Senato in grado di lavorare efficientemente?

Un Senato così composto non può funzionare. Già un sindaco di un comune di 15.000 abitanti ha poco tempo per vivere, figuriamoci quello di una città di media grandezza. Da senatore dovrebbe trovare anche il tempo per esaminare tutte le leggi che la Camera gli sottopone, e decidere in dieci giorni se vuole o meno proporre modifiche. Entro un mese deve votarle, partecipando alla discussione nelle commissioni e poi alle sessioni d'aula. Tutto ha tempi rigidi e limitati di 30, 15, 10 giorni. Per esempio in 15 giorni i nuovi senatori, andando magari a Roma due volte il fine settimana, dovrebbero esprimersi sensatamente sul Bilancio dello Stato. Per non parlare di tutte le leggi bicamerali, anche su materie molto complesse come la legislazione comunitaria o la finanza locale. Sostenere che ciò sia possibile è ipocrisia. Leggo che Nardella si candida già a fare il senatore: il sindaco di Firenze dovrà fare il sindaco di Firenze, il presidente della città metropolitana e il senatore. E lo farà male! Allo stesso modo un consigliere regionale che faccia seriamente il proprio lavoro in Regione non ha certo tempo per fare il senatore a Roma. Da un anno e mezzo sono consigliere regionale, chi mi conosce sa bene che non ho un briciolo di tempo libero, non faccio altro da mattina a sera, spesso fino a notte. Come è pensabile che alcuni consiglieri regionali e sindaci facciano i senatori part-time e nei ritagli di tempo, dato che dovrebbero continuare a svolgere le loro funzioni nei loro enti? Questa accumulazione di potere porterà allo stesso tempo i nuovi senatori a svolgere male la loro nuova funzione.

Dicono però di aver preso a modello il Bundesrat tedesco

Non c'entra nulla. Il Bundesrat è una vera camera delle autonomie mentre questa riforma va nella direzione opposta e cancella le autonomie, toglie loro tutti i poteri: la riforma del Titolo V riporta indietro le lancette a 70 anni fa, non al 2001. Nel Bundesrat sono le maggioranze degli Stati federali che mandano i loro rappresentanti, i quali hanno un mandato imperativo, mentre i senatori italiani non avrebbero alcun mandato imperativo. Insomma, un simile Senato non potrebbe essere rappresentativo delle regioni sul modello tedesco, sarebbe invece a tutti gli effetti un senato politico, composto dai gruppi politici nazionali trasversali rispetto alle appartenenze regionali, ma non tutti i gruppi politici sarebbero rappresentati, ma solo pochissimi, dato che il numero limitato di senatori e l'elezione indiretta di secondo livello costituirebbero di fatto una soglia di sbarramento altissima, più o meno del 20%. Altro che meccanismo proporzionale. Allo stesso tempo la reale sede d'incontro fra istanze della periferia e del centro resterebbe la conferenza Stato-Regioni, di cui però il testo della riforma non parla. Dopo di che è bene ricordare che esistono anche modelli federali con sistema presidenziale che hanno il bicameralismo perfetto, come gli Stati Uniti d'America, cosa che viene spesso rimossa dal dibattito pubblico.

Se la composizione del nuovo Senato è pasticciata, almeno sono chiare le sue funzioni?

