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Wimbledon, vincono Federer e Serena Williams. Ma sarà vera gloria?

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La scorsa domenica 17 giugno, il trentaquattrenne Tommy Haas ha vinto il torneo su erba di Halle, in Germania, sconfiggendo in finale Roger Federer. Questo risultato, aggiunto a una mesta semifinale del Roland Garros persa dallo svizzero qualche settimana prima, ha gettato ombre e dubbi sulla performance che questi avrebbe potuto ottenere a Wimbledon.
Come, però, ormai sappiamo urbi et orbi le cose per lui sono andate bene, e (sempre come ormai sempre più diffusamente tutti scrivono) «la storia del tennis è stata riscritta ancora una volta» per opera sua.

Insomma, Federer, a trent’anni (quasi trentuno), col settimo titolo a SW19 (il torneo londinese per i londinesi), e di nuovo al comando della classifica Atp, davvero non poteva consegnare agli «scriba» del tennis un finale migliore, che solo un insolito «slightly german accent» in conferenza stampa ha incrinato nella sua quasi immacolata perfezione.
Proviamo però a vedere cosa è successo in questi quindici giorni che la maestosità di questo risultato rischia di oscurare.

Innanzitutto parliamo di Murray (ma anche di questo sono pieni i giornali e i siti, persino quelli che se gli dici tennis associano giusto Borg, o Agassi se sono moderni – adesso pare non più). Il buon Andy è lì, «che prova e riprova ma il senso del vero non trova». E avere Lendl al suo fianco non sappiamo fino a che punto potrà aiutarlo. Quel Lendl pure lui tardo vincitore di slam, che a Wimbledon non vinse mai. Lo scozzese sembra più simpatico dell’ex ceco, almeno più umano, con i suoi tormenti e le lacrime e insofferenze. Dalla sua vela il porto è ancora un punto lontano, anche questa volta che tutto sembrava soffiare a suo favore. Compresa la scomparsa dalla sua parte di tabellone di Rafael Nadal.

Nadal, che uno sciagurato Kendrick nel 2006 illuse di poter giocare anche sull’erba, al punto da convincerlo che avrebbe potuto anche vincere sull’erba (e difatti lo spagnolo ha ben due titoli dalla sua). Quell’incantesimo, però, quest’anno è stato spezzato, e il modesto ceco Lukas Rosol (che ha perso infatti al turno successivo) oltre ad aver rimandato a casa il 7 volte campione del Roland Garros ha evidenziato come ancora una volta, arrivati alla metà dell’anno, Nadal finisca tutte le risorse necessarie per andare avanti, a tratti giocando come uno che impugna la racchetta con la mano sbagliata.

Chi invece per quasi tutti e quindici i giorni stava giocando con quella giusta è stato proprio il numero uno del tabellone, lo spiritoso (è riuscito a dire che Juan Carlos Ferrero era un avversario di primo turno difficile, salvo poi presentarsi sempre per quel primo turno con una mazza da golf al posto della racchetta) Novak Djokovic. Chirurgico e implacabile fino alla semifinale (lasciando solo un set per strada a un imprevedibile Stepanek) ha mostrato tutti i limiti del suo tennis tira&corri 2.0 di fronte a un Federer ‘maldischienato’, e che aveva faticato molto più di lui fino ad allora (Benneteau anyone?). Ma è già da un po’ che il serbo, ora per un funerale ora per un callo, agli appuntamenti che contano, ci arriva esangue (che si stia ancora riprendendo dai 5 set di Melbourne?).

Ad ogni modo, esangui o no, gli altri 125 partecipanti hanno avuto il loro momento di gloria o infamia. Rosol, Benneteau, l’ottimo Tsonga semifinalista sconfitto da Murray, il mesto Roddick col capo chino di fronte a David Ferrer (un altro spagnolo che chissà perché è convinto di poter giocare sull’erba), e persino l’argentino Nalbandian (finalista nel 2002) reduce da una condanna disciplinare patita proprio sui campi del gemello Queen’s a causa di un suo raptus incontrollato e sconfitto da uno che ha un quarto del suo talento (ma – a quanto pare – una quantità di libri letti decisamente superiore), il serbo Tipsarevic.

E poi ci sono state le donne. Lieto fine anche qui, con Serena Williams che ha sollevato per la quinta volta il piatto d’argento, che stava per perdere (prima ancora che con la Shvedova) con la cinese Zheng, contro la quale l’ha spuntata per nove a sette al terzo. La finalista Agnieska Radwanska è silenziosamente arrivata all’ultimo sabato grazie a un tabellone favorevole, ma soprattutto grazie alla scomparsa della numero uno Maria Sharapova, con la testa probabilmente a un nuovo loft da comprare, tanto da tradire un certo sollievo in conferenza stampa, anche se in fondo sono mesi che gioca praticamente ogni settimana, vincendo (ma la Graf come faceva?). Tornando per un attimo alla Shvedova, come non citarla per un record che nessuno pensava si sarebbe mai più verificato dal 1983? La kazaka ha vinto un set senza perdere nemmeno un punto. E contro chi? Contro Sara Errani, finalista allo scorso Roland Garros, che qui a Londra è ritornata a quote più normali, tanto da distrarsi anche in doppio, perdendo con la sua compagna di sempre Roberta Vinci e interrompendo una striscia vincente da record (anche qua), che le ha paragonate alle immortali (G.) Fernandez e Zvereva. Doppio che ha visto a sorpresa arrivare in semifinale le italiane Pennetta e Schiavone, a caccia più che altro di un modo per disputare insieme le Olimpiadi.

Tre quarti di slam ormai andati, gerarchie ripristinate e dubbi ancora non risolti. Restano appunto le Olimpiadi di Londra, e il gran finale nella malinconica New York di settembre. Dopo il quale potremmo davvero dire se a Wimbledon le cose sono andate come dovevano.

Ultima modifica ilLunedì, 21 Ottobre 2013 13:13
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