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I 7 morti in Toscana rivelano quanto la schiavitù sia un fenomeno mondiale

Il Macrolotto di Prato come la Rana Plaza di Dacca: la globalizzazione delle violazioni dei diritti

Il Macrolotto di Prato come la Rana Plaza di Dacca: la globalizzazione delle violazioni dei diritti

Una sala adibita a dormitorio all’interno della fabbrica. Loculi-dormitori di cartongesso e cartone. Una morte annunciata, una strage. 7 morti e 2 ustionati gravi. Lavoratori morti sul  luogo di lavoro che diviene spazio di vita, prigione esistenziale: il Pronto Moda italiano ed europeo fondato sullo sfruttamento dei lavoratori, molto spesso cinesi, sottopagati, sfruttati, schiavizzati quotidianamente. Il lavoro che priva della dignità, il lavoro privato dei diritti a cui sono costretti i lavoratori cinesi nell’area franca di Prato. Una vergogna: tutti sanno, nessuno fa nulla. Servono questi lavoratori, servono al sistema del profitto che pone al di sopra di tutto il denaro, poi la persona.

Sono tutti cinesi i lavoratori morti l’1 dicembre: una vita da sfruttati, una non-vita dedicata alla produzione di tessuti, di quei vestiti che riempiono le vetrine delle piccole e grandi marche italiane  e non: tessuti che sanno di morte, tessuti macchiati del sangue dei morti distesi sull’asfalto, bruciati nella fabbrica della morte, nella civile Italia, la Repubblica fondata sul lavoro. Ma qui l’unico fondamento rintracciabile è lo sfruttamento delle persone, delle donne  e degli uomini, schiavi.

Un sistema quello produttivo dell’area franca di Prato paragonabile alle Maquilladoras messicane, dove tutto è lecito, l’essere umano diviene merce, i diritti non esistono. Solo i doveri: estenuanti orari di lavoro, salari infimi, azzeramento dell’essere umano e dei suoi bisogni, imposizione di ritmi e compiti insostenibili.

Una condizione che da anni viene denunciata da associazioni presenti sul territorio, da giornali esteri, raramente da giornali nazionali: lo sfruttamento lavorativo, la violazione dei diritti umani, perché di questo si tratta, è uno problema centrale.

Queste donne e questi uomini morti come topi in gabbia, bruciati dalle fiamme causate dalla completa mancanza di sicurezza della fabbrica, ci riporta alle stragi avvenute in Bangladesh e in Pakistan: Rana plaza, la più famosa che ha visto la morte di centinaia di lavoratori e le meno conosciute stragi che hanno prodotto la morte di centinaia di lavoratori in tutto il mondo. Stragi annunciate, create da un sistema di produzione che quando non delocalizza, sfrutta i  più deboli, i senza cittadinanza-senza diritti, gli invisibili, coloro che non hanno i mezzi e molto spesso la capacità di difendersi.

Le responsabilità sono di tutti: dai sindacati alla giunta comunale, da coloro che vedono e tacciono a coloro che si girano dall’altra parte per non vedere. Tutti siamo responsabili. Anche chi acquista a-criticamente,  chi richiede il tessuto di cotone biologico, ma non esige la certezza di una produzione senza sfruttamento che garantisca la dignità del lavoratore.

Accertate le colpe è necessario agire: non bastano le frasi altisonanti, l’indignazione dei sindacati, le parole dei politici che dichiarano “violazioni dei diritti umani”, in ritardo. Bisogna agire, bisogna garantire condizioni di lavoro dignitose per tutti: orari di lavoro adeguati, salari che permettano l’indipendenza e l’autonomia del lavoratore, serve un piano di integrazione che favorisca l’inserimento della comunità cinese nella vita della città, serve un intervento che non sia repressivo, ma inclusivo, che guardi alle fabbriche dell’area franca di Prato come a un problema di tipo sociale, umano prima che economico, da affrontare insieme alla cittadinanza, insieme al Paese tutto.

Qui ne va del futuro di tutti i lavoratori: se indignazione provoca la strage di Prato, se oggi più che mai ci sentiamo vicini al dolore della comunità cinese che ha perso donne e uomini, non possiamo restare muti di fronte  a questi morti.  Oggi siamo tutti stranieri, stranieri nel Paese dove le violazioni dei diritti umani, le morti dei lavoratori divengono fatti accettabili, prassi, notizie di una fredda domenica di dicembre che il lunedì già abbiamo scordato, per tornare ai ritmi di vita, ai problemi quotidiani.

Per chi il lunedì mattina ancora non ha dimenticato quelle morti, forte è un solo pensiero: le morti di questi lavoratori, lo sfruttamento a cui quotidianamente sono sottoposti non è accettabile.

Laddove avvengono quotidianamente attacchi al diritto su cui si fonda la Repubblica italiana serve un’azione e una risposta da parte delle istituzioni, una presa di responsabilità da parte dei cittadini, servono leggi capaci di azionare meccanismi di sanzione per gli sfruttatori, ma che tutelino gli sfruttati, perché essi non divengano vittime delle azioni che si propongono di salvarli.

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