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Il culo contro Equitalia: le molte forme della sessuofobia

Il culo contro Equitalia: le molte forme della sessuofobia

 

Gli uomini una volta tanto si mettono in gioco e mostrano il loro piu’ grande tabu’, la loro piu’ grande paura, la loro piu’ grande vergogna nascosta, quella di dover subire una sorta di oltraggio sessuale, la sopraffazione, che e’ il tipico atteggiamento che ha un vinto di fronte al vincitore, che dopo averlo sconfitto - per infliggergli la massima umiliazione - poi lo costringe anche a subire la violenza innominabile e indicibile”.

Gianluca Nicoletti, giornalista e scrittore, nella sua rubrica “Obliqua-mente” su La Stampa, commenta con queste parole la campagna pubblicitaria, diffusa a Napoli, che mostra otto uomini nudi fotografati di spalle e messi al muro, sotto la scritta “Basta farci male”, con altrettanti cartelli - uno per ogni argomento “caldo” per i consumatori - a coprire in parte il sedere.

 

Nicoletti esordice sottolineando, giustamente, che per la prima volta non si fa uso del corpo femminile, ma una volta tanto si mette in gioco quello maschile. Il corpo maschile, non gli uomini, come dice il giornalista. Da qui infatti il commento prende una piega sessuofobica e moralista: constatando che, di fatto, il sesso anale ricettivo per gli uomini è “la più grande vergogna nascosta”, addirittura un “oltraggio”.

 

La penetrazione anale ricettiva, che nel linguaggio gay chiamiamo passività, nella cultura dominante è associata all’attività omo-sessuale. Si esclude, contro ogni evidenza, che anche uomini eterosessuali possano trarne piacere.
Come molto di quello che ruota attorno al sesso e all’espressione della sessualità, si palesa un grande problema culturale e, quindi, di linguaggio. D’altronde “prenderla al culo” e’ usato correntemente in senso dispregiativo, tant’è che l’insulto più diffuso nella nostra lingua e’ “vaffanculo”.

 

Se degli uomini si fossero davvero voluti metter in gioco, avrebbero dovuto utilizzare il loro corpo, il loro sedere, per ribaltare il concetto di quella che viene descritta come “sopraffazione”. Il sesso anale in se’ non e’ un’onta, un’ingiuria, un’umiliazione. Lo diventa quando è legato un’azione violenta, come d’altronde una qualsiasi forma di stupro.

 

Oltre la campagna in sé, utile solo a confermare l’esistenza di un tabù rispetto al sesso anale maschile (ben altra cosa, lo sappiamo, è quello femminile), molto più gravi sono le parole di Nicoletti. L’utilizzo diffuso di parole negative che culminano, nella retorica dei vinti e dei vincitori, in “massima umiliazione” e “violenza innominabile e indicibile”, la dice lunga sulla capacità di analizzare e saper descrivere la realtà.

 

L’utilizzo di un certo immaginario e di un certo linguaggio non è giustificato nemmeno se si pensa all’agire che Equitalia assume nei confronti dei contribuenti. La violenza indicibile della società di riscossione dei tributi è, piuttosto, quella che ha spinto fino ad ora molti soggetti al suicidio.

 

A trent’anni dalla sua morte torna sempre più attuale il teorico e attivista Mario Mieli che, contro il capitale, rivendicava la riappropriazione rivoluzionaria del piacere anale.

 

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