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"Siamo in Italia": il PD e il suo conservatorismo sulle questioni GLBTQI

"Siamo in Italia": il PD e il suo conservatorismo sulle questioni GLBTQI

 

Alla festa del Pd di Torino, Bersani discute con un militante gay e ribadisce il no al matrimonio

Il 31 agosto, il segretario del PD Pierluigi Bersani, alla Festa democratica di Torino, incalzato da un militante gay sulla scelta del “modello tedesco” rispetto all’estensione del matrimonio alle coppie dello stesso sesso, nicchia, sorride, dà una pacca sulla spalla e poi, con parole che suonano come una sconfitta, dice: “Siamo in Italia”.

Si aggiunge così un altro “ve l’avevamo detto” a quelli che abbiamo elencato su queste pagine ricordando tutte le volte in cui il PD ha chiesto fiducia agli elettori LGBTQI senza mai ripagarla. Perché con quelle tre parole Bersani dimostra che il Partito Democratico non ha il coraggio di mettere alla prova degli elettori un’Italia davvero nuova. E noi ve l’avevamo detto, già nel 2007, quando quel partito è nato. La location in cui Bersani ribadisce la sua posizione sul riconoscimento delle unioni LGBTQI, poi, mette in una luce la trappola propagandistica che il PD tende sui diritti civili. Perché – anche questo ve l’avevamo detto – appare sempre più evidente che il PD si muove secondo una logica del “rainbow washing” e alcune e alcuni militanti LGBT ci continuano a cadere.

Il linguaggio non verbale utilizzato da Pierluigi Bersani nel recente scambio informale con un militante gay è stato più illuminante di tante altre sue dichiarazioni. In giro per gli stand della Festa democratica di Torino, il segretario dei Democratici si è imbattuto in quello della campagna sul matrimonio egualitario “Vorrei ma non posso. It’s wedding time”. Incalzato da uno dei suoi animatori, Daniele Viotti, che gli chiede come mai il PD voglia legiferare in modo che sia sanciata una differenza tra le coppie eterosessuali e quelle LGBT, Bersani, a testa basta, mentre si riaccende il sigaro, accenna un primo sorriso tra il bonario ed il sornione. Ne fanno seguito altri, fino a una paternalistica mano sulla spalla di Viotti. Perché questo è l’atteggiamento del PD, del tipo “figlio mio, ascolta a me, ti spiego io come va il mondo”: come va negli Stati Uniti, com’è andata con i diritti delle donne, come va in Italia. Negli USA, secondo Bersani, Barack Obama non avrebbe fatto una reale apertura sui matrimoni, ma avrebbe semplicemente detto che ogni stato è libero di legiferare come meglio crede. Falso. Il presidente americano, a maggio 2012, in un’intervista alla ABC, ha dichiarato che dopo anni di riflessioni sull’argomento è giunto alla conclusione che le coppie dello stesso sesso dovrebbero avere la possibilità di sposarsi. Pur riconoscendo, questo è vero, che l’ultima parola spetta si singoli stati, di fatto si è detto contrario ad un bando costituzionale ed ha appoggiato l’abrogazione del Defense of Marriage Act (una legge approvata durante l’amministrazione Clinton che definisce il matrimonio come l’unione tra un uomo ed una donna ed impedisce, nella terza sezione, l’equiparazione con le unioni tra persone dello stesso sesso).

Il movimento delle donne dovrebbe essere, secondo Bersani, il modello di riferimento per il movimento LGBT: a piccoli passi sono arrivate a grandi risultati. Vero. Ma il movimento LGBT, gli ricorda Viotti, i piccoli passi, dal 1996, li ha proposti, ora è tempo di fare un grande passo in avanti. Lo stesso Obama, lo scorso 15 giugno, lo ha detto alla comunità LGBTQI americana: “Io non vi consiglierei mai di avere pazienza, non è giusto come non era giusto dire alle donne di essere pazienti un secolo fa o agli afroamericani 50 anni fa dopo decenni di inazione e indifferenza, ora avete tutta la ragione il diritto di chiedere, a voce alta e con forza, l'eguaglianza”.

Al contrario Bersani invita alla pazienza perché, rileva, sempre con atteggiamento paternalistico, “siamo in Italia”. Vero. Siamo in un paese in cui parlare di diritti civili suscita sempre grandi dibattiti. Ma quelle tre parole, dette da un leader di partito e aspirante capo del governo, suonano come una sconfitta. Perché il segretario di un partito che sulla carta, per come lo ha immaginato chi l’ha creato, è “nuovo” e quindi dovrebbe proporre l’idea di “un’Italia nuova”, non può dire che certe proposte non si possono fare perché “siamo in Italia”. Perché, almeno per sentire comune, la Spagna era un Paese simile all’Italia, eppure Zapatero non si è mai sognato di rifugiarsi dietro un “siamo in Spagna”. Zapatero, con coraggio, il matrimonio egualitario l’ha voluto e l’ha ottenuto. Così come in tutti gli altri Paesi che lo riconoscono: i partiti progressisti e i loro leader hanno assurto al loro ruolo di favorire e portare il rinnovamento, anche rischiando di giocarsi la vittoria, cosi come Obama rispetto alla prossime presidenziali. Al contrario, Bersani non vuole rischiarsela e sul piano dei diritti civili portare avanti un’idea di Italia vecchia e asfittica. Ad una necessaria prova di coraggio, preferisce un Paese che in vent’anni di berlusconismo e di pavidi governi di centro-sinistra è arretrata piuttosto che avanzare.

Guardando infine alle decine di bandiere arcobaleno sparse per la Festa democratica di Roma e alla presenza dello stand di “Vorrei ma non posso” a quella di Torino, viene da chiedersi se non sia in atto, da parte del PD, una sorta di “rainbow washing”. Il PD, con varie iniziative, si dà un appeal di partito aperto sui diritti LGBT per mascherare un conflitto interno lontano da una soluzione accettabile. E alcune e alcuni militanti LGBT che cadono in questa trappola propagandistica. Il PD ospita dibattiti e discute di matrimonio, offre spazi per la raccolta firme per varie iniziative popolari sul tema delle unioni civili, colora le sue feste dei colori dell’arcobaleno, vende (e qualcuno li compra!) spazi per bar e punti ristoro gestiti direttamente da associazioni LGBT, e nei fatti si adagia sul “siamo in Italia”.

 

 

Ultima modifica ilLunedì, 28 Ottobre 2013 21:53
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