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Costi disumani. La spesa pubblica per il 'contrasto dell’immigrazione irregolare'

Costi disumani. La spesa pubblica per il 'contrasto dell’immigrazione irregolare'

Quando si affrontano questioni che hanno a che fare con l’essere umano, la sua condizione,  i suoi spostamenti e le sue difficoltà, con la sua vita, le sua battaglie, le sue sofferenze, parlare di numeri, di cifre fredde e prive di vita può a prima vista offuscare il significato più profondo di quelle esperienze, il valore proprio degli avvenimenti. 

Limitare i fenomeni a mere cifre, a somme e moltiplicazioni, a divisioni e sottrazioni, a calcoli puri e gelidi può apparire una forma di cancellazione degli aspetti più autentici e centrali di fatti universali, di realtà articolate e complesse, di difficile comprensione. 

Eppure quando si tratta di immigrazione il solo parlare dei problemi e dei tentativi di affrontarli senza una valutazione reale, concreta dei costi, degli oneri che le scelte politiche riversano su tutta la società, sui cittadini, finisce per tralasciare aspetti centrali capaci di colpire anche il lettore meno interessato, colui il quale vede la politica un mondo a sé stante e l’immigrato una realtà lontana, una realtà/altra. 

Questa sfida, ovvero riconnettere il cittadino alle scelte politiche da un lato ed al migrante, allo straniero dall’altro, è stata accolta dall’Associazione Lunaria, la quale giovedì 30 maggio ha presentato alla Camera il rapporto Costi disumani. La spesa pubblica per il “contrasto dell’immigrazione irregolare”.

Attraverso le pagine del rapporto, Lunaria è riuscita ha creare un sottile filo rosso che connette la realtà dell’irregolare con il prezzo di quest’ultimo, prezzo dettato da politiche ottuse acritiche, inutili e dannose. La necessità di tale connessione deriva dall’impostazione stessa della società in cui viviamo, dove ogni azione ha un prezzo e l’essere umano è ridotto a merce: lo straniero in particolare viene identificato all’interno del dibattito nazionale in quanto fardello per la sostenibilità del sistema di welfare, già consunto dall’attuale condizione di crisi economica. 

Lunaria grazie all’esperienza maturata nell’ambito della campagna Sbilanciamoci! è giunta alla creazione di un Rapporto il cui assunto centrale vede i  diritti dell’uomo in quanto priorità che uno stato democratico dovrebbe perseguire non discriminando tra i cittadini nazionali e coloro che, nati altrove, cercano di giungere o giungono sul suo territorio.

Il Rapporto è composto da 4 capitoli ed è fondato sull’esame di documenti ufficiali (norme, regolamenti, programmi, linee guida, direttive, relazioni) licenziati dalle istituzioni italiane, comunitarie e internazionali, di testi e rapporti pubblicati da centri studi e organizzazioni della società civile nazionale ed europea. 

Attraverso un attento monitoraggio il Rapporto evidenzia come dal 2005 al 2012 sono stati stanziati in Italia più di un miliardo e seicento milioni di euro per finanziare le politiche di contrasto all’immigrazione irregolare: una spesa pubblica significativa, largamente inefficiente e irrispettosa dei diritti umani fondamentali dei migranti.

Controllo e contenimento dei flussi sono le  parole d’ordine del sistema italiano di immigrazione: a partire dalla legge Turco-Napolitano, inasprendosi successivamente con la Bossi-Fini ed i pacchetti sicurezza del 2008/2009, il sistema italiano ha costruito un apparato normativo fondato sulla chiusura, la militarizzazione delle frontiere terrestri e marittime, il respingimento e il rimpatrio dei migranti nei rispettivi Paesi di origine, la costruzione di strutture detentive finalizzate ad accrescere l’effettività dei provvedimenti di espulsione, lo sviluppo di accordi di cooperazione e riammissione con gli Stati di provenienza dei migranti e l’irrigidimento dei sistemi di ingresso regolare sul territorio. 

La peculiarità del Rapporto sta proprio nel riportare le cifre dettagliatamente ricercate e analizzate al fine di rendere coscienti i cittadini degli errori delle politiche di criminalizzazione, policy repressive e volte al controllo e alla soppressione dei diritti dell’immigrato.

