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Spazi, sgomberi ed Europa: appunti sulle vicende bolognesi

  • Scritto da  Marco Marrone – C.M. Panenka
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murato bartleby sgomberoBisogna stare attenti ad aprire la pagina locale di Bologna in questi giorni. Un lettore poco attento potrebbe avere la sensazione di essersi svegliato in pieni anni di piombo con dibattiti sulla legalità, Rettori sotto scorta, città militarizzata e cortei ogni settimana. Nostalgia? Strategia repressiva? Voglia da parte della coalizione capeggiata dal PD di mostrare di essere finalmente pronti al governo del paese? Forse una, forse nessuna o forse tutte e tre le cose messe insieme, ma ancora una volta è ciò che nei giornali non viene stampato a fare la differenza. 

La vicenda Bartleby è uscita dalle mura di San Petronio Vecchio già prima dello sgombero, non sorprendetevi era difficile persino trovare le dichiarazioni sul tema tra i fiumi d’inchiostro riservati alla campagna elettorale. Prima di tutto era uscita fuori già mesi prima, quando in città si assisteva allo sgombero natalizio della Ex-Caserma Masini occupata dal collettivo Làbas e l’assurdo piano traffico di Via Fioravanti che mette a rischio una delle esperienze di occupazioni più apprezzate dalla cittadinanza bolognese, quella dell’Xm24. Era difficile notare anche i molti altri sgomberi messi in atto in giro per l’Italia in questi giorni come l’Ex Telecom di Trevis o lo Scup di Roma. Per fortuna che ancora una volta le informazioni che girano sulla rete sono riuscite a colmare l’ormai endemico silenzio della carta stampata.

Provando a ripercorrere le ultime tracce della vicenda Bartleby sono tanti i tasselli che mancano all’amministrazione comunale per poter dare coerenza al suo modello di governo, visto che ci tengono tanto a farcelo assaggiare prima di metterlo in pratica al paese. Il primo tassello che non ci suona bene è il rapporto centro/periferia immaginato dall’amministrazione comunale. Come è possibile che in tutta Europa si cerchi di bloccare la cementificazione delle periferie parlando di “recupero dei centri storici” e a Bologna no? Perché in Svezia addirittura dagli anni ’20 le amministrazioni comunali acquistano tutti i territori verdi che circondano le città aprendoli al mercato solo quando il tessuto urbano non offre più spazi?

Le risposte delle esperienze Europee sono semplici, acquistare tutti i territori attorno la città significa bloccare la speculazione edilizia. Recuperare i centri storici vuol dire ridurre il traffico e far viaggiare meglio i mezzi pubblici a tutto vantaggio delle categorie svantaggiate come giovani e anziani che solitamente non viaggiano in automobile. Molto più difficile è capire il comportamento dell’amministrazione bolognese che, come quello di tutte le altre amministrazioni italiane,  si ostina a lasciare al degrado migliaia di metri quadri di caserme, cinema, maternità, teatri ed edifici storici. Se poi ci aggiungiamo i beni confiscati alle mafie nel centro di Bologna per i quali manca ancora un regolamento e gli oltre 6000 appartamenti sfitti solo fra le mura della città il conto dei metri quadri si fa da perdere la testa. 

Eppure le periferie sono piene di cantieri che divorano lo spazio verde intorno alle città, intrappolate in una gabbia d’acciaio di speculazione, corruzione e mafie. In questo scenario diviene insensato anche il piano dell’Università di spostarsi fuori dal centro della città, cosa al quale la popolazione studentesca si oppone da sempre. Vicende come quelle a cui stiamo assistendo questi giorni ci sollevano tanti interrogativi, ma su tutti spunta: Che senso può avere una direzione politica di questo genere, se non quello di devastare il territorio e le relazioni che vivono in esso? 

Da tempo la proposta i movimenti cittadini è quella di rendere pubblici gli spazi inutilizzati in centro, simboli del fallimento di un capitalismo rapace e desertificante che, avvolto fra i tentacoli della corruzione e del produttivismo più cieco e incontrollabile, continua a chiederci di mangiare gli spazi verdi attorno la città. In tutta Europa dal recupero di questi spazi stanno nascendo esperienze culturali e di co-working che non solo stanno salvando materialmente le condizioni di vita di molti di quelli che dalla crisi ne stanno uscendo a pezzi, ma facendo di necessità virtù sono ormai fra gli spazi più competitivi in un mercato che prima ancora di essere in crisi economica è in crisi di idee e di innovazione. Andate a leggervi a proposito la storia della Kunsthaus Tacheles di Berlino, oppure de La Otra Carboneria di Barcellona o degli Science Shop di Amsterdam o de la Rue 59 di Parigi. Ciò di cui l’amministrazione comunale sembra non rendersi conto è che la crisi sta degradando il centro storico della città. Sia i privati che il pubblico non hanno capitale da investire per acquisti, ristrutturazioni e manutenzioni, e questo è sotto l’occhio di tutti. 

Davvero non riusciamo a capire il perché non possa cadere questo assurdo muro di intransigenza per iniziare anche noi, come nel resto d’Europa, a recuperare il nostro centro storico. Basterebbe la volontà politica (per poterlo fare esistono finanziamenti europei quindi la scusa dei pochi fondi non regge stavolta) di lasciar partecipare davvero la cittadinanza per poter grattare via dal volto triste e rugoso di questa città i sepolcri della desertificazione edilizia e sociale di questi tempi.  E perché no, anche per rispettare la legalità visto che per accedere ai fondi Europei c’è necessità di un piano complessivo che poche città italiana sono state finora in grado di fare. E’ l’Europa che ce lo chiede.

 

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