Il pranzo è servito... dai boss!
- Scritto da Peppe Ruggiero - presidenza nazionale Libera - Associazioni, nomi e numeri contro le mafie
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Pubblichiamo un’inchiesta di Peppe Ruggiero, componente dell’Ufficio di presidenza di Libera – associazioni, numeri e nomi contro le mafie, già pubblicata nel Primo rapporto su caporalato e agromafie a cura dell’Osservatorio Placido Rizzotto, e nel secondo numero dei Quaderni Corsari, rivista di approfondimento autoprodotta che nasce da una costola de ilCorsaro.info, e disponibile gratuitamente online.
Nel secondo numero, pubblicato a gennaio 2013, abbiamo scelto di affrontare la questione ambientale. Leggete online o scaricate gratis il secondo numero della rivista: "Pensare ecologico: i limiti del pianeta e il nostro futuro".
C’è un “convitato di pietra”, imprevisto e criminale, seduto ogni giorno alla tavola di tanti italiani. Si scrive agromafie ma si legge, di volta in volta, mafia, camorra, ’ndrangheta e Sacra corona unita. E può nascondersi dietro un pomodoro o un’arancia, una mozzarella campana o una spigola, un cocomero o un cesto di lattuga, persino dietro il pane e la pizza.
Le agromafie sono difficili da sanare, complicate da contrastare. Facili da mangiare. Le attività criminali in questo settore si intrecciano e si confondono con quelle legali attraverso un complesso sistema di relazioni che coinvolge il contesto sociale, la struttura economica e quella istituzionale. Ogni giorno, nessuno li ha invitati, ma spesso si cena con i boss. Sono loro a imporre marchi e prodotti, a scegliere il menù.
I clan sono in grado di soddisfare anche i palati più esigenti. Sono ben 27 quelli censiti nell’ultimo Rapporto Ecomafia di Legambiente. La faccia concreta di una mafia ingorda e insaziabile che agisce in ogni comparto, dalla coltivazione alla vendita, altera la libera concorrenza, influenza i prezzi di mercato, scarica i costi sul portafoglio dei cittadini e sfrutta il mondo del lavoro. Di fatto una tassa occulta sui prodotti, una tassa che pesa sulle tasche degli ignari consumatori.
È difficile stimare il giro d’affari, ma i prodotti delle agromafie ci presentano il conto. In termini di salute perché prodotti poco curati e controllati, fatti al risparmio per lucrare il massimo profitto con il minimo della spesa: alle mafie la qualità non interessa. E ci presentano il conto anche in termini di soldi, perché i loro prodotti costano caro. Sono in tanti a doverci guadagnare. I mafiosi per primi, ma anche i loro comparielli, quelli che dovrebbero vigilare sulla qualità delle merci e non lo fanno, quelli che pur di vendere accettano i monopoli mafiosi con relativi rincari. Ed ecco che nel prezzo finale del prodotto si accumula il costo della corruzione, del pizzo, del favore. È una delle facce dell’Italia della Terza Repubblica.
È una logica assurda dal punto di vista commerciale, non è così che funzionano le cose nel mercato; ma non è questo il libero mercato, questo che raccontiamo è il monopolio protetto della criminalità organizzata. Una filiera criminale che va dall’origine, dai prodotti coltivati e allevati sul suolo (spesso inquinato), passa attraverso la loro lavorazione e il trasporto, passa attraverso supermercati, bar, ristoranti e negozi e arriva direttamente sulle nostre tavole.
Le agromafie raccolgono dati e storie allarmanti nella loro “normalità”. Il pane impastato con farine scadenti e cotto nei forni abusivi che utilizzano il legno delle bare rubate nei cimiteri, quello degli infissi delle case in demolizione o quello delle scenografie dei teatri. Legna marcia, trattata con sostanze tossiche, che fa anche particolarmente impressione quando si tratta delle bare dei morti. Carne di animali malati sottratti con vari stratagemmi ai controlli, fatti arrivare dall’estero e spacciati per italiani. Oppure di bestie dopate con farmaci per dare più latte o per essere magari sfruttate, come accade per i cavalli, nel giro delle corse clandestine e poi macellate illegalmente. Immaginate che una mucca trattata con anabolizzanti arriva al macello con 100 chilogrammi in più rispetto a un capo di bestiame allevato nel rispetto della legge. Il sovrappeso garantisce all’atto della commercializzazione un utile netto di almeno 400 euro a capo. Se si moltiplica per i grandi numeri del mercato ci si fa un’idea del business illegale.
