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Manganelli e Taser nell'era Renzi: la repressione è il loro vaccino

Le cariche della polizia viste da Gazebo Le cariche della polizia viste da Gazebo

Mercoledì scorso, le cariche delle forze di polizia nei confronti degli operai dell'Ast di Terni, anzi – per essere più precisi – nei confronti del gruppo di contatto composto da quei leader sindacali che in questa battaglia hanno voluto metterci la faccia, rischiando la testa. Da qualsiasi punto di vista lo si voglia vedere, il violento attacco ai lavoratori non ha nessuna giustificazione: legittimare una risposta di questo genere perché qualcuno tra i manifestanti avrebbe detto “Stazione Termini” è un insulto all'intelligenza, tant'è che nell'opinione pubblica si è levato un coro di indignazione quasi unanime con il premier Renzi rimasto invece in un'imbarazzante astinenza da tweet. Passa una settimana e la maggioranza di governo, supportata dal soccorso 'azzurro' di Forza Italia, salva Alfano dalla mozione di sfiducia firmata M5S-Sel, con il Pd (compreso Gennaro Migliore ed escluso Pippo Civati) che – parole di Dario Ginefra su Twitter – arriva a trasformarlo in “una fiducia al governo di Matteo Renzi”.

Fin qui, riassunti con l'elementare metodo Bignami, i fatti di mercoledì scorso. Tempo 24 ore, però, e arrivavano le inquietanti giustificazioni del ministro degli Interni, Angelino Alfano, che in parlamento arriva a sostenere: “Dall’inizio dell’anno ci sono state 5934 manifestazioni, se le forze dell’ordine avessero voluto dare dimostrazione di forza avrebbero avuto altrettante occasioni per farlo e non l’hanno fatto. Questo potrebbe essere un indizio del fatto che forse l’input dato era esattamente l’opposto”.

Una frase che si presta a molteplici interpretazioni: innanzitutto che le teste – e in senso più ampio i corpi (a tal proposito si attendono le dichiarazioni dei ministri “competenti” di questo governo sulla sentenza Cucchi) – non sono tutte uguali, quella dell'operaio su cui si concentra parte dell'attenzione mediatica vale probabilmente doppio; in secondo luogo, il ministro sa e tace o, cosa ancor più grave, non sa: dalle proteste no Bce al corteo antagonista di Brescia, soltanto nell'ultimo mese sono state molte le occasioni in cui la polizia ha dato “dimostrazione di forza”, e negarlo significa mentire sapendo di farlo oppure non sapere. In entrambi i casi, sarebbe gravissimo.

Altrettanto grave, ed è questa l'ipotesi più verosimile, sarebbe arrivare a giustificare una “dimostrazione di forza” come necessaria per porre un freno alle tensioni in corso nel Paese. “La repressione è il nostro vaccino” diceva Gian Maria Volonté, nei panni del capo dell'ufficio politico in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, capolavoro indiscusso nel nostro cinema diretto da Elio Petri. Senza troppe parafrasi, sarebbe un ossimoro se un governo il cui azionista di maggioranza ha nel proprio nome l'aggettivazione “democratica” utilizzasse la repressione come un vaccino.

Ma nella sostanza è ciò che sta avvenendo: dare una manganellata all'operaio diviene dunque un errore, anche se (questo è da considerare) “a orologeria” perché avviene a tre giorni dal grande corteo Cgil con centinaia di migliaia di persone in piazza, da parte di chi deve gestire l'ordine pubblico, mentre in decine di altri casi, da Napoli a Brescia passando per Ancona e Bologna per tornare nel capoluogo partenopeo, tutto è concesso in nome dell'ordine democratico.

Non è un tuffo nel passato di quarant'anni, questo è evidente: la società dei consumi ha anestetizzato – per fortuna o purtroppo – velleità rivoluzionarie, mentre sogni e bisogni sono sempre più dettati dalla clic-democracy. La tentazione di portare avanti politiche di repressione, piuttosto che sostenere la necessità di una maggiore democrazia nelle manifestazioni di piazza, però esiste. È innegabile, nonostante a reti unificate si cerchi di nasconderlo.