Un’analisi a tutto tondo che parte dall’Italia per approdare in Europa, dai fondi pubblici nazionali a quelli comunitari: dopo avere fatto luce sulle continue regolarizzazioni, espressioni di un sistema che tenta zoppicante di limitare i danni, regolarizzazioni che hanno permesso l’emersione tra il 1986 e il 2009 di almeno 1.600.000 persone straniere, il Rapporto si concentra sui fondi europei che vanno a rimpolpare il le politiche di contrasto all’immigrazione irregolare. Certamente le 134 mila domande di emersione presentate nel 2012 sono un dato concreto che dimostra come sia alto il numero di migranti privi di titolo di soggiorno che restano invisibili alle autorità sino a quando non viene offerta loro la possibilità di regolarizzarsi, sebbene molto spesso questa “possibilità” dia ancora una volta il coltello dalla parte del manico all’imprenditore, ed al tempo stesso pone enormi difficoltà laddove vengono richiesti documenti che certifichino la presenza dello straniero sul territorio italiano all’interno di un preciso arco temporale ( si veda al riguardo il recepimento della direttiva 2009/52/CE).

Ampliando lo sguardo verso l’Europa, Lunaria analizza il Fondo europeo per le frontiere esterne, uno dei fondi istituiti nell’ambito del Programma quadro sulla solidarietà e gestione dei flussi migratori per il periodo 2007/2013. Il programma pluriennale ha previsto per l’Italia uno stanziamento di 211.556.000 euro i cui soggetti beneficiari sono il Ministero dell’interno, la Polizia di Stato, la Guardia di Finanza, la Marina militare, il Corpo di Capitaneria di Porto, il Ministero degli affari esteri. Ciò che emerge è l’utilizzo di un’ampia fetta di finanziamenti per l’acquisto di nuove tecnologie destinate al miglioramento dei sistemi informatici e di comunicazione impiegati per identificare documenti falsi o falsificati, per la gestione dei visti, per la sorveglianza delle coste ed il pattugliamento del mare. La seconda voce di spesa più rilevante è quella relativa ad elicotteri per le attività di pattugliamento, per un totale di 95,6 milioni di euro destinati nello specifico  all’acquisto di 3 aerei ad ala fissa e di 5 elicotteri. Il Fondo è poi stato utilizzato per l’acquisto di veicoli per la Polizia di Stato e la Guardia di Finanza. Infine circa 20 milioni di euro hanno permesso l’acquisto di 8 motovedette, 14 pattugliatori d’altura e 10 battelli pneumatici. La rimanente parte è servita a finanziare spese relative a infrastrutture, attività di formazione per il personale, servizi consolari e per coprire i costi di assistenza tecnica per la gestione del programma. 

Ciò che emerge in sintesi è la volontà di costruire una muraglia tecnologia tra l’Europa e lo straniero, attraverso il rinforzamento delle frontiere esterne, con obiettivo la costruzione della “Fortezza Europa”. La percezione delle donne e degli uomini che fuggono dal proprio paese per i più svariati motivi resta impercettibile. 

Per ciò che concerne il PON Sicurezza per lo Sviluppo del Mezzogiorno, il Rapporto evidenzia come siano stati stanziati tra il 2000 e il 2006 circa 111 milioni di euro per finanziare progetti finalizzati al contrasto dell’immigrazione clandestina, tra cui le spese più consistenti concernono il potenziamento del sistema Afis per le strutture periferiche (13.231.725, 25 euro), il sistema integrato mobile per il controllo del territorio e delle aree retrostanti alle zone di sbarco (11.179.896,25), il potenziamento del settore delle telecomunicazioni (14.136.856,21) e delle telecomunicazioni nel settore immigrazione via mare ( 15.533.127,66).

L’analisi si concentra poi sull’agenzia europea per la gestione della cooperazione relativa alle frontiere esterne FRONTEX, operativa dall’ottobre 2005, il cui obiettivo centrale è la coordinazione di azioni congiunte presso le frontiere terrestri, marine, aereoportuali e di rimpatrio. 

Gli stanziamenti per il governo italiano ammontano a 515.822.000 euro. Le frontiere marittime hanno visto il maggior numero di contributi.

Da evidenziare poi come nel corso degli anni il numero del personale dell’agenzia FRONTEX è aumentato progressivamente: ciò che emerge dall’analisi dei dati è l’onere determinante dei costi per lo staff e di quelli amministrativi. Quasi un terzo degli stanziamenti è stato utilizzato  per far funzionare la macchina dell’agenzia.

Infine cade sotto la lente del rapporto il Fondo europeo per i rimpatri istituito nell’ambito del programma quadro sulla solidarietà e gestione dei flussi migratori, le cui risorse disponibili negli anni 2008/2012 ammontano a 60,7 milioni di euro di cui 34,6 milioni di euro di provenienza comunitaria e 26 milioni di euro di provenienza nazionale: la maggior parte dei fondi è stata utilizzata per effettuare operazioni di rimpatri forzato.

Uno degli aspetti centrali su cui il rapporto insiste, sono le spese ingenti che il sistema italiano effettua per il mantenimento dei  Centri di Identificazione ed espulsione ubicati sul territorio.

