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Siria, la guerra dell'informazione

Siria, la guerra dell'informazione

Le immagini di 47 donne e bambini massacrati a Homs, in Siria, rappresentano l'ultimo capitolo di una guerra che da mesi viene combattuta non solo con le armi ma anche attraverso i mezzi di comunicazione. Il Consiglio Nazionale Siriano ha accusato della strage il Governo, mentre le forze vicine a Bashar Al Assad hanno addebitato la responsabilità a gruppi terroristici antigovernativi. Due versioni diametralmente opposte, eppure pochi sono in grado di stabilire con certezza lo svolgimento dei fatti. Ciò nonostante, i grandi giornali internazionali – nonché quelli italiani –  danno per scontato che ad essere veritiera sia la versione dei ribelli.

 

In attesa di conoscere la verità su questo drammatico avvenimento, è necessario sottolineare che sin dall’inizio del conflitto la stragrande maggioranza delle notizie apparse sui mezzi di comunicazione più importanti è pervenuta attraverso canali affini al CNS. Non a caso, mentre quotidianamente riceviamo notizie riguardo ai massacri compiuti dall’esercito ufficiale, le azioni militari compiute dalle forze antigovernative vengono per lo più sottaciute. Per questo è fondamentale capire quali sono le fonti da cui provengono le notizie sulla Siria e a quale disegno corrispondono.

Va sottolineato che soprattutto nella prima fase del conflitto – tra marzo e aprile – il Governo ha duramente represso nel sangue le manifestazioni di dissenso da parte della popolazione. Successivamente, però, a Homs si è costituita una vera forza armata – composta anche da guerriglieri stranieri –  avversa a quella di Damasco. Da questo momento anche le truppe ribelli si sono macchiate di atti di terrorismo contro la popolazione civile eppure tutta l’attenzione è rivolta verso il comportamento di Assad. Perché? Una risposta sta nel fatto che quasi tutta l’informazione sulla Siria proviene dal Syrian Observatory for Human Rights (Sohr) con sede a Londra. Come scrive Marinella Correggia, ogni giorno il Sohr pubblica il numero dei morti, senza peraltro chiarire se si tratti di militari o di civili e lasciando molto all’oscuro su quali siano le proprie fonti di riferimento. Tra l’altro anche l’ONU si affida a organismi in “tutela dei diritti umani” nel conteggio delle vittime del conflitto, in particolare ai Local Coordination Committees, comitati legati al Consiglio Nazionale Siriano dichiaratamente a favore del cambio del regime e che operano in totale anonimità. Proprio oggi l'ONU ha stimato il numero delle vittime a 8.000 persone, tra cui molte donne e bambini.

I dubbi sulla veridicità delle notizie provenienti dalla Siria trovano conferme da vari esempi di disinformazione. Un caso interessante è quello del presunto assalto alla scuola superiore di Jasim da parte delle forze lealiste, raccontato da Al Jazeera e poi smentito dal direttore della scuola Nayg Al Danyfat. Un altro caso è quello di una bambina  di quattro mesi di nome Afef che, secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, sarebbe stata torturata in carcere. La madre hadya Abdul Jabbar Al Assaad ha poi smentito questa versione, ma ancora oggi la notizia falsa ha una reperibilità nel web ben maggiore della smentita. Infine vale la pena sottolineare l’incredibile vicenda della foto di una bambina di Gaza duramente ferita dai bombardamenti israeliani, che è stata spacciata dalla Mezzaluna Rossa degli Emirati Arabi come una vittima della crudeltà di Assad. Niente, inoltre, si dice sulla grande stampa riguardo ai rifornimenti di armi ai ribelli e alla presenza di soldati stranieri confermata dalla missione della Lega Araba – organismo avverso ad Assad e che ha smentito alcune vicende denunciate dai ribelli.

Che esista, dunque, una chiara attività di disinformazione sulla vicenda siriana è evidente. Questo non toglie le gravi responsabilità di Assad –  che certo non nascono con l’esplosione degli scontri ad Homs. Il Presidente siriano ha dimostrato per lunga parte del conflitto di non voler accettare un dialogo con le forze di opposizione, ed è arrivato a ordinare bombardamenti sulla popolazione. Ciò nonostante, alcuni passi avanti nel segno di un processo riformatore sono stati avviati. In questo quadro ciò che emerge con forza è la volontà di alcuni soggetti politici di ripetere l’identico disegno realizzato in Libia: in sostanza, sull’onda delle rivolte arabe, si vuole convincere l’opinione pubblica che anche in Siria vi è in corso una rivolta dal basso e che se l’Occidente non interverrà con le sue bombe la popolazione verrà massacrata senza sosta. Eppure, come ha dichiarato il presidente di Amnesty International Italia, sembra quasi che le alternative dell'impegno internazionale siano "tra lo 0 e il 100", tra il non far niente e il bombardamento su Damasco. Un'alternativa c'è ed è il negoziato. Su questa strada si è iniziato un cammino e contro di esso continuerà la campagna di disinformazione.
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