Facciamo un esempio: due anni fa, dopo le cariche della polizia nei confronti dei cortei degli studenti medi, lanciammo qui su ilCorsaro.info una campagna per chiedere l'introduzione dei numeri identificativi sulle divise delle forze dell'ordine. Grazie all'impegno non solo nostro, ma di tanta parte della società civile, il dibattito esplose a livello nazionale e nel giro di qualche settimana divenne argomento di discussione nell'opinione pubblica.

Risultato: nei mesi scorsi è partita la sperimentazione delle telecamerine in dotazione alle forze dell'ordine per riprendere quanto avviene nei cortei. Un sistema che – a detta della polizia – dovrebbe tutelare anche i manifestanti. In che modo lo ha spiegato il loro capo, il prefetto Alessandro Pansa, nel corso del convegno del Sindacato autonomo di polizia, il Sap: “Il regolamento serve a bilanciare esattamente il ricorso all’esercizio legittimo della forza attraverso le modalità che devono essere confrontabili correttamente con la violenza che i tutori dell’ordine subiscono nel corso delle manifestazioni, nel corso dei loro interventi”. In parole povere, il manifestante sarebbe tutelato perché se il poliziotto picchia troppo forte sulla sua testa comunque viene ripreso dalla telecamera.

“A quel punto onestamente io ritengo che molti temi come quello dell’identificativo in ordine pubblico non avranno più ragion d’essere perché a fronte di regole precise non avremo bisogno di questo tipo di argomento, non sarà più argomento di attualità”, aveva aggiunto Pansa, chiudendo le porte alle richieste che arrivavano dalla società civile. Tempo qualche mese e la legittimità delle telecamerine viene sancita dal Garante per la privacy, a condizione che sussistano situazioni di pericolo e che qualora quel pericolo non si concretizzi le immagini vengano cancellate.

Il parere del Garante viene pubblicato nella newsletter dello scorso 30 settembre. Nelle stesse ore, con un emendamento nel decreto stadi presentato dal parlamentare di Forza Italia, Gregorio Fontana, è il Parlamento italiano a fare un regalo bipartisan alle forze di polizia: viene infatti introdotto in via sperimentale l'utilizzo della pistola elettrica, la cosiddetta Taser, già in dotazione ad esempio, negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia e in Svizzera. Ha spiegato Fontana: “La pistola elettrica Taser, come è noto, è un'arma di dissuasione non letale: essa produce una scarica elettrica che rende la persona colpita inoffensiva per alcuni secondi, sufficienti alle forze dell'ordine per arrestarla”. Da buon “democratico”, il sottosegretario Filippo Bubbico ha chiesto di riformulare l'emendamento, chiedendo che la sperimentazione si avvii “con le necessarie cautele per la salute e l'incolumità pubblica e secondo principi di precauzione e previa intesa con il Ministro della salute”.

Tra i primi a intervenire, Francesco Romeo, direttore del reparto di Cardiologia del Policlinico Tor Vergata di Roma, ha spiegato all'Adnkronos: “La pistola elettrica Taser provoca un danno muscolare e potrebbe quindi, teoricamente, causare un danno anche al muscolo cardiaco. Inoltre potrebbe interferire con alcuni dispositivi medici, tipo il pacemaker”. In pratica, quella che il parlamentare di Forza Italia definisce “arma di dissuasione non letale” può far male, molto male. Può uccidere, come evidenziato da un'inchiesta del 2012 che parla di 500 persone morte per l'abuso della pistola elettrica solo negli Usa. Può far talmente male da essere considerata da una commissione Onu “una forma di tortura, che in certi casi può condurre alla morte com'è dimostrato da numerosi studi e da episodi accaduti in seguito all'uso pratico di questi strumenti”.

Ma va tutto bene in un Paese in cui Stefano Cucchi è morto di fame e Michele Ferrulli per “fattori stressogeni”. Un Paese dove le scelte sulla pelle dei lavoratori vengono fatte a colpi di fiducia, mentre il partito di maggioranza relativa ha ancora il coraggio di farsi chiamare “democratico”. Un Paese dove chi contesta in piazza viene caricato, ma il ministro competente sostiene la tesi che in 6mila manifestazioni nel 2014 non sia mai successo nulla.

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