Di CIE se ne parla ormai da tempo: si tratta di strutture nate al fine di rendere effettivi i provvedimenti di allontanamento coattivo dei cittadini stranieri privi del permesso di soggiorno, qualora non risultino immediatamente eseguibili. I CIE sono delle vere e proprie carceri, sebbene prive di un regolamento interno. La privazione della libertà personale fino a 18 mesi, così come le condizioni disumane alle quali sono sottoposti i migranti rappresentano già di per sé una violazione di diritti fondamentali. 

Il Rapporto di Lunaria va oltre e, al fine di sostenere la tesi della nocività ed inutilità della struttura, riporta dati nero su bianco: “I dati identificabili negli avvisi pubblici per l’affidamento della  gestione dei CIE in base al capitolato unico di appalto di gara del novembre 2008, portano a almeno 25,1 milioni di euro l’anno i costi per il mantenimento di ogni singola struttura. A questi devono però essere aggiunti: i costi di manutenzione ordinaria e straordinaria (non quantificabili con solo riferimento ai CIE); i costi per la sorveglianza dei Centri, non inferiori a 26,3 milioni l’anno; i costi di missione del personale di scorta che procede all’esecuzione dei rimpatri coatti, il cui costo medio annuale può essere stimato in 3,6 milioni di euro. I costi minimi sicuramente riconducibili al sistema di detenzione amministrativa nei CIE sono dunque pari ad almeno 55 milioni di euro l’anno.” 

Ai costi ingenti, si somma il risultato deludente: l’insostenibilità dei CIE si manifesta sia dal punto di vista della sostenibilità economica che sul piano dell’effettività dei provvedimenti, dal momento che su 169.126 persone “transitate”  nei centri tra il 1998 e il 2012, sono 78.081 (il 46,2%) quelle effettivamente rimpatriate.

E siccome in una fase di crisi come la nostra “a pagare sono tutti”, in particolare chi sta peggio, la spending review dicembre 2011 ha indotto il Ministero dell’Interno a tagliare i costi di funzionamento dei CIE, imponendo una spesa pro capite/pro die massima (pari a 30 euro più IVA) molto più bassa rispetto al passato che ha causato un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita dei migranti. L’abbassamento del budget a disposizione induce infatti gli enti gestori a presentare progetti al massimo ribasso che non consentono di garantire la qualità minima dei servizi. Distribuzione di cibo scadente, scarsità di accesso alle informazioni di tipo legale, mancata garanzia del diritto alla salute, ritardo nei pagamenti del personale, costituiscono l’immediata conseguenza di appalti di gara che hanno come priorità il contenimento dei costi. 

Un machete che si scaglia contro i diritti fondamentali degli esseri umani, dei migranti, di uomini e donne costretti da leggi discriminanti  alla detenzione amministrativa priva di garanzia e tutele.

Il Rapporto non si limita a criticare una situazione disumana, i costi spietati del sistema di controllo e repressione, bensì propone le alternative, le vie d’uscita e le possibili buone policy.  

Tra queste fondamentali sono la ratifica della Convenzione Internazionale sulla Protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie approvata dall’Assemblea generale della Nazioni Unite il 18 dicembre 1990, l’ampliamento dei canali di accesso regolare sia per motivi di lavoro che per ricerca di lavoro, l’introduzione di un meccanismo di regolarizzazione ordinaria ad personam, la minimizzazione dei rischi di una ricaduta nell’area dell’irregolarità, la limitazione dello strumento di espulsione coattiva, l’adozione di una disciplina organica sul diritto di asilo in conformità con l’art.10 della Costituzione. Ultima, ma non in ordine di importanza, la garanzia ai migranti, stabilmente residenti sul territorio, della piena titolarità dei diritti di cittadinanza attraverso la riforma della legge 91/92 sulla cittadinanza ed il riconoscimento del diritto di voto amministrativo. 

Si tratta di proposte condivise ad oggi da moltissime associazioni che da anni si battono per un reale cambiamento nell’ambito delle politiche migratorie e per la tutela dei diritti fondamentali dei migranti: la risposta della politica non può più farsi attendere. Si tratta infatti di giungere alla creazione di un sistema che tuteli il migrante, l’essere umano a cui spettano diritti e doveri insiti nella sua natura. Il recupero della dignità della persona, al momento completamente lesa, deve essere il faro che guida e incanala le scelte di coloro che hanno il potere di cambiare le cose in meglio, verso una nuova visione del  migrante, essere umano e non merce o onere per il Paese. 

Solo così i costi delle politiche recupereranno il proprio valore più alto, volto al miglioramento delle condizioni esistenziali di tutti, della società stessa: una società che garantendo diritti a coloro che non ne possiedono, rafforza i diritti di chi vede i propri quotidianamente sviliti e di coloro i quali ne usufruiscono, ma non ne comprendono fino in fondo il valore.

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