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5 gennaio: ricordiamo Peppino Impastato e Pippo Fava

  • Scritto da  Roberto Iovino
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5 gennaio: ricordiamo Peppino Impastato e Pippo Fava

Le biografie contano, soprattutto quando raccontano di vite spezzate per un ideale. Il 5 Gennaio non è una data qualunque, ricorre la nascita di Peppino Impastato, ricorre il tragico omicidio di Pippo Fava. Due siciliani, due giornalisti, due simboli della lotta alla mafia, due storie che si intrecciano nella Sicilia degli anni '70, molto più omertosa e chiusa di quella attuale. 

Se oggi esiste una coscienza civica contro le mafie è anche grazie a loro, che hanno sfidato Cosa Nostra quando nessuno osava metterne in discussione il potere. Peppino nasce nel '48 a Cinisi da una famiglia legata ai capimafia Manzella prima e Badalamenti poi; Pippo nasce nel siracusano nel '25 ma cresce professionalmente a Catania dove fonda una rivista che farà la storia della lotta antimafia negli anni '80, I Siciliani. Entrambi poeti, visionari e militanti, ammazzati perchè mossi da un moto di ribellione contro le ingiustizie di Cosa Nostra. La storia di Peppino, seppur venuta alla ribalta grazie alla pellicola di Giordana I Cento Passi, è una storia in parte dimenticata. Da giovanissimo prende le distanze dal padre Luigi – legato alle Cosche locali –, denuncia la speculazione mafiosa sulla costruzione dell'Aeroporto di Palermo a Terrasini, milita nel Psiup, fonda Radio Aut, si candida nelle liste di Democrazia Proletaria. È punto di riferimento indiscusso di tutta la sinistra extraparlamentare siciliana e meridionale a cavallo tra il '68 e la fine degli anni '70.

Pippo Fava invece ama il suo lavoro, è un giornalista tutto d'un pezzo. Concepisce la militanza antimafia come una missione deontologica, come ogni buon giornalista dovrebbe fare. Comincia da giovanissimo a L'Espresso sera, si trasferisce a Roma dove ha l'opportunità di lavorare a Radiorai e collaborare con testate autorevoli come il Tempo e il Corsera. Torna in Sicilia e nell'80 come direttore de Il giornale del Sud. La direzione di Pippo Fava sconvolge l'intera linea del giornale. Darà fiducia a giovani e impegnati cronisti, prenderà le distanze dalle istallazioni missilistiche a Comiso, darà visibilità alle inchieste sullo strapotere del clan Santapaola nel monopolio del traffico di droga in tutta la Sicilia orientale e oltre. Proprio per questi motivi, con l'avvento di un nuovo gruppo imprenditoriale che rileva il giornale, Fava viene messo ai margini e licenziato.

Entrambi sono legati da un amore viscerale per la cultura, amano il cinema, la musica, la scrittura e la poesia. Peppino si trova perfettamente a suo agio nel ruoloche gli viene assegnato di "giullare contro la mafia", un ruolo che gli permette di affrontare la denuncia sempre con ironia e lo sberleffo. Accusa i mafiosi tramite la sua radio indipendente, denuncia Mafiopoli, l'opera di lottizzazione edilizia che farà la fortuna di Cosa Nostra in quegli anni. Pippo Fava, invece, è un giornalista eclettico che oltre al suo lavoro di denuncia si occupa di musica, sport ed è anche autore cinematografico e teatrale (il suo Palermo or Wolfsburg vincerà l'Orso d'Oro)

Due storie che si intrecciano anche nella drammaticità della loro scomparsa. Per entrambi Cosa Nostra fece le cose in grande. Peppino viene assassinato barbaramente la notte buia dello Stato italiano, quella del 9 maggio '78. Per depistare gli inquirenti i mafiosi simulano un attentato alla ferrovia, parte una campagna di diffamazione a mezzo stampa che per decenni ne infangherà la memoria. Pippo Fava, invece, viene assassinato a Catania nel '84. Scampato ad un precedente attentato, viene freddato all'uscita del teatro Verga da cinque proiettili. Anche per lui partirà una campagna di diffamazione che etichetta l'omicidio come passionale e il suo funerale, proprio come quello di Peppino, vedrà la partecipazione solo di operai e studenti, qualche politico comunista ma nessuna personalità istituzionale.

Pochi giorni prima del suo barbaro omicidio, Fava fu intervistato da Enzo Biagi, al quale rilasciò una dichiarazione che, alla luce di quello che sarebbe successo in Italia da lì a pochi anni, rappresenta un vero e proprio monito inascoltato: «Mi rendo conto che c'è un'enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono Ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione (…) »

Giustizia verrà fatta per entrambi solo molti anni dopo. Solo dopo la revisione dei processi saranno individuati i mandanti degli omicidi. Nel 2002, grazie alla tenacia di mamma Felicia e di una fitta rete della società civile, Tano Badalamenti sarà condannato all'ergastolo come mandante dell'omicidio Impastato. Solo nel 2001 la Corte di Assise di Catania confermerà l'ergastolo per il superboss catanese Nitto Santapaola, individuato come il mandante dell'omicidio Fava. Le figure di Pippo e Peppino sono figure da ricordare, figure che parlano alle nuove generazioni. Non eroi, ma ragazzi di provincia che hanno fatto la scelta della coerenza, del coraggio e della giustizia. Ricordare le loro storie significa guardare all'Italia di oggi con speranza, certi che il grido di Peppino «la mafia è una montagna di merda» riecheggi sempre in ognuno di noi come moto di indignazione e ribellione a tutte le ingiustizie.

Ultima modifica ilLunedì, 21 Ottobre 2013 17:14
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