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Gli editori non sono tutti uguali: spunti per dibattito e azione

libreria

Pubblichiamo l'intervento di Massimiliano Coccia, scrittore e direttore editoriale di "Edizioni Ensemble". Intento di questo contributo è aprire o stimolare il dibattito tra gli addetti ai lavori e non solo su un tema complesso e spinoso come quello dell'editoria.

Mi piacerebbe iniziare questo articolo premettendo che sono molto felice di fare il mio lavoro. Sono felice perché riesco a coniugare una passione viscerale con una professione.

Faccio l’editore, vivo in mezzo ai libri, agli scrittori, scrivo anche io, quindi non c’è essere virtualmente più felice di me. Ma questa felicità viene uccisa la mattina tra il telefono che inizia a squillare e le notizie che vedono il nostro settore andare a picco. Il lessico non aiuta, sono un editore, come Giorgio Mazzella, l’editore di Sardegna 1 che dice ai lavoratori di non manifestare davanti alla sua banca perché “è una caduta di stile, un ricatto a cui non posso cedere”, o come Renato Soru che qualche mese fa sostenne di non sapere nulla dello sciopero dei suoi giornalisti, ma sono un editore anche come i tanti che aprono una piccola società, formano giovani, li pagano equamente, fanno salti mortali e a fine mese ci arrivano con i soldi necessari a non andare sotto i ponti. Ci sono editori ed editori quindi.

Ma la mia vita lavorativa non la immaginavo così, non la volevo così. Quell’universo di possibilità di cui molte volte ha scritto Marco Lodoli piano piano sfuma, tra burocrazia, mercato poco libero e signoraggio dei grandi editori. E così noi trentenni, quell’universo non lo vediamo in espansione, ma in esplosione.

Ci difendiamo, andiamo a vivere da soli, cerchiamo di lavorare, cerchiamo di stipendiarci, ma con successi alterni e l’odioso ricorso al welfare familiare e alla fine di una giornata lavorativa ci si sente come i ragazzini del dopoguerra che giravano per la città senza sosta, raccogliendo le cicche delle sigarette per ricavare qualche grammo di tabacco. Ogni giorno noi riportiamo a casa un grammo di infelicità e la teniamo ben chiusa nel cassetto perché forse un giorno sembrerà preziosa , visto che al peggio non c’è mai fine.

Fare l’editore è complicato. Farlo non a pagamento poi, ancora di più. Di solito la casa editrice che ho contribuito a fondare organizza dai 15 ai 20 eventi al mese, senza i quali non riuscirebbe a sopravvivere. Eventi significa presentazioni, reading, spettacoli, perfomance, iniziative culturalmente molto importanti, che ci consentono di mettere da parte come operose formichine i denari che serviranno a rimettere “a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

Nonostante questo, la coperta è sempre troppo corta. Posto il fatto che se abbiamo iniziato questo lavoro un po’ visionari lo siamo, girando per fiere, presentazioni, incontri, ho percepito la matrice collettiva del problema. L’editore di solito si accompagna ad un ego smisurato, difficilmente ammetterà che il problema della sua casa editrice è uguale a quello della mia, continuerà a guardarti con estrema diffidenza, non capendo che il mercato editoriale indipendente rischia veramente tanto e che si è ormai ridotto ad un mercato di compravendita tra addetti ai lavori. Ad ogni occasione pubblica assistiamo a scene pietose di autori buttati a vendere le copie come venditori di aspirapolveri oppure colleghi editori che regalano panini e birre, che fanno i simpatici con tutti, negli ambienti più freak poi ci sono quelli che ti guardano male perché “si vede che tu non hai il distacco dal denaro”, insomma, un mondo difficile, che però va affrontato senza paure, senza posizioni dogmatiche, con le idee chiare ed una spinta sostanziale verso una rivendicazione forte del quadro professionale. Secondo il rapporto AIE (Associazione Italiana Editori) va tutto bene.

Tutto è in crescita. Le librerie vanno a gonfie vele, il commercio on-line è il traino del settore, vendiamo più diritti d’autore all’estero, i libri per ragazzi aumentano di fatturato, in Italia si legge di più, sono in calo solamente i fascicoli in edicola (ad esempio le ricette di Suor Germana), poi però se confrontiamo il rapporto dell’AIE con la situazione attuale del panorama librario e culturale italiano, le differenze sono molte. Piccole librerie chiuse, piccole case editrici chiuse, self publishing in vertiginosa espansione grazie a i grandi gruppi industriali che assorbono fette di mercato, l’editoria indipendente sempre più alle corde con un principio di concorrenza assurdo, che fa in modo che sia il distributore a decidere le sorti di una struttura e non il lettore, che solo dopo una disamina, una ricerca certosina (inadatta ai tempi in cui viviamo) può reperire un titolo, può scoprire un autore, un mondo dove è vero che si vendono molti libri, ma se si osservano i primi posti nelle classifiche troviamo biografie di sportivi, libri di cucina, narrativa da supermercato, un mondo del libro figlio della sottocultura televisiva della peggior specie. Per non parlare della mancanza di accesso al credito delle piccole imprese editoriali, del futuro incerto dell’Iva, che comunque l’editore assolve al 4% ma che inspiegabilmente paga a prezzo quasi pieno alla tipografia, l’accessibilità alle grandi fiere nazionali, che avviene in maniera arbitraria pur essendo le stesse finanziate con soldi pubblici, la mancanza di un contratto che tuteli il lavoro nell’editoria.

Occorre lanciare la sfida per spazzare via l’infelicità e la bassezza di chi vorrebbe ridurre un mestiere nobile ad un postribolo fatto di nani e ballerine, occorre strutturare una rete di iniziative che raccolgano i nuovi lavoratori della cultura e della conoscenza, perché nel corso dei mesi abbiamo visto che i problemi sono sovrapponibili, così come le soluzioni, occorre un movimento che faccia comprendere che anche “il sistema libro” è un bene comune.

Una sana editoria, un giornalismo libero da precariato, un cinema senza “impresari cani”, un teatro scevro da caste e flussi di denaro che vanno sempre a finire da decenni nelle stesse tasche, possono rendere migliore questo Paese, possono creare un volano economico enorme. Oggi è un dovere agire, perché come scriveva Pintor “azione significa uscire dalla solitudine”, azione significa ridare dignità alla parola, agli autori, ai lavoratori, azione significa non continuare a lamentarci e a delegare alle associazioni di categoria che difendono sempre i grandi gruppi editoriali che in maniera mastodontica fagocitano il mercato, per questo occorre ripensare le regole della concorrenza, che oggi appaiono superate e non capaci di evitare monopoli, non fondati sulla qualità e sulla proposta letteraria, ma esclusivamente sul potere economico della pubblicità e della creazione forzata della domanda.

Esiste un tempo migliore di questo, un tempo meraviglioso fatto non di fatue speranze, ma di costruzione di una collettività culturale, che restituisca al nostro Paese la dignità che gli spetta, oltre ogni crisi, oltre ogni Governo.

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