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Giulia Giraudo

Giulia Giraudo

Scioperi e riot in Cambogia: la forza di 350.000 lavoratori uniti contro lo sfruttamento

Da mesi gli operai tessili cambogiani chiedono l’aumento dei salari, sostenuti da  diversi sindacati e dalla principale forza di opposizione al governo, il Parti de sauvetage national du Cambodge.

Ad oggi sono 131 gli scioperi messi in atto da gennaio a novembre 2013, durante i quali la violenza e i licenziamenti hanno tentato di indebolire la lotta dei lavoratori, con esiti negativi dato che i veri protagonisti restano i 350.00 lavoratori che imperterriti continuano a scioperare per la dignità.

Il 2 gennaio a una ventina di chilometri dalla capitale Phnom Penh un centinaio di soldati in tenuta anti-sommossa, armati di manganelli e fucili d’assalto hanno attaccato gli operai in sciopero che bloccavano l’accesso di una fabbrica.

Tra le testimonianze quella di Chhorn Sokha, attivista dei diritti civili del Community Legal Education Center, il quale ha detto  che “I soldati hanno picchiato tutti. Avevano bastoni, manganelli elettrici, fionde e pietre. Almeno 10 manifestanti sono stati arrestati e non è ancora noto a quanti sia stato fatto del male”.

I 7 morti in Toscana rivelano quanto la schiavitù sia un fenomeno mondiale

Il Macrolotto di Prato come la Rana Plaza di Dacca: la globalizzazione delle violazioni dei diritti

Una sala adibita a dormitorio all’interno della fabbrica. Loculi-dormitori di cartongesso e cartone. Una morte annunciata, una strage. 7 morti e 2 ustionati gravi. Lavoratori morti sul  luogo di lavoro che diviene spazio di vita, prigione esistenziale: il Pronto Moda italiano ed europeo fondato sullo sfruttamento dei lavoratori, molto spesso cinesi, sottopagati, sfruttati, schiavizzati quotidianamente. Il lavoro che priva della dignità, il lavoro privato dei diritti a cui sono costretti i lavoratori cinesi nell’area franca di Prato. Una vergogna: tutti sanno, nessuno fa nulla. Servono questi lavoratori, servono al sistema del profitto che pone al di sopra di tutto il denaro, poi la persona.

Costi disumani. La spesa pubblica per il 'contrasto dell’immigrazione irregolare'

Quando si affrontano questioni che hanno a che fare con l’essere umano, la sua condizione,  i suoi spostamenti e le sue difficoltà, con la sua vita, le sua battaglie, le sue sofferenze, parlare di numeri, di cifre fredde e prive di vita può a prima vista offuscare il significato più profondo di quelle esperienze, il valore proprio degli avvenimenti. 

Limitare i fenomeni a mere cifre, a somme e moltiplicazioni, a divisioni e sottrazioni, a calcoli puri e gelidi può apparire una forma di cancellazione degli aspetti più autentici e centrali di fatti universali, di realtà articolate e complesse, di difficile comprensione. 

Mac Donald's: lo stipendio non basta? Lavorate 74 h a settimana

Non c’è limite al peggio. Viviamo in una società nella quale lo scempio del diritto al lavoro, la derisione dei diritti dei lavoratori, il potere assoluto delle multinazionali nel dettare l’involuzione dei diritti e delle libertà faticosamente ottenute entrano in scena quotidianamente, senza limiti, ripetendosi inesorabilmente giorno dopo giorno. 

Lo sa bene il direttivo della McDonald negli Stati Uniti d’America, il quale deve sentirsi particolarmente ispirato da un tale clima distruttivo dal momento che ha proposto pubblicamente l’estensione delle ore lavorative settimanali da 40 a 74 utilizzando un alibi “indiscutibile”: il costo della vita. La vita sempre più cara richiede uno sforzo da parte dei lavoratori: con un minimo salariale di 7,35 dollari all’ora appare necessario alla multinazionale un aumento consistente delle ore lavorative. 

Serbia: l'esasperazione e il cacciavite

2012 Geneva Motor Show - Fiat 500LFabbrica Fiat di Kragujevac, Serbia.
Lavoratori pagati 320 euro al mese; operai che lamentano la totale mancanza di rispetto da parte dei capi italiani.
Succede che, stanchi dei soprusi ed affamati dalla paga, gli operai danneggino una trentina di 500L. Col cacciavite tracciano sulla carrozzeria scritte come: "Italiani tornate a casa" e "aumentateci lo stipendio".
Episodio/sfogo che arriva al culmine di tensioni crescenti tra azienda e tute blu.
Il sindacato, di solito benevolo verso l'azienda, stavolta alza la voce: “Quanto accaduto non si può giustificare, ma a volte in fabbrica si registra un trattamento degradante verso operai già sotto forte pressione fisica e psichica a causa dei ritmi serrati di produzione”.

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