Menu

Le ragioni politiche del NO

  • Scritto da  Giulio Di Donato
  • Commenti:DISQUS_COMMENTS
Le ragioni politiche del NO

Sono trent’anni che una politica subalterna e omologata all’agenda neoliberista mette in atto tentativi, più o meno riusciti, di manomettere la nostra Costituzione per adeguare la Costituzione formale alla cosiddetta Costituzione materiale, ovvero ai nuovi rapporti di forza che si sono imposti nel nostro Paese negli ultimi tre decenni.

Il problema di una politica “inadempiente”, vincolata al quadro delle compatibilità date, viene così abilmente e falsamente spostato altrove, in quella architettura istituzionale disegnata dalla nostra Costituzione che secondo alcuni impedirebbe alla decisione politica di esprimersi e articolarsi come dovrebbe. Così, in una fase storica di predominio assoluto dell’economia e del mercato, la politica, ora atrofizzata, rientrerebbe surrettiziamente sul proscenio nelle forme della retorica decisionista di chi apparentemente su tutto può, ma che nei fatti su ben poco può decidere.

Non è difficile, però, disvelare l’inganno di questa impostazione: basterebbe innanzitutto far notare come le più importanti “riforme” di questo paese, quelle varate negli anni sessanta e settanta del secolo scorso, sono state approvate a Costituzione invariata e non hanno incontrato intoppi di alcun tipo all’interno del disegno costituzionale. Perché appunto il problema era ed è esclusivamente di natura politica.

Ecco allora che respingere questo nuovo attacco alla Carta costituzionale assume anche un significato politico, che è quello di inchiodare la politica alle sue gravi responsabilità. Il No alla riforma Renzi-Boschi diventa così un No alle politiche economiche dell’ultimo trentennio, perché i due ambiti si legano l’uno con l’altro (posto in questo modo, il tema referendario si intreccia fatalmente con le condizioni di vita e di sofferenza delle persone). Dalla stretta mortale con il neoliberismo è nata una politica dimentica dei propri doveri, che si è ritratta da quella che è la sua funzione principale, ovvero il governo dell’economia; quanto più la politica si ritraeva, tanto più essa si autoassolveva appigliandosi ai presunti difetti del nostro schema costituzionale. Un alibi, questo, che continua a far breccia ancora oggi, ma che va necessariamente smascherato.

Quel che è certo è che ci troviamo davanti ad una riforma costituzionale assai confusa e pasticciata per tutta una serie di ragioni: complica enormemente il procedimento legislativo (basti leggere il nuovo art. 70); non risolve il garbuglio dei rapporti fra Stato e Regioni creato con la riforma del titolo V approvata nel 2001 (si deve notare che il recente, enorme, contenzioso Stato-Regioni è stato alimentato soprattutto dalla difficoltà di interpretare le materie di competenze esclusiva dello Stato e quelle di competenza residuale delle Regioni, mentre nel dominio delle concorrenti il tema rilevante è solo quello della differenza tra princìpi fondamentali, riservati allo Stato, e norme di dettaglio, riservate alle Regioni); non rafforza in alcun modo i momenti di democrazia partecipativa (per quanto riguarda l’attuazione del tanto sbandierato referendum propositivo, si limita genericamente a rimandare, senza scadenze temporali di alcun genere, la questione ad un'altra futura legge costituzionale; si prevede poi l'innalzamento a 150mila, dalle 50mila attuali, della soglia delle firme necessarie per depositare una proposta di legge di iniziativa popolare, senza che siano previsti tempi certi per una sua discussione ed eventuale approvazione: anche qui tutto è rinviato a regolamenti parlamentari futuri, visto che quelli attuali non prevedono nulla al riguardo); infine, nel combinato disposto con l’attuale legge elettorale (il cosiddetto Italicum) produce una deformazione dei processi democratici e del sistema degli equilibri costituzionali (una forza politica che rappresenta una piccola minoranza nella società, con il ballottaggio nazionale, può diventare maggioranza assoluta in Parlamento. Indirettamente cambia la forma di governo, e in assenza di tutta una serie di contrappesi, si arriva ad un’inedita concentrazione di poteri nelle mani del  capo del partito che vince le elezioni).

Assai poco condivisibile anche la scelta di sopprimere il CNEL. Sembra più convincente l’alternativa di una sua completa ristrutturazione: il CNEL, infatti, potrebbe diventare quel che i Costituenti avevano pensato, come un luogo di vero confronto tra le parti sociali e di avvio dell’interlocuzione fra le istituzioni e le parti sociali.

Questo non vuol dire che la Costituzione repubblicana, per quel che riguarda la sua seconda parte, non possa essere in alcun modo ritoccata, tutt’altro: si tratta, però, di approntate piccoli interventi di buona manutenzione, non certo interventi di così ampia portata come quelli previsti dalla riforma Renzi-Boschi che va a modificare più di quaranta articoli.

E non si dica che questo tentativo di riforma costituzionale sia in linea con le proposte avanzate a suo tempo dal Pci di Berlinguer, che erano parte di un progetto di rinnovamento democratico delle istituzioni alternativo al disegno di stampo presidenzialista caldeggiato allora da Craxi.

Nulla di quell’impianto infatti sopravvive nell’attuale legge di revisione costituzionale.

