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Addio a Eric Hobsbawm, lo storico che insegnava a “cambiare il mondo”

Addio a Eric Hobsbawm, lo storico che insegnava a “cambiare il mondo”

Si intitola Come cambiare il mondo l’ultimo libro con cui Eric Hobsbawm ci lascia, spegnendosi oggi all’età di 95 anni a Londra. Un vero e proprio testamento che racchiude il senso più profondo dell’opera di uno storico il cui rigore scientifico è stato un’unica cosa con la volontà di dare voce agli ultimi, gli emarginati, alle lotte sociali e politiche, le speranze e le sconfitte che hanno segnato la complessa storia del movimento contadino ed operaio, le contraddizioni e la possibilità ancora aperte nel futuro delle nostre società. Uno sguardo critico e impietoso che ha posto alcune delle colonne portanti del dibattito storiografico contemporaneo, restituendo dignità ad un approccio marxiano nell’indagine storica come attenzione all’irriducibile complessità delle relazioni tra fattori economici, rapporti di forza sociali e politici, l’antagonismo delle classi in lotta.

Nato nel 1917 ad Alessandria d’Egitto da genitori tedeschi di origine ebraica, si trasferisce con la famiglia a Vienna e nella Berlino dell’ascesa nazista abbraccia il marxismo. Costretto a fuggire in Gran Bretagna dopo la presa del potere di Hitler, studia a Cambridge e intraprende presto una brillante carriera accademica. I suoi primi studi sono dedicati alla storia del movimento operaio britannico, di cui viene indagata la nascita e lo sviluppo delle sue diversificate opzioni politiche che determineranno il carattere peculiare delle lotte sociali e sindacali in Inghilterra (Labouring Men. Studies in the History of Labour, Londra 1964). In seguito la sua attenzione si concentra sulle figure “devianti” della modernità industriale, inaugurando un approccio micro-storico sulle condizioni di produzione e riproduzione sociale del “diverso” e del “soggetto pericoloso”: sono i saggi I ribelli, I banditi e I rivoluzionari (editi in Italia da Einaudi). Ma le due opere monumentali che consacrano Hobsbawm come riferimento imprescindibile per lo studio del mondo moderno e contemporaneo sono il celebre affresco del Novecento Il secolo breve e la trilogia sulla classe borghese: Le rivoluzioni borghesi (Il Saggiatore), Il trionfo della borghesia (Laterza) e L’età degli imperi (Laterza). Il primo, l’opera di certo più conosciuta di Hobsbawm, è un’interpretazione sintetica del periodo che va dalle due guerre mondiali alla fine della guerra fredda, con il crollo dell’Urss: una chiave di lettura del nostro tempo e, insieme, una mappa delle questioni irrisolte, dei punti di attrito e delle brecce che possono essere ancora aperte alle forze di cambiamento nelle società del capitalismo avanzato.

La riflessione sul significato del lavoro storico in rapporto alle questioni di più pressante attualità, secondo quella “cioè la capacità di vedere le cose sia dal proprio punto di vista sia da quello altrui” che rappresenta “una parte importante del lavoro dello storico”, attraversa le pagine della sua biografia Anni interessanti (Rizzoli). Ma è con Come cambiare il mondo: perché riscoprire l’eredità del marxismo (Rizzoli) che Hobsbawm restituisce una visione complessiva dello sviluppo della teoria e della pratica del marxismo quale strumento ancora irrinunciabile nell’analisi del sistema economico e sociale attuale, e insieme punto di riferimento per le lotte per un diverso modello di società. Solo lo sguardo storico permette di cogliere i possibili sviluppi del sistema e i fronti sguarniti su cui concentrare l’offensiva, in particolare nella situazione della crisi attuale: o, per dirla con le sue parole, “è palese che il funzionamento del sistema economico debba essere analizzato sia storicamente, come una fase e non la fine della storia, sia realisticamente, vale a dire non in termini di un equilibrio di mercato ideale, ma di un meccanismo interno che genera crisi periodiche potenzialmente in grado di mutare il sistema. Quella attuale potrebbe essere una di queste”. Una storia come premessa per l’azione e per una strategia di cambiamento: questa la più grande eredità che la storiografia marxista di Hobsbawm ci lascia.

Ed è con le parole che concludono Il secolo breve che vogliamo ricordare un grande maestro, fare tesoro del suo insegnamento mentre, adesso senza di lui, restiamo a lottare “nel mondo grande e terribile”.
“Se l’umanità deve avere un futuro nel quale riconoscersi, non potrà averlo prolungando il passato o il presente. Se cerchiamo di costruire il terzo millennio su questa base falliremo. E il prezzo del fallimento, vale a dire l’alternativa a una società mutata, è il buio”.

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