Assolutamente no, le funzioni del nuovo Senato sono assai confuse e produrranno una valanga di problemi. Resta il bicameralismo perfetto su varie materie assegnate esplicitamente - costituzionali, elettorali, ordinamentali, etc - oltre a quelle che arriveranno col tempo, a seguito di battaglie interpretative, ma non su quelle di garanzia per le Regioni. Insomma, lo si definisce "Senato delle Autonomie" ma nei fatti non ha competenze specifiche sui territori, anzi, tra le funzioni legislative piene che si attribuiscono al nuovo Senato non c'è nessuna delle materie sulle quali il Parlamento divide il potere tra Stato e Regioni. Quindi, pur rimanendo il bicameralismo perfetto per 16 materie sulle quali i nuovi senatori saranno legislatori pieni, al pari dei membri della Camera, il paradosso è che fra queste non ci sono le leggi che il Parlamento dovrà fare per distinguere le aree statali da quelle regionali. Se il Senato fosse davvero l'organo che rappresenta e tutela le autonomie regionali e locali, dovrebbe occuparsi di ciò che le regioni dovranno fare in sede legislativa. Mentre, paradosso dei paradossi, i nuovi senatori rimarrebbero legislatori paritari sulla politica estera e comunitaria, materie assolutamente politiche. Che senso ha questo caos? Senatori non eletti direttamente dal popolo potranno fare le leggi costituzionali, oltre che partecipare all'attuazione delle politiche europee e ratificare i trattati UE? Come ha detto il professor De Siervo, sarebbe un Senato poco rappresentativo, che lavorerebbe in modo episodico e che sarebbe privo dei poteri essenziali di tutela delle autonomie.

E la semplificazione dei procedimenti legislativi che è stata promessa?

Non si avrebbe nessuna semplificazione ma piuttosto un'estrema complessificazione e moltiplicazione dei processi legislativi, a seconda dei diversi modi d'intervento del Senato previsti in questo bicameralismo pasticciato. Su questo tutti concordano, anche se poi fra i giuristi c'è chi ne ha individuati 5, chi 7, chi 10 e chi addirittura 12, a proposito di chiarezza del testo della riforma e del famigerato articolo 70. Di sicuro i conflitti fra camera e senato non si conteranno e se i presidenti delle due camere non dovessero trovare un accordo, che accadrà? Senza entrare in eccessivi e annoianti tecnicismi, normalmente i provvedimenti legislativi purtroppo sono assemblaggi di norme eterogenee, con diversi profili di competenze, in molti casi sarà quindi complicatissimo attribuire i disegni di legge alle due camere o ad una sola. Oppure pensiamo all'attuazione delle politiche europee, sulle quali resterebbe il bicameralismo paritario: le politiche europee vanno dall'industria, all'agricoltura, dalla concorrenza ai diritti della persona e l'elenco potrebbe essere lunghissimo. Insomma, data la vaghezza della formulazione, una marea di provvedimenti potrebbero rimanere in regime bicamerale, dove il senato sarebbe però composto da dopolavoristi part-time eletti indirettamente.

Ma il bicameralismo, dicono i sostenitori del Sì, è troppo lento e non permette ai governi di ottenere le leggi ritenute essenziali

L'80% delle leggi approvate dal parlamento italiano sono di origine governativa: il governo ottiene sempre ciò che vuole, se sa quello che vuole. Il Parlamento italiano ha soprattutto prodotto molte più leggi dei bicameralismi differenziati tedesco o inglese, del semipresidenzialismo francese o del parlamento spagnolo. Circa 900 leggi nel corso della scorsa legislatura e in quella attuale il ritmo forsennato è il medesimo, avendo il parlamento varato poco più di 450 leggi a giugno 2016. Il doppio o persino il triplo degli altri paesi e perfettamente in media con i tempi europei. La lentezza e la non produttività del parlamento italiano è quindi incontrovertibilmente smentita dai numeri. Come ripeto da anni, il problema è esattamente l'opposto, ossia l'eccessiva velocità e l'abnorme produzione di leggi a volte modificate ancor prima di essere applicate. Dovremmo semmai ridurre la velocità e aumentare la qualità, la comprensibilità e l'organicità delle nostre leggi. La tanto demonizzata navetta riguarda un misero 3% dei provvedimenti totali. Quando c'è la volontà politica, passa tutto in pochissimi giorni, spesso troppo pochi dato che i provvedimenti più veloci sono anche decisamente i peggiori. Il decreto Fornero, convertito in quindici giorni, deve essere revisionato ogni anno. Il Lodo Alfano è stato approvato in tre settimane. Il Porcellum è stato approvato in un paio di mesi. La velocità di discussione non equivale affatto a un lavoro migliore o più efficiente e ben sappiamo come il bicameralismo paritario ha salvato più volte il governo da errori contenuti nelle leggi. I ritardi veri e propri, quando si verificano, derivano dal fatto che alcune questioni non sono ritenute prioritarie dalla maggioranza e spesso anche dai contrasti interni al sistema politico ma che nulla hanno a che vedere con il fatto che vi sia una o due Camere: ancora una volta è una questione di volontà politica.

