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Andrea Tornese

Andrea Tornese

Giornalista e attivista LGBTQI

PD e unioni civili: 3.000 giorni di troppo

Altri 1.000 giorni. Come se gli oltre 3.000 già passati non contassero niente. Si parla di riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso ed è vero, come ha detto Matteo Renzi alla Camera, «non e’ pensabile che questo tema torni ad essere argomento di discussione politica», perché lo è già stato per troppo tempo: 8 anni. È dal 2006, quando per la prima volta il centro-sinistra, allora chiamato l’Ulivo, ha formalmente inserito nel suo programma di governo il riconoscimento delle coppie dello stesso sesso, che aspettiamo una legge sulle unioni civili.
Otto lunghissimi anni, oltre 3.000 giorni di discussione politicia in cui, sostanzialmente, non ci si e’ mossi di molto. E, diciamocelo, per ignavia di chi, per definizione, non ha mai voluto prendere una posizione netta: il PD e i suoi progenitori.

Il culo contro Equitalia: le molte forme della sessuofobia

 

Gli uomini una volta tanto si mettono in gioco e mostrano il loro piu’ grande tabu’, la loro piu’ grande paura, la loro piu’ grande vergogna nascosta, quella di dover subire una sorta di oltraggio sessuale, la sopraffazione, che e’ il tipico atteggiamento che ha un vinto di fronte al vincitore, che dopo averlo sconfitto - per infliggergli la massima umiliazione - poi lo costringe anche a subire la violenza innominabile e indicibile”.

Gianluca Nicoletti, giornalista e scrittore, nella sua rubrica “Obliqua-mente” su La Stampa, commenta con queste parole la campagna pubblicitaria, diffusa a Napoli, che mostra otto uomini nudi fotografati di spalle e messi al muro, sotto la scritta “Basta farci male”, con altrettanti cartelli - uno per ogni argomento “caldo” per i consumatori - a coprire in parte il sedere.

 

Nicoletti esordice sottolineando, giustamente, che per la prima volta non si fa uso del corpo femminile, ma una volta tanto si mette in gioco quello maschile. Il corpo maschile, non gli uomini, come dice il giornalista. Da qui infatti il commento prende una piega sessuofobica e moralista: constatando che, di fatto, il sesso anale ricettivo per gli uomini è “la più grande vergogna nascosta”, addirittura un “oltraggio”.

 

La penetrazione anale ricettiva, che nel linguaggio gay chiamiamo passività, nella cultura dominante è associata all’attività omo-sessuale. Si esclude, contro ogni evidenza, che anche uomini eterosessuali possano trarne piacere.
Come molto di quello che ruota attorno al sesso e all’espressione della sessualità, si palesa un grande problema culturale e, quindi, di linguaggio. D’altronde “prenderla al culo” e’ usato correntemente in senso dispregiativo, tant’è che l’insulto più diffuso nella nostra lingua e’ “vaffanculo”.

 

Se degli uomini si fossero davvero voluti metter in gioco, avrebbero dovuto utilizzare il loro corpo, il loro sedere, per ribaltare il concetto di quella che viene descritta come “sopraffazione”. Il sesso anale in se’ non e’ un’onta, un’ingiuria, un’umiliazione. Lo diventa quando è legato un’azione violenta, come d’altronde una qualsiasi forma di stupro.

 

Oltre la campagna in sé, utile solo a confermare l’esistenza di un tabù rispetto al sesso anale maschile (ben altra cosa, lo sappiamo, è quello femminile), molto più gravi sono le parole di Nicoletti. L’utilizzo diffuso di parole negative che culminano, nella retorica dei vinti e dei vincitori, in “massima umiliazione” e “violenza innominabile e indicibile”, la dice lunga sulla capacità di analizzare e saper descrivere la realtà.

 

L’utilizzo di un certo immaginario e di un certo linguaggio non è giustificato nemmeno se si pensa all’agire che Equitalia assume nei confronti dei contribuenti. La violenza indicibile della società di riscossione dei tributi è, piuttosto, quella che ha spinto fino ad ora molti soggetti al suicidio.

 

A trent’anni dalla sua morte torna sempre più attuale il teorico e attivista Mario Mieli che, contro il capitale, rivendicava la riappropriazione rivoluzionaria del piacere anale.

 

Uruguay: approvato matrimonio gay alla camera, ora manca il senato

Cinquatasei minuti dopo la mezzanotte di mercoledi 12 dicembre, il Parlamento uruguaiano ha approvato a larghissima maggioranza il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Il testo e' stato approvato dalla Camera dopo otto ore di dibattito con 81 voti a favore su 87. Hanno votato contro i sei "bianchi" del Partido Nacional de Ururguay: Gerardo Amarilla, Gustavo Borsari, Pablo Abdala, Luis Lacalle Pou, José Luis Núñez e Martín Elgue. Ora la discussione passa al Senato. 

Presentata dal Frente Amplio del presidente Jose' Mujica, la legge modifica il Codice civile uruguaiano prevedendo cosi che "eterosessuali, homosessuali, lesbiche e transessuali hanno diritto a contrarre un matrimonio monogamo" e enfatizza la trasformazione della "famiglia come istituzione". 
"Questa non e' una legge sul matrimonio omosessuale" ha dichiarato il deputato socialista Julio Bango, uno degli autori del testo. "Questa e' una misura per rendere l'istituzione del matrimonio uguale per tutti a prescindere dal sesso della coppia".

Il dibattito parlamentare si e' concentrato soprattutto sull'articolo 14 della legge (che modifica l'articolo 214 del Codice civile). Il testo originale prevedeva infatti il divieto di per i figli di conoscere l'identita' dei genitori biologici. 
Viste le critiche da ambo le parti sulla costituzionalita' dell'articolo il Frente Amplio ha accettato le modifiche togliendo il divieto che pero' rimane per i figli concepiti tramite fecondazione assistita.

L'Uruguay e' stato il primo paese latino americano a riconoscere, a livello nazionale, le coppie dello stesso sesso. In virtu' della legge 18.246, Unión Concubinaria, firmata dal presidente Tabaré Vázquez il 19 dicembre 2007 ed entrata in vigore il 1 gennaio successivo, potevano firmare un registro quelle coppie, dello stesso sesso o di sesso diverso, che convivevano ininterrottamente da almeno cinque anni.
Il piccolo paese sudamericano e' stato anche il primo dell'America Latina ad aver riconosciuto l'adozione congiunta per le coppie dello stesso sesso. La legge fu approvata nel 2009 a larghissima maggioranza sia alla Camera, con 40 voti favorevoli e 13 contrari, sia al Senato, con 17 Sí e 6 No.

Se anche il Senato approvera' la legge, l'Ururguay diventera' il secondo Paese del Sud America, dopo l'Argentina, a riconoscere il matrimonio tra persone dello stesso sesso. In Messico, dal 2009, le coppie gay e lesbiche possono sposarsi sono nel distretto federale di Citta' del Messico.

 

da: queerpost.it

Ve l’avevamo detto. Il PD e la propaganda sui diritti LGBTQI.

bersaniNel 2006, l’Ulivo, dalla cui esperienza poi nascera’ il PD, si mette alla guida di una larghissima coalizione di centro-sinistra, l’Unione, che si candida a governare il paese. Ci avete detto di essere fiduciosi, perché le famigerate sette righe del programma dell’Unione in tema di unioni civili – imposte da Margherita e Udeur – lasciavano spazio a varie forme di riconoscimento delle coppie di fatto (allora ci accontentavamo). Con la vittoria dell’Unione, Prodi, capo del nuovo governo, crea ad hoc per Rosy Bindi il Ministero (conservatore e dal retrogusto fascista) per la Famiglia, ma ci dite di non preoccuparci: Rosy Bindi viene dalla migliore tradizione cattolica, quella più laica, tant’è che viene messa a lavoro, insieme a Barbara Pollastrini, per trasformare in una proposta di legge le famigerate sette righe. Approntano i DiCo, offensivi per la dignità di qualsiasi convivente etero o omo che fosse, e ci assicurate che sono comunque un primo passo e che in Parlamento possono essere modificati. Di fronte al Family Day, siamo costretti a scendere in piazza per difendere quell’obbrobio. I DiCo vengono modificati in peggio, cambiano nome e perdono ancora di piu consistenza, e il governo ci cade sopra. Ve l’avevamo detto.

Nel 2007, mentre il movimento LGBTQI inizia, con il Pride nazionale di Roma, a unirsi intorno alle tre parole chiave parità, dignità, laicità, nasce il PD, il partito nuovo che ha la missione di fare un’Italia nuova. Walter Veltroni, candidandosi a guidare il partito che ha tanto voluto, al Lingotto, a dieci giorni dal gigantsco pride romano, dice che “a guidarci deve essere quel senso della misura, e dell'amore per la coesione della propria comunità, che deve spingere a cercare sempre un punto di incontro virtuoso che non mortifichi i convincimenti degli uni o degli altri. È questo spirito di ricerca e di confronto che sta alla base della proposta di legge sui Dico. Se è certamente vero ciò che Savino Pezzotta ha detto, circa il valore costituzionale della famiglia fondata sul matrimonio, è altrettanto vero che, come hanno fatto tutte le altre grandi democrazie, anche in Italia è giusto riconoscere i diritti delle persone che si amano e convivono”.
Il richiamo all’esperienza dei DiCo si rivelerà sintomatico. Di fatto, poi, non c’è nessuna coesione, perché non ci sono dei valori comuni intorno ai quali si vuole costruire la comunità. Di fatto è una fusione a freddo tra DS e Margherita, tra i quali non si trova un punto di incontro virtuoso. Di fatto non si mortificano i convincimenti di alcuni a vantaggio di quelli di altri. L’Italia rimane quella che è, anzi peggiora, e il PD – quanto a coesione e a programma – diventa il partito del “ma anche”, quindi del tutto e in realtà del nulla. Il movimento LGBTQI chiede parita dei diritti, quindi il matrimonio, ma le famigerate sette righe rimangono sostanzialmente uguali. Ve l’avevamo detto.

Nel 2008 si va ad elezioni anticipate. Walter Veltroni richiama al “voto utile” e voi, sulla scia di questo ricatto morale, ci dite che se vogliamo avere interventi legislativi sulle questioni LGBTQI l’unica prospettiva è votare il PD. Siamo scettici e ci dite di essere fiduciosi: Veltroni viene dalla migliore tradizione comunista, quella più laica, e troverà una linea sui diritti LGBTQI. Il PD non convince e non vince, il voto utile serve solo a cacciare la sinistra dal Parlamento e la candidatura del redivivo Francesco Rutelli regala Roma a Gianni Alemanno. Ve l’avevamo detto.

Nel 2009, verso fine estate, scoppia l’emergenza omofobia. Emerge un problema che vede nella violenza e nelle agressioni la punta di un iceberg fatto di sofferenze a scuola e sul posto di lavoro, di quotidiani piccoli gesti discriminatori, di esclusioni silenziose, di vergogna ad esprimersi in pubblico. La politica decide che e’ ora di intervenire sul problema con interventi securitari, convinta che l’omofobia si combatta nelle aule dei tribunali. In particolare il PD, attraverso Anna Paola Concia, si fa promotore di una battaglia in favore di una legge contro l’omofobia. In una strenua quanto poco proficua strategia trasversale, con la quale si innalza la convertita Mara Carfagna ad eroina dei diritti LGBTQI, la proposta di legge si sostanzia in un’inapplicabile aggravante per i reati a sfondo omofobico.
A noi quella proposta non piace, preferiamo la modifica della legge Mancino; voi ci dite che e’ l’unica cosa che si puo’ ottenere. Nonostante tutto, cosi’ come per i DiCo scendiamo i piazza a difenderla. Non era l’unica cosa ottenibile e infatti la proposta di legge non passa, per ben due volte. Era meglio lottare per qualcosa di meglio. Ve l’avevamo detto.

Nel 2010,a febbraio, dopo l’appoggio (fantomatico) del PD alla candidatura di Emma Bonino alla Regione Lazio, Paola Binetti esce dal partito. Gia’ a novembre 2009 Francesco Rutelli aveva lasciato il partito che aveva contribuito a fondare, denunciando una sua (fantomatica) deriva a sinistra. Quale migliore occasione per voi per farci credere che il PD e’ a una svolta. Ma e’ un boomerang: con la fuoriuscita di Paola Binetti si rompe lo specchietto per le allodole. Vengono a galla le contraddizioni del partito e la sua incapacita’, fino ