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Reggio Calabria: la certezza del fallimento, l’auspicio di un riscatto

  • Scritto da  Maurizio Albanese, Rocco Albanese, Maria Labate
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Reggio Calabria: la certezza del fallimento, l’auspicio di un riscatto

Con il provvedimento assunto il 9 ottobre, il Viminale mette un “punto e a capo” nella recente storia politica e sociale vissuta dalla città di Reggio Calabria. Lo scioglimento del Consiglio Comunale della città dello Stretto – stabilito con riferimento alle attività della consiliatura insediata solo qualche mese fa, con Demetrio Arena quale sindaco – è una decisione dalla portata politica enorme, dal momento che mai nella storia repubblicana un simile provvedimento aveva coinvolto il massimo organo collegiale di un ente locale così rilevante sul piano amministrativo, economico e demografico.

Reggio Calabria vive da ormai due anni il processo di implosione del tanto osannato "modello Reggio", vale a dire di un modo di gestire l’amministrazione cittadina, la vita pubblica ed i rapporti sociali che aveva costituito il marchio di fabbrica dell’impresentabile Giuseppe Scopelliti. L’attuale governatore della Calabria, che negli anni è stato in grado di collocarsi trai sindaci più “amati” d’Italia, oggi riesce a confermare brillantemente la sua incompetenza, dichiarando che "se la scelta sarà politica assumeremo le nostre decisioni, chiedendoci se questa sia democrazia. Perché in comuni limitrofi a quello di Reggio in cui sono state dimostrate evidenti commistioni tra amministratori e appartenenti al crimine organizzato, non si è proceduto con lo scioglimento?"

Scopelliti che, va detto chiaramente, deve ancora pagare, sul piano della responsabilità politica, per tutte le sue condotte: tale considerazione prescinde dall’attualità di un consiglio comunale sciolto, e riguarda piuttosto un senso di dignità etica e civile che chi scrive – reggino lontano per motivi differenti dalla propria terra – vuole continuare a difendere. Non foss’altro perché Orsola Fallara, a Reggio Calabria, non è una persona deceduta, bensì un fantasma che si aggira per le tante zone grigie del governo cittadino.

Reggio è oggi una città che si risveglia bruscamente e si ritrova immersa in un incubo. Nelle casse del Comune c’è un buco di bilancio che non risulta ancora chiaramente quantificato – nonostante sia certo che dal 2006 al 2010 l’amministrazione Scopelliti abbia prodotto 170 milioni di disavanzo, di cui 80 certamente conseguenti ad attività illecite (dati Corte dei Conti) – e che sta aggravando pesantemente le ricadute della crisi economica che tutti viviamo; esemplificando: se la crisi la stiamo pagando tutti, a Reggio la crisi pesa il doppio. Si sono realizzate le condizioni per il fallimento sistemico di un’intera città. Perché di questo si tratta: di un sistema di potere pervasivo e diffuso, garantito da patti di ferro di stampo clientelare e – come oggi è chiaro – mafioso, che è stato in grado di saccheggiare le istituzioni cittadine e il già precario tenore della vita collettiva.

Le due maggiori società miste di servizio pubblico locale, la Multiservizi e la Leonia, sono state gravemente interessate da fenomeni di infiltrazione ‘ndranghetista. La prima è stata sciolta mesi fa da parte del sindaco commissariato Arena, a causa dal mancato rilascio della cd. “certificazione antimafia” al socio privato dell’azienda. La seconda è balzata agli onori della cronaca proprio in contemporanea con lo scioglimento del Consiglio Comunale, con la sottoposizione a custodia cautelare di Bruno De Caria, direttore operativo della società mista (che ha in carico la gestione del ciclo dei rifiuti), per via di infiltrazioni ‘ndranghetiste.

Queste sono semplici “istantanee” che riguardano una situazione complessiva oramai insostenibile, rispetto alla quale sono grandi le responsabilità della stessa cittadinanza. Il tessuto sociale di Reggio Calabria, negli ultimi anni, è stato infatti “vittima”, in un certo senso consapevole, di un processo di devastazione culturale che si potrebbe definire come una delle frontiere più avanzate del berlusconismo. Ci si riferisce all’appuntamento annuale con le “notti bianche” dallo spessore culturale molto limitato, ma contraddistinte dalla presenza di degni esponenti del carrozzone di “nani e ballerine” tipico del sistema di potere (politico e mediatico) di Silvio Berlusconi. O, ancora, alla spesa di circa 800.000 € per ciascuna estate in cui RTL 102.5 è stata ospitata sul Lungomare Italo Falcomatà. O, addirittura, al triennio in cui, per volere di un sindaco (Scopelliti) che avrebbe fatto di tutto per “far divertire il popolo”, ha ospitato i sedicenti campionati mondiali di fuochi d’artificio!

Tali “eventi culturali” sono stati negli anni la cifra della qualità della vita culturale e sociale cittadina, fungendo da strumenti di distrazione di massa mentre le casse pubbliche si svuotavano e le clientele e connivenze fiorivano. Si deve ammettere che – salvi casi meritori e ad oggi, sfortunatamente, limitati – nell’ambiente reggino risulta molto complesso avviare dei percorsi politici, culturali, associativi o economici che siano in grado di sconfiggere, nel vissuto quotidiano, il controllo del “Gattopardo”. La realtà è dura a riconoscersi e, una volta chiamata per nome, ti fa diventare immediatamente un disfattista che disprezza la sua terra.