La riforma del Titolo V intende risolvere i difetti della riforma del 2001, afferma Renzi

Spesso Renzi mette assieme nella stessa frase due affermazioni, reciprocamente contraddittorie, secondo cui bisognerebbe votare sì perché altrimenti in questo Paese non si fanno mai le riforme mentre sostiene che la sua riforma è in larga misura una "controriforma" della riforma costituzionale del 2001. Per la verità la logica aristotelica e il principio di non contraddizione saltano spesso: ci dicono di voler fare il Senato delle autonomie proprio mentre cancellano le autonomie. La riforma del Titolo V non è affatto una correzione dei difetti del 2001, che pur c'erano, ma un ritorno all'Italia pre-repubblicana. Vengono quasi integralmente cancellate le tradizionali funzioni legislative delle Regioni ordinarie, ossia le materie assegnate nel 1948, non quelle aggiunte nel 2001. Materie fondamentali legate alla conoscenza del territorio, dall'urbanistica alla tutela del paesaggio, vengono riportate in capo allo Stato centrale. Un vero e proprio accentramento burocratico e un ritorno ad uno Stato ottocentesco che va, stavolta sì, nella direzione opposta a quella del resto d'Europa.

E l'articolo 117 riformato ha a che vedere anche con le decisioni su opere sensibili come trivelle, inceneritori, grandi opere, centrali a carbone?

L'articolo 117 riporta in capo al governo centrale le competenze esclusive su energia e infrastrutture, riducendo la capacità di condizionamento delle comunità locali su opere ritenute strategiche che impattano direttamente sulla loro vita e sui territori in cui abitano. Ancora una volta si allontanano dai cittadini le decisioni, che vengono prese centralmente e dall'alto. Ciliegina sulla torta di questo neo-centralismo dal sapore ottocentesco è la così detta "clausola di supremazia": su proposta del governo, si riporta al centro la decisione e la potestà legislativa su tutto ciò che viene ritenuto funzionale rispetto alla tutela dell' "interesse nazionale", schiacciando e scippando le competenze legislative rimaste alle regioni. Ma come ammoniva Bobbio, il concetto di interesse nazionale è arbitrario, mutevole e indefinito e ci si può domandare quale organo costituzionale potrebbe essere chiamato a valutare se di volta in volta vi è o meno in gioco l'interesse nazionale.

Ma almeno i "confini" Stato-Regioni saranno più chiari?

No, anche perché la revisione del Titolo V è stata mal concepita e scritta malissimo, come il resto di questa riforma. Nella legislazione concorrente la funzione statale è limitata ai "principi fondamentali", un'espressione vaga che però, dopo anni ed anni di sentenze della Corte Costituzionale, aveva trovato un' interpretazione stabile e coerente. Ora si tornerebbe al punto di partenza, dato che le competenze statali vengono definite con una formulazione ancor più vaga e ambigua: "disposizioni generali e comuni". La Corte costituzionale nei prossimi anni dovrà svolgere un'immensa opera interpretativa a suon di sentenze e sarà affogata nuovamente di lavoro, qualora passasse la riforma. Senza contare un' ulteriore follia e complicazione, soprattutto se si pensa che i sedicenti riformatori affermano di voler correggere i difetti della riforma del Titolo V del 2001. Infatti il principale e macroscopico errore del 2001 viene lasciato in piedi: si tratta della famigerata "clausola residuale", la disposizione che ha generato le maggiori conflittualità fra Stato e Regioni. Secondo questa clausola, tutto ciò che non è espressamente attribuito allo Stato è automaticamente di competenza delle Regioni. Certo, l'elenco delle leggi e delle materie di competenza esclusiva dello Stato si è molto accresciuto, tuttavia i riformatori si sono dimenticati di elencare varie materie importantissime, dall'industria all'artigianato, dal commercio all'agricoltura, dalle cave e miniere fino a caccia e pesca. Insomma, si tratta di materie tipicamente statali che paradossalmente spetterebbero adesso alle Regioni, mentre materie tipicamente locali, come l'urbanistica e la tutela del paesaggio, tornerebbero in capo allo Stato centrale. Un pasticcio incredibile. Se passa la riforma, l'ovvio tentativo delle Regioni di legislare in questi settori potrà essere impedito solo ricorrendo alla Corte costituzionale. In ogni caso, la prima cosa che si sarebbe dovuta riformare del Titolo V non è stata toccata.

Perché, cosa si sarebbe dovuto eventualmente riformare del Titolo V, secondo lei?

Una seria riforma del titolo V avrebbe dovuto partire da ciò che non si è invece minimamente voluto toccare: sarebbe tempo di porre fine alla differenza fra Regioni ordinarie e Regioni a Statuto speciale. Al contrario, tutto ciò di cui abbiamo parlato fino ad ora non investe in alcun modo le cinque Regioni a Statuto speciale che non solo mantengono tutti i loro poteri e i loro privilegi, ma anzi li vedono aumentare dato che, se passasse questa riforma, i loro ordinamenti potranno essere modificati solo previa intesa con la Regione o con la provincia in questione. Insomma, anziché andare a ridurre la diseguaglianza fra i due tipi di regione, ormai antistorica, si va paradossalmente nella direzione opposta, ossia quella di accrescere questa diseguaglianza.

In questi mesi ha più volte affermato che questa riforma costituzionale rafforza eccessivamente il governo rispetto al Parlamento, perché?

La tendenza del governo ad accaparrarsi il potere di legiferare è in corso da tempo, ma adesso viene sancita ed ulteriormente esasperata.
Questa riforma mette assieme più elementi negativi e convergenti: la compressione dei tempi di discussione e approvazione del parlamento, per quanto le camere siano fin troppo "produttive", come abbiamo visto, il che facilita ancor più di oggi la possibilità di blitz legislativi del Governo; la previsione di nuovi strumenti di iniziativa governativa, come il "voto a data certa", che si assommano a quelli già esistenti; la "clausola di supremazia" che, su proposta del governo, riporta al centro la potestà legislativa potenzialmente su ogni possibile materia, scippando il potere di iniziativa legislativa delle regioni. Quindi il governo si rafforza eccessivamente tanto rispetto al parlamento quanto rispetto alle autonomie. Senza contare il fatto che la riforma indebolisce ulteriormente il rapporto fra eletti ed elettori, dato che i parlamentari diminuiscono di numero e che il Senato non sarà più eletto direttamente. Come ho detto, ridurrei le indennità dei parlamentari, cosa che il PD si rifiuta di fare, ma non il loro numero. Il nostro numero di parlamentari rispetto alla popolazione ci colloca al 22esimo posto in Europa, non certo al primo! So che questo è un tema poco popolare ma trovo da sempre sbagliato l'obiettivo della riduzione del numero dei parlamentari, perché voglio che più idee e posizioni possibili siano rappresentate in Parlamento e mi piacerebbe che ogni tanto i cittadini avessero modo di incontrare e confrontarsi con gli eletti. Se passa la riforma sarà ancor più difficile di prima. E se proprio si voleva tagliare il numero, si sarebbe dovuti partire dalla Camera e non certo dal Senato.

Ma il "voto a data certa" però esiste anche in Francia, no?

Il "voto a data certa" prevede che il governo, per un disegno di legge ritenuto fondamentale per realizzazione del suo programma, goda di una corsia preferenziale in Parlamento che gli consente di giungere al voto definitivo al massimo entro 85 giorni, effettivamente sul modello francese. Il fatto è che in Francia, però, ci sono precisi limiti all'utilizzo del voto a data certa: vi sono limiti numerici e contenutistici. Al contrario, i riformatori italiani non hanno previsto alcun limite, dato che il governo può attivare il "voto a data certa" potenzialmente su qualsiasi materia, anche sui diritti sociali, sui diritti fondamentali, sulle questioni di bioetica e così via, insomma su questioni rispetto alle quali il parlamento dovrebbe poter discutere. E non è previsto neppure alcun limite numerico, opportunamente presente nella Costituzione francese. Come se non bastasse, il "voto a data certa" coesisterà anche con tutti gli altri strumenti che il Governo utilizza a piene mani, dai decreti legge alle leggi delega, oltre che naturalmente all'abusatissimo voto di fiducia. La Francia, ad esempio, non ha i decreti legge. Questo mix sarà quindi un unicum in tutta Europa. Anzi, per la verità è proprio un unicum il voto a data certa in una democrazia parlamentare, essendo questo uno strumento tipico di una democrazia presidenziale o semi-presidenziale, per l'appunto.