In primo luogo, per quanto riguarda il superamento del bicameralismo perfetto. Se quel progetto prevedeva l’abolizione del Senato, ed era esplicitamente contrario all’introduzione al suo posto di una seconda “camera delle regioni”, nel testo sottoposto al referendum di dicembre, invece, il Senato rimane, e i senatori continueranno a votare le leggi, talvolta con voto decisivo (come per quelle costituzionali), altre volte costringendo, in caso di difformità, a un voto della Camera a maggioranza assoluta (la titolarità della funzione legislativa del Senato eliminata, quasi del tutto, nella forma, sembra ritornare nella sostanza, laddove si prevede che il parere negativo del Senato, in alcune materie, possa essere appunto superato dalla Camera solo a maggioranza assoluta dei suoi componenti. E si deve aggiungere che identificare certe leggi per materia anziché per tipo rischia di alimentare i conflitti di competenza, perché il contenuto delle singole materie è molto difficile da identificare). La vera differenza con il “vecchio” Senato, oltre alla riduzione del numero dei componenti, è che non sarà più eletto dai cittadini, ma dai consigli regionali al proprio interno (più 18 sindaci); oltre tutto con un meccanismo di ripartizione tra le regioni assurdo (ad es. il Trentino-Alto Adige, con un milione  di abitanti, ne avrà 4, la Liguria, con un milione e mezzo, ne avrà due). La rappresentanza dei Comuni (paritaria a quella delle Regioni) appare poi eccessiva. L’esigenza di una rappresentanza “alta” è semmai più sentita per le Regioni e - soprattutto - queste, titolari come sono della funzione legislativa, sono le interlocutrici naturali dello Stato ai livelli più alti. Il problema si aggrava perché il mandato dei rappresentanti regionali è legato a quello dei Consigli (o delle Giunte), mentre quello dei rappresentanti comunali è fisso (sicché la rappresentanza municipale sarebbe ingiustificatamente più stabile di quella regionale). Troppo numerosi sono anche i senatori di nomina presidenziale (quasi il 15% del totale), anche perché, in questo modo, la nomina presidenziale (oltretutto facoltativa), incidendo così fortemente sugli equilibri dell’assemblea, sarebbe, per il capo dello Stato, molto delicata (e si consideri che resta la sua elezione da parte del Parlamento in seduta comune).

In secondo luogo, il sistema elettorale di riferimento era allora il proporzionale, non certo un sistema quale l’Italicum (che non è formalmente parte del testo di riforma Renzi-Boschi, ma sostanzialmente lo è; tanto che, se al referendum vincerà il No, anche l’Italicum sarà travolto).

Infine, e soprattutto, le ragioni della posizione del Pci erano diametralmente opposte a quelle invocate per sostenere l’attuale testo del governo. Se queste si basano su un’idea della democrazia che sacrifica il principio della rappresentanza in nome della governabilità, il Pci era, all’opposto, per la centralità del Parlamento e delle assemblee elettive, come espressione di un più ampio disegno di partecipazione popolare, considerata indispensabile per rivitalizzare la democrazia italiana.

A proposito di governabilità, le ultime legislature hanno dimostrato che i problemi relativi all’azione del Governo non si devono certo alla debolezza dei suoi poteri costituzionali: anche Esecutivi sostenuti da maggioranze amplissime (vedi l’ultimo gabinetto Berlusconi) si sono sgretolati ben prima della fine della legislatura. Le ragioni sono in parte politiche (eterogeneità e litigiosità delle maggioranze), in parte legati alla precedente legge elettorale, il cosiddetto Porcellum (diversità delle maggioranze di Camera e Senato; premio di maggioranza regionalizzato al Senato).

In ogni caso il disegno di riforme presentato allora dal Pci è ancora persuasivo, anche se oggi richiederebbe aggiornamenti e integrazioni. Resta, ancora oggi, la necessità di tutelare la forma parlamentare della nostra Repubblica, la sola che può contenere eventuali spinte populistico-autoritarie; resta la preferenza per una legge elettorale di tipo proporzionale che privilegi il principio della rappresentanza al feticcio della governabilità; resta il tema del superamento del bicameralismo perfetto da contrappore alla retorica della riduzione del numero dei parlamentari (la rappresentatività non è un costo ma un valore, e ridurre drasticamente il numero dei parlamentari, così come ridurre il numero dei consiglieri regionali e comunali, sono misure certamente simboliche, ma che avrebbero risultati economici modesti, e persino qualche effetto negativo nel momento in cui andrebbero a comprimere la rappresentatività degli organi di rappresentanza popolare); resta infine la necessità di potenziare i momenti di democrazia partecipativa presenti nel nostro ordinamento a partire da una nuova disciplina per le proposte di legge di iniziativa popolare affinché sia davvero obbligatorio il loro esame da parte delle Camere, permettendo che il loro iter presso le commissioni parlamentari possa essere seguito direttamente dai promotori (qui basta intervenire sui regolamenti parlamentari, non servono modifiche costituzionali).

Torna in alto

Categorie corsare

Rubriche corsare

Dai territori

Corsaro social

Archivio

Chi siamo

Il Corsaro.info è un sito indipendente di informazione alternativa e di movimento.

Ilcorsaro.info