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Bertolt Brecht, la parte del torto e l'arte di perdere la ragione

Bertolt Brecht, la parte del torto e l'arte di perdere la ragione

Una celebre frase di Bertolt Brecht, che a sinistra è più citato di Oscar Wilde in uno stabilimento dei Baci Perugina, dice: “ci sedemmo dalla parte del torto, visto che tutti gli altri posti erano occupati”. È utile precisare che il drammaturgo tedesco intendeva dire “ci sedemmo dalla parte degli ultimi, degli emarginati, degli sfruttati invece che da quella, assai affollata, di chi difende il potere”.

Evidentemente c'è chi ha frainteso quel verso pensando volesse dire “non accontentarti di avere ragione, passa anche tu dalla parte del torto”.

La parte della ragione è la nostra, la stessa dei trentamila scesi in piazza ieri a Milano.

Ha ragione chi rifiuta il lavoro gratuito su cui si basa Expo e la logica per cui la retribuzione consista in esperienze, in nuove voci da mettere su quei curricula tanto pieni quanto vuote sono le tasche di chi li scrive.

Ha ragione chi denuncia l'ipocrisia di un evento in cui le grandi multinazionali che affamano il pianeta parlano di diritto all'alimentazione per ripulirsi un poco la reputazione (del ripulirsi la coscienza non hanno grande interesse).

Ha ragione chi ha combattuto la cementificazione selvaggia, la distruzione del territorio, le infiltrazioni mafiose e la corruzione elevata a sistema di gestione della cosa pubblica, caratteristiche che accomunano grandi eventi e grandi opere.

Ha ragione chi ha scelto di lottare, a Milano come a Taranto, non lasciando una giornata come il primo maggio alla beffarda mutazione in giornata inaugurale dell’Expo.

Nonostante la gioiosa macchina della propaganda, che su Expo insiste a reti unificate da mesi, molte di queste ragioni erano passate nell'opinione pubblica e una mobilitazione intelligente, comunicativa, anche radicale, ma comprensibile a un occhio esterno avrebbe ulteriormente fatto vacillare le chiacchiere di chi fa addirittura cambiare il testo dell'inno nazionale al fine costruire uno storytelling positivo per un evento che di positivo ha ben poco.

L'estetica del conflitto mimato, della passione nichilista per il fuoco di chi replica pratiche di lotta sempre uguali, come un disco rotto, senza mai leggere la fase o il contesto, senza mai ragionare sul senso e sul consenso delle proprie azioni, non ha fatto altro che dare fiato alle trombe della propaganda pro expo, chiudere gli spazi di legittimità del conflitto e aprire gli spazi per una repressione che probabilmente non si limiterà ai soli fatti di Milano. La benzina ha infiammato i discorsi di chi tre giorni fa urlava “affondiamo i barconi” e ora nello sclerotico dibattito pubblico in cui tutti dicono il contrario di tutto si può persino erigere a paladino della non violenza.

Il ribaltamento è totale: noi, precari, disoccupati, noi che abbiamo bisogno di reagire, diventiamo nella retorica renziana “quelli che non vogliono reagire”, “quelli che non vogliono farcela”, mentre gli unici con voglia di riscatto, gli unici in grado di infondere una speranza diventano coloro che varano il jobs act, riducono i diritti e il primo maggio inaugurano l’expo elevando a modello di società quella che è la fiera del lavoro gratuito. Nello scontro tra quelli che finiscono per essere definiti “figli di papà” e i ricchissimi signori dell’expo chi avrebbe davvero bisogno di una riscossa, di un conflitto sociale e di una sinistra di cambiamento rischia di rimanere schiacciato tra l’illusione e la rassegnazione, sommersi come siamo dall’eco del continuo straparlare di Matteo Renzi; e meno male che non doveva finire con qualche comizio…

Più che mettersi in cattedra o davanti a una tastiera e trascorrere il proprio tempo a giudicare soltanto gli episodi, le dinamiche di piazza e la devastazione, può essere utile e necessario esprimere valutazioni politiche chiare e rimboccarsi le maniche ancora di più. Serve un maggior impegno, perché discutere di quanto abbiano sbagliato gli altri, organizzati o singoli,  non ci può bastare, servirebbe una seria discussione su cosa abbiamo sbagliato tutti noi che ora abbiamo a che fare con le macerie di Milano. Se rinunci al far parte dei percorsi di lotta e di movimento puoi davvero lamentarti di chi poi li egemonizza o sovradetermina? No, non puoi, o almeno non senza una contestuale riflessione autocritica: il problema non sono solo quelle che vengono definite “presenze sgradite”, ma soprattutto le assenze e i vuoti di chi poteva contribuire ad un esito diverso della mobilitazione, non per forza privo di conflittualità, ma egualmente in grado di estendere il consenso e mettere in difficoltà la macchina propagandistica di Renzi e dell’expo. La rabbia mista a frustrazione di queste ore è quindi figlia anche dei limiti politici di tutte le sinistre del nostro paese e senza un salto di qualità, tanto nella capacità di mobilitazione reale e di organizzazione del conflitto sociale quanto nella proposta politica, il confine tra attivisti politici e commentatori da social network rischia di diventare sempre più labile. 

Oggi siamo più deboli, tutti: noi più politicizzati, così come "gli impoveriti ed arrabbiati" senza formazione politica o spazio di iniziativa, e che oggi rischiano di essere spinti al bivio tra rassegnazione e repressione. Quanto potremmo invece  sparigliare tutto in questo paese in rovine? Quanto potremmo far crollare il castello di supercazzole e menzogne imbastito dal premier Renzi? Siamo più deboli e invece potremmo essere fortissimi. Finiamo dalla parte del torto, ma abbiamo ragione. Su Expo fiera dell’ipocrisia, del cemento e dello sfruttamento abbiamo ancora ragione. Avevamo e abbiamo ragione sulle politiche di austerity, sulla devastazione ambientale, sulla critica alla precarietà, sulle guerre e le spese militari. Avevamo e abbiamo ragione sull’idea di società e sulla necessità di cambiare questo mondo.

Non abbiamo bisogno di apparire fessi per farci dare ragione, non abbiamo anzi proprio alcun bisogno di farci dare ragione, abbiamo bisogno di prenderci noi stessi quella ragione che è già nostra. Dobbiamo conquistare consenso, riaprire spazi di conflitto e sorprendere tutti con parole e pratiche nuove, radicali, fare i conti con la nostra storia e con le nostre storie, rimuovere il rancore che spesso avvelena le discussioni a sinistra e nei movimenti, ma non praticare alcuna indulgenza o autoindulgenza. Così facendo potremo tornare a spiazzare i tecnici dello storytelling al servizio del governo, che davanti alla piazza di ieri si sono semplicemente sfregati le mani, e imporre noi tutta un’altra storia: dalla parte degli esclusi e degli sfruttati, dalla parte della ragione.

 

 

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