Ma la realtà di Reggio Calabria, a volerla nominare, parla di un sistema di controllo sociale, clientelare e mafioso, così potente da aver instaurato nel “senso comune” una sorta di fatalismo rassegnato, dominato da una logica claustrofobica che ruota attorno ai meccanismi del ricatto (personale, lavorativo) e della connivenza. Frutto malato di simili processi, che scavano nel profondo della coscienza di una comunità, è la vergognosa manifestazione, che alcuni rappresentanti degli studenti del liceo classico “Campanella” hanno tentato di organizzare il 4 ottobre scorso: una manifestazione che, scandita dallo slogan “non commissariate il nostro futuro”, avrebbe dovuto opporsi all’ipotesi (poi divenuta realtà) del commissariamento del Comune. Nonostante l’iniziativa si sia rivelata un fallimento, con una trentina di studenti raccolti davanti al Municipio, ciò non impediva al sindaco Arena di ricevere in pompa magna i ragazzi, ringraziandoli per essersi schierati in difesa dell’amministrazione comunale e della città.

Ma c’è di peggio. Infatti, la migliore testimonianza del tasso di degrado cui è giunta la vita politica cittadina si può rintracciare in un Manifesto contro la diffamazione della città”, firmato nei giorni scorsi da centinaia di esponenti della “classe dirigente” cittadina. Con un testo stringato e privo di contenuti, è stata a nostro modesto avviso condotta un’operazione strumentale, che ancora una volta ha inteso giocare sulla presunta “campagna di diffamazione che criminalizza un’intera città non distinguendo tra i delinquenti e le decine di migliaia di persone oneste”: un gioco ipocrita, messo in campo per difendere l’indifendibile senza neanche “nominarlo”.

Non siamo a conoscenza, nell’intero territorio nazionale, di iniziative volte a “sparare nel mucchio”, gettando fango sulla Calabria e criminalizzando in modo indistinto la città di Reggio. Abbiamo invece presenti i risultati delle indagini della magistratura, che in condizioni difficilissime portano a galla quotidianamente la sporcizia che inquina le istituzioni di Reggio Calabria e ne devasta il territorio e le risorse culturali.

Allo stesso modo, abbiamo notato con stupore e sdegno che, tra le centinaia apposte ad un “manifesto” che si è rivelato un assist politico per le dichiarazioni di Arena e Scopelliti, figurano firme come quelle di Mimmo Nasone (coordinatore reggino di Libera, nonostante l'associazione abbia smentito l'adesione all'appello con una apposita nota), Aldo Pecora (portavoce di “Ammazzateci tutti”) e Rosanna Scopelliti (figlia del giudice Antonino Scopelliti, ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1991). Simili firme, che impegnano il nome di singoli ed associazioni che sono e sarebbero protagonisti della lotta alla mafia, dimostrano in modo chiaro la portata drammatica della “questione” politica, sociale e culturale che affligge Reggio Calabria.

Il commissariamento del Comune di Reggio Calabria può rappresentare un appello – l’ennesimo – alla responsabilità di un’intera comunità. Ripartire si può. Anche perché si può e si deve pretendere un modello di governo della cosa pubblica che sia anche solo “normale”, ispirato al buon senso. E tuttavia, per risollevarsi dal fondo, che la città di Reggio ha toccato in termini sociali ed economici, bisogna avere chiaro che l’onestà è una pratica quotidiana, da assumere su un piano individuale e soprattutto collettivo.

Una simile situazione richiederebbe allora la convocazione di una sorta di “assemblea costituente cittadina”. Reggio Calabria ha bisogno della creazione di uno spazio pubblico di discussione, che sia in grado, grazie al contributo di associazioni e persone oneste e di buon senso (e quindi slegate dalle logiche di potere che hanno condannato la città sino ad oggi), di individuare i nodi da sciogliere e la progettualità politica in base alla quale ricostruire il tessuto cittadino.

L’obiettivo è la creazione di condizioni, sociali ed economiche, in grado di liberare la comunità reggina dal ricatto delle clientele e dalla rassegnata sudditanza alla ‘ndrangheta.

I primi mattoni di questa costruzione dovranno essere: in primo luogo, una lotta reale e “preventiva” alla criminalità organizzata, che permetta di liberare a monte le persone dal ricatto mafioso: pensiamo a scuole aperte il più possibile e rese vive da progetti civici, che vedano gli studenti protagonisti; alla promozione dell’uso sociale e cooperativo dei beni confiscati; pensiamo ad interventi strutturali volti a superare il proibizionismo ottuso che riguarda due delle principali voci di finanziamento mafioso, come le droghe leggere e la prostituzione.

In secondo luogo, un piano organico di tutela del territorio cittadino e provinciale, con piccole opere diffuse che contrastano frontalmente la logica megalomane del Ponte sullo Stretto e delle grandi opere: pensiamo alla valorizzazione (paesaggistica e culturale) delle aree interne; pensiamo alla messa in sicurezza idrogeologica del territorio, che per essere realizzata richiederebbe il lavoro e le competenze di moltissime persone; pensiamo al recupero del patrimonio archeologico sterminato del territorio reggino.

Non può mancare un percorso trasversale di liberazione da ogni forma di ricatto, che passa per le iniziative sopra immaginate e che deve garantire anche: la creazione di reti di protezione dall’estorsione per le imprese; un insieme di sbocchi occupazionali e di canali di accesso al reddito, soprattutto per i giovani; un funzionamento più democratico, partecipato e trasparente delle istituzioni pubbliche, così come delle aziende che gestiscono i servizi pubblici locali.

Ci siamo permessi di lanciare qualche sasso nello stagno, nell’auspicio che le energie sane che rendono viva Reggio Calabria permettano alla città di superare l’attuale stagnazione. La speranza di chi scrive è che il “modello Reggio”, a partire dagli appunti per un’agenda di governo del territorio appena menzionati, possa essere archiviato per sempre, portando Reggio Calabria ad essere un modello di riscatto.

Ultima modifica ilLunedì, 21 Ottobre 2013 17:14
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