Del resto le tradizioni si tramandano. E se funzionano, perché cambiarle? Già negli anni ’50 la camorra allevava commercianti e faccendieri da inserire nella compravendita della carne. È in questo periodo che aumenta vertiginosamente la macellazione clandestina: nel 1896, nel macello civile di Napoli vengono abbattuti 43.164 capi grossi di bestiame per una popolazione di 500.000 abitanti, nel 1956 meno di 30mila capi di bestiame al posto dei 90mila necessari per approvvigionare una popolazione di un milione di abitanti. Bastano queste cifre per dimostrare quanto sia elevato, già in quegli anni, il ricorso alla macellazione clandestina, che in parte viene monopolizzata dalla camorra, spesso in accordo con gli stessi commercianti di bestie.
Le agromafie non sono solo storie di agricoltura, di pietanze di terra. Nel menù criminale è possibile “gustare” anche piatti di mare. Perché anche il pesce può puzzare di camorra. L’ultima “trovata” è emersa il 16 maggio 2007 da un verbale del collaboratore di giustizia Giuseppe Misso jr, nipote dell’omonimo boss del rione Sanità. Il pentito racconta al pm Raffaele Marino che lo interroga: «In molte zone sopra le mura, tra Porta Capuana e Porta Nolana, ma anche a Mergellina, viene imposto ai venditori di frutti di mare l’acquisto di taniche contenenti l’acqua di mare che serve a tenere freschi i pesci e le cozze». Guai a non pagare e non accettare quelle taniche. E che importa se la provenienza è oscura, se è prelevata in acque dove è vietata la balneazione. La legge della camorra non ammette repliche.
Quello che un tempo la gente del popolo chiamava “acqua pazza”, ossia la cucina a base di acqua di mare – perché il pesce appena pescato veniva cucinato con acqua di mare e altri ingredienti essenziali – oggi si è trasformato in tutt’altro paradigma. Spigola all’acqua pazza è il nome che viene dato al pesce surgelato sottoposto a una vergognosa pratica di scongelamento con acqua contaminata. Un’inchiesta della magistratura ha accertato che l’acqua di mare inquinata viene venduta e poi usata per scongelare, lavare e rinfrescare il pesce da mettere sul mercato in vista delle festività natalizie.
Nelle carte dell’inchiesta si fa per la prima volta luce sull’assurda “macchina” del traffico clandestino di acqua inquinata. Una genialità tutta napoletana. Si è scoperto che un uomo aveva collocato in mare una motopompa nei pressi del Molosiglio, sul lungomare di Napoli, e della spiaggia di Vigliena alla periferia est. Dietro il pagamento di 5 euro a carico, riforniva di acqua sporca autocisterne e furgoni frigo, in alcuni casi addirittura cisterne utilizzate precedentemente per lo spurgo delle fogne. Seguendo il carico, i Carabinieri scoprirono che quel liquido melmoso veniva distribuito nelle diverse pescherie della città. I risultati delle analisi effettuate sul campione d’acqua diedero un esito drammatico: la concentrazione dei colibatteri superava di migliaia di volte la soglia prescritta dalla legge. Tutto ciò in barba a qualsiasi legge: basti pensare che a Napoli è in vigore un’ordinanza sindacale risalente al 1976 che fa divieto di utilizzare acqua di mare raccolta sul litorale urbano, là dove non è consentita la balneazione, per lavare o tenere in fresco prodotti ittici. Le immagini girate dalle Forze dell’Ordine erano chiare e nitide: in esse alcuni addetti del mercato ittico e qualche commerciante scongelavano o sciacquavano pesce con acqua altamente inquinata prelevata in alcuni casi a Vigliena, a pochi metri dalla bocca del collettore fognario e dallo scarico della centrale Enel. A distanza di anni, nel dicembre del 2011, le forze dell’ordine bloccarono ancora i “prelevatori” d’acqua marina mentre erano intenti a prelevare oltre 10 mila litri dal porto del Granatello a Portici, in provincia di Napoli. “Rubavano” acqua di mare per rivenderla alle pescherie con gravi rischi per la salute pubblica.