Si è anche molto discusso degli effetti del "combinato disposto" fra questa riforma costituzionale e l'Italicum, vi è davvero un pericolo?

L'Italicum, ricordiamolo, è la legge elettorale vigente. Con la scusa di riformare il bicameralismo, con l'aggiunta dell'Italicum, di fatto si cambia la forma di governo, pur senza affermarlo esplicitamente. Il combinato disposto introduce in modo surrettizio una forma di "premierato assoluto", dove il "capo" - espressione contenuta nell'Italicum - di un partito risultato minoritario al primo turno, può vincere il ballottaggio e conquistare tutto. Dopo che la legge elettorale avrà trasformato artificialmente una minoranza nel paese in una maggioranza parlamentare blindata, il "premier assoluto" non solo governerà senza pesi e contrappesi, ma potrà modificare a suo piacimento le regole e le istituzioni di tutti. La riforma costituzionale, nel frattempo, ha infatti ridotto il numero sei senatori e ha ulteriormente incrementato il potere legislativo del governo e del capo del governo. In definitiva, la maggioranza di governo sarà decisiva nell'elezione in seduta comune del Presidente della Repubblica e dei membri del CSM, ma anche nell'elezione da parte della Camera di membri della Corte costituzionale o di autorità indipendenti. Si compirebbe così il rafforzamento dell'esecutivo e del premier a danno del parlamento e della rappresentanza, tagliando il diritto di voto dei cittadini al Senato, e producendo un accentramento burocratico di tipo ottocentesco.

Cosa vorrebbe dire a quella parte di elettori "democratici" che si appresta a votare sì per paura di avvantaggiare Salvini?

Vorrei dir loro che non stiamo votando al ballottaggio dell'Italicum ma su testo di riforma costituzionale. E che peraltro l'unico modo per evitare in futuro un ballottaggio che somiglia pericolosamente ad una roulette russa è votare No adesso, respingendo una pessima riforma costituzionale e al contempo aiutando a cestinare la legge elettorale incostituzionale che è stata progettata da Renzi. Come ha suggerito l'amico Alessandro Gilioli, la domanda da rivolgere ai democratici per il Sì è semplice: se fra cinque o dieci anni le elezioni in questo paese venissero vinte da un Orban, da un Salvini o dal peggior politico che avete in mente, vi sentireste più tranquilli dei contrappesi previsti dall'attuale carta oppure dalla Costituzione di Renzi e Boschi? Tutti i governi, prima o poi, finiscono, mentre le Costituzioni restano ed è bene avere una Costituzione che sia un vero sistema delle garanzie, chiunque governi e chiunque vincerà nel 2018 o nel 2023. Il paradosso è che per "paura di Salvini", si rischia concretamente di mettere in futuro il paese proprio nelle mani di un Salvini qualunque. La miglior Costituzione è quella che mette al sicuro le istituzioni democratiche anche dalla vittoria dei peggiori, mentre questa riforma, assieme all'Italicum, consegnerebbe totalmente il paese alla minoranza più numerosa, qualunque essa sia, dandole pieno controllo del governo, del Parlamento e degli organi di garanzia.

* Tommaso Fattori è stato fra i portavoce del Forum Sociale Europeo e della campagna referendaria per l'acqua bene comune del 2011, ha collaborato con il Consiglio d'Europa sui temi della lotta alla povertà e dei beni comuni e dal 2015 è capogruppo di Sì Toscana a Sinistra nel consiglio regionale della Toscana.

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