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Gino Donè Paro: lo chiamavano 'el Italiano'

Gino Donè Paro: lo chiamavano 'el Italiano'

La storia di Gino Donè Paro è di quelle che da sempre si perdono tra le voci del tempo; nei racconti, dei pochi, che ricordano o sanno, nei sobbalzi della memoria, che o commemorazioni, o anniversari, talvolta riportano alla luce. Ma è pure parte di quella mitica epopea tutta nostrana, che dai primi dell’Ottocento, vide diversi italiani, in America latina, imbracciare le armi in nome della libertà dei popoli. E fu così anche per lui. Nato a San Biagio di Callalta, il 18 maggio 1924, giovane partigiano, prese parte alla resistenza antifascista con la missione Nelson nell’area della laguna veneziana, per poi tentare la strada della fortuna, prima in Canada, poi a Cuba, dove arrivò nel 1951. E qui, nell’allora Grande Plaza Cívica di l’Avana, che iniziò la sua seconda vita. Di combattente e rivoluzionario. Dopo la salita al potere di Fulgencio Batista, “el Italiano” era entrato in contatto con la cubana Norma Albertina Turino Guerra, poi sua fidanzata, e con Aleida March, futura moglie del “Che”, entrambi simpatizzanti del Partito ortodosso rivoluzionario, diretto dal giovane avvocato Fidel Alejandro Castro Ruz. 

Proprio lui, conosciuti i trascorsi di partigiano dell’italiano, chiese il suo aiuto negli addestramenti militari, iniziandolo all’attività clandestina. E Donè Paro, proprio con Castro,  partecipò allo storico assalto alla caserma di Moncada di Santiago de Cuba, il 26 luglio 1953. Data storica per Cuba, per il suo destino, per un pezzo di mondo. E pure per Gino Donè Paro. Lui, unico europeo, oltre al messicano Guillén Zelaya, al dominicano Ramin Mejòas, detto “el Pichirillo” e all’argentino, Ernesto Guevara, a partecipare alla spedizione della “Granma”. 

Era la notte tra il 24 e il 25 novembre del 1956, quando, guidata da Fidel Castro, “el comandante”, la piccola imbarcazione salpò le acque del fiume Tuxpan, Messico, per prendere il largo verso i Caraibi.

Direzione golfo di Guacanaybo, a sud-est di Cuba; obiettivo dar vita alla guerriglia per decapitare la dittatura di Batista. Dopo le prime difficoltà e il contrattacco nell’agguato di Alegría de Pío, Gino Donè Paro, che appena sbarcato trovò il disperso Ernesto Guevara, in preda ad un attacco d’asma, tornò segretamente a Santa Clara, come da accordo, dove  partecipò ad azioni di sabotaggio contro postazioni militari. A fargli compagnia Aleida. Il suo nome però circolava, specie tra gli uomini di Batista che gli stavano alle calcagna; e presto cominciò il suo girovagare, tra Messico, Trinidad e Stati Uniti. Nel frattempo la guerriglia continuava, e giù dalle montagne della Sierra stava diventando rivoluzione. “El italiano” era a New York, quando il 1° gennaio 1959 i suoi “barbudos” entrarono trionfanti a l’Avana. Il resto, e pure quello che accadde nel frattempo, come la presa di Santa Clara, è storia nota che si perde nella narrazione epica, a metà tra un mito e una leggenda che hanno affascinato, e continuano a farlo, donne e uomini d’ogni generazione. Per troppo tempo, svanita e ridotta a un anonimo segno sui libri di storia (che lo  riportano così “Tercer pelotòn, Gino Donne”), la figura di Gino Donè Paro è rimasta sconosciuta ai più. In Italia e a Cuba, per riaffiorare negli ultimi anni. Il primo maggio 2004 Gino partecipò con l'amico Arsenio Garcia Davila, anche lui sulla “Granma”, alla grande sfilata popolare dell'Avana, durante la quale furono entrambi solennemente decorati; mentre il 26 luglio 2006, a cinquant’anni dall’attacco alla caserma della Moncada, alle celebrazioni organizzate, riabbracciò il suo comandante, Fidel Castro. Attualmente molte informazioni si trovano nell'Archivio Storico delle Forze Armate Rivoluzionarie Cubane dell'Avana, che conserva un dossier per ciascuno degli 82 giovani che parteciparono allo sbarco. “El Italiano”, dopo molti anni trascorsi in Florida, ha fatto ritorno nella sua terra nel 2003, a San Donà di Piave, dove ha vissuto con alcuni parenti fino al giorno della sua morte. Oggi 22 marzo 2013, a cinque anni dalla morte di Gino Donè Paro, è bello riportarlo alla memoria del tempo presente, come “el Italiano” della “Granma”, e salutandolo come avrebbe voluto: “Hasta siempre”.

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