E se ci spostiamo più al Nord, nell’agosto del 2010 la Squadra Mobile di Forlì smantellò un vero e proprio racket di stampo camorristico per controllare la vendita del cocco fresco sull’intera costa romagnola. Operazione Cocco Bello. Le indagini hanno appurato come, secondo l’accusa, la famiglia Manfredonia esercitasse da diversi anni il monopolio assoluto e costante della vendita del cocco sulla riviera romagnola, da Cattolica ai lidi ravennati. I venditori ambulanti venivano ingaggiati tutti nel napoletano attraverso annunci sui giornali o “passaparola”. A tutti veniva richiesto di essere incensurati. La “famiglia”, oltre a gestire la preparazione e lo smercio del cocco, si occupava anche della sistemazione logistica degli ambulanti. Nel più classico stile camorristico il compito principale dei vertici della “famiglia” era quello di perpetuare l’assoluto monopolio del mercato. Per farlo si agiva direttamente nei confronti di altri saltuari venditori ambulanti, ma soprattutto nei confronti dei gestori degli stabilimenti balneari. Chi poneva in vendita nel proprio bar del cocco riceveva una visita di un membro della “famiglia” (spesso accompagnato da un collega di oltre due metri), che forniva opportuni “consigli”, rammentando al gestore, quasi per caso, episodi di violenze o devastazioni avvenute negli anni passati sulla costa romagnola. «Pesche, mele, susine, ciliegie. Fate mettere dentro tutto quello che volete – era il succo del “consiglio”– ma, attenti, niente cocco...». Quello si doveva e si poteva assaggiare solo da loro.
Nel nostro viaggio, l’ultima tappa non poteva che riguardare il segreto sulla filiera dell’agricoltura mafiosa. Mafia, camorra e ’ndrangheta hanno origini rurali, che non hanno mai abbandonato. Vengono solo aggiornate alla modernità. I raccolti nelle campagne del Casertano, nella provincia di Napoli, sono a uso e consumo della camorra. O meglio, del clan dei Casalesi, capace di mobilitarsi alla fine di agosto di ogni anno per «spartirsi l’estorsione legata al commercio dei cocomeri», ricavando circa 20 mila euro per ciascun gruppo. Se da giugno ad agosto vi capita di attraversare la Domiziana, la lunga strada che da Napoli porta al mare di Castel Volturno, di Varcaturo e del basso Lazio, e presi dal caldo e dalla sete vi fermate per acquistare in una delle tante bancarelle ambulanti una bella fetta di cocomero ghiacciato, in quel momento gustate sì freschezza e sapore, ma li pagate alla camorra. Emilio Di Caterino, pentito dei Casalesi, già affiliato del gruppo Bidognetti, ha raccontato tutto. E se la quota di 20 mila euro “made in cocomeri” tardava ad arrivare, si interpellava il capo dei capi, Michele Zagaria, e dopo pochi giorni chi doveva pagare lo faceva.
