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In Islanda le risorse naturali sono ora «proprietà del popolo»

  • Scritto da  Magali Reinert - Traduzione di Claudia Vago
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Kárahnjúkar dam - Iceland - Tom Olliver - CC licenseLa nuova Costituzione islandese, approvata con un referendum, prevede che le risorse naturali siano «proprietà del popolo islandese». Pubblichiamo una nostra traduzione di un'intervista a  Victor David, giurista dell'ambiente presso l'Istituto di ricerca per lo sviluppo (IRD) francese, pubblicata originariamente su Novethic.fr, e ripresa da Actuwiki.fr.

Il progetto di nuova Costituzione islandese prevede che le risorse naturali siano «proprietà del popolo islandese». Quale sarebbe la portata di questo testo se fosse adottato?

Victor David: Questa formulazione è un modo politically correct di parlare di nazionalizzazione delle risorse naturali. In Islanda, una delle maggiori poste in gioco è rappresentata dai prodotti del mare. La quasi totalità del settore della pesca è in mano a poche grosse aziende. Questa nazionalizzazione permetterebbe di rinegoziare le percentuali con una redistribuzione più favorevole alla popolazione nel suo insieme. Le prospettive di trovare petrolio nelle acque territoriali islandesi nel mare del Nord non sono probabilmente estranee a questa proposta. Più in generale, la nazionalizzazione è motivata dal timore di vedere multinazionali, o addirittura Stati esteri attraverso aziende pubbliche, accaparrarsi le risorse. La Cina, per esempio, ha provato ad acquistare dei terreni in Islanda. Occorre comunque relativizzare la portata del testo islandese, che si riferisce esclusivamente alle risorse che non sono già state privatizzate. Non si tratta quindi di un attacco alle compagnie private da parte del governo.

I cambiamenti sono quindi così marginali?

VD: No, perché ci sono ancora molte risorse naturali non ancora trasferite al settore privato, in materia di pesca ma anche per quanto riguarda le riserve petrolifere offshore, che sono ancora allo stadio potenziale.

Il riferimento al "popolo" non dà ai cittadini un maggiore controllo sulle proprie risorse rispetto alla semplice nazionalizzazione?

VD: Non del tutto, nella misura in cui l'Islanda è una democrazia rappresentativa. Occorrerebbe avviare dei meccanismi di partecipazione perché la popolazione sia associata alla gestione delle risorse. Attraverso referendum locali, in particolare. Allora la proprietà popolare avrebbe più senso. Ciò detto, è vero che il progetto di Costituzione islandese prevede dei referendum di iniziativa popolare.  Il 10% della popolazione potrebbe convocare un referendum, perché no, sulle risorse naturali in caso di controversia con lo Stato.

Questo progetto lascia immaginare una maggiore tutela delle risorse naturali?

VD: L'ambiente non ha necessariamente qualcosa da guadagnare. Con il termine "risorse naturali" ci si riferisce in realtà meno a flora, fauna e paesaggio che a tutto ciò che può rivelarsi essere una "ricchezza naturale", come il petrolio, i minerali e i prodotti della pesca. Si sottraggono agli appetiti individuali le risorse naturali che non sono già privatizzate, per darle al popolo. In realtà è lo Stato che le gestisce sotto forma di azionariato di maggioranza, senza necessariamente tutelare la natura. Un vero progresso negli ultimi anni in materia di tutela delle risorse naturali viene dalla Costituzione ecuadoriana del 2008, che ha deciso di attribuire dei "diritti fondamentali" alla natura stessa. Ciò facilita in particolare la difesa dell'ambiente perché questi diritti permettono a ciascuno di essere portavoce della natura di fronte alla giustizia e di sporgere denuncia senza dover giustificare dei pregiudizi personali.   E i danni all'ambiente non possono andare in prescrizione.

Questa proposta dell'Islanda si inserisce in una tendenza più ampia?

Sì, la nazionalizzazione delle risorse naturali torna in primo piano. In modo assolutamente legale, del resto, poiché dal 1962 le Nazioni Unite affermano la sovranità degli Stati sulle risorse naturali. Negli ultimi decenni gli Stati hanno utilizzato questi diritti per privatizzare le risorse, su pressione del FMI e della Banca mondiale. Dall'inizio degli anni 2000 il Venezuela, la Bolivia, l'Ecuador hanno avviato o rafforzato la nazionalizzazione delle proprie risorse naturali, in particolare del petrolio, ma non solo. In Bolivia la nazionalizzazione dell'acqua ha permesso ha permesso allo Stato di rimettere mano sul settore contro la Suez. In Québec, i partiti politici nazionalisti si battono costantemente per la sovranità sulle risorse naturali. Ma un effetto perverso di questo tipo di nazionalizzazione è il rischio di corruzione, perché i governanti diventano i gestori esclusivi di queste ricchezze. Diviene dunque un imperativo accrescere la partecipazione del pubblico nel processo decisionale per la gestione delle risorse naturali ed incrementare le garanzie di trasparenza dell'azione pubblica.

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