Un cartello criminale capeggiato dai Casalesi, in accordo con mafia e ’ndrangheta, ha controllato per anni l’intero mercato ortofrutticolo del Centro-Sud e non solo. Tutto è sotto il loro controllo: dal trasporto su gomma dei prodotti ortofrutticoli al mercato dei prezzi. Un asse criminale che attraversa l’Italia: Lazio, Campania, Calabria e Sicilia, nessun mercato escluso. Casalesi proprietari assoluti, nominati in pectore veri “ministri dell’agricoltura” della repubblica criminale. L’inchiesta coordinata dalla DIA di Napoli, guidata da Maurizio Vallone, e dalla Polizia di Caserta, sotto la guida del questore Guido Longo, e conclusasi nel maggio 2010 con 68 ordinanze di custodia cautelare e il sequestro complessivo di 90 milioni di euro, ha rivelato quello che tutti sapevano ma che nessuno denunciava. Le intercettazioni sul telefonino di Costantino Pagano, titolare della ditta di trasporti La Paganese, hanno rivelato accordi tra i grandi boss delle diverse mafie in una spartizione mai immaginata prima. Era il clan Schiavone a controllare ovunque il trasporto, attraverso La Paganese e duecento piccoli proprietari di Tir: arruolati, inglobati e seguiti passo passo. Un viaggio tra Campania e Sicilia costava 65 euro a bancale e un Tir può trasportarne sino a 30. «Si pagano gli spazi. L’insalata è preferita alle patate perché pesa meno. Le fragole rendono di più: sono pregiate, e si deve remunerare anche la celerità del trasporto», ha rivelato uno dei due pentiti, Felice Graziani, boss di Quindici.
E proprio dalle testimonianze dei pentiti si riesce a capire e raccontare nuovi stratagemmi delle cosche sull’oro verde. Ecco cosa racconta il collaboratore Francesco Cantone, il 16 novembre 2010: «Di Costantino Pagano [il ras di La Paganese, ndr] ho sentito parlare solo dopo i noti arresti della DDA di Napoli. Non lo conoscevo proprio prima. Quanto alla questione del mercato ortofrutticolo di Fondi, posso darle questa notizia che ho appreso in carcere da Antonio Aquilone, affiliato al clan dei Casalesi fazione Michele Zagaria, subito dopo l’arresto di Pagano e del figlio di Francesco Schiavone “Cicciariello”. Aquilone mi disse che lui stesso era presente quando si incontrarono, in un periodo compreso tra l’arresto di Setola e l’arresto di Aquilone, avvenuto nel settembre 2009, Michele Zagaria e Nicola Schiavone. Mi specificò che i due si scambiavano le seguenti frasi. Nicola disse: ‘Michele, tu vuoi bene a mio padre?’. E Zagaria: ‘Certo!’. E Nicola gli rispose: ‘Allora devi volere bene anche a me, lascia stare il mercato di Fondi perché è una cosa che me la vedo io’. Aggiunge ancora il collaboratore Aquilone: ‘In pratica era successo che Michele Zagaria aveva delle amicizie all’interno del mercato di Fondi, non so se tra i commercianti o gli autotrasportatori, e, attraverso costoro, voleva gestire il mercato. Nicola Schiavone se ne accorse e disse a Michele Zagaria di non intromettersi’».
Forse sono storie “difficili da digerire”, ma che devono essere raccontate, perché ci sono fatti che non si possono tacere. Narrare per cambiare. Per scuotere le coscienze di quell’imprenditoria sana che è la maggioranza del nostro paese. Stimolare una riflessione su come sia possibile sottrarsi a questi giochi criminali senza limitarsi a incrociare le dita ogni volta che facciamo la spesa, augurandoci che ciò che portiamo a casa non provenga da circuiti illeciti. La moneta buona che scaccia la cattiva. Scrivere, decifrare, raccontare gli atti giudiziari, piccoli episodi e raccogliere il tutto in un grande mosaico di verità sui meccanismi criminali della tavola non è altro che fare memoria viva affinché possa servire per il futuro. «Nessuno può riuscire da solo: da solo ciascuno potrà al più sopravvivere, non vivere e tanto meno costruire il futuro»: queste le parole di monsignor Lorenzo Chiarinelli nell’omelia al funerale di don Peppe Diana. Parole sempre attuali. Un monito che ci segue anche nel lavoro dell’Osservatorio Placido Rizzotto. Camminiamo insieme. Lavoriamo insieme. Raccontiamo insieme per riappropriarci dell’etica e della bellezza del cibo. E soprattutto per riassaporare il suo profumo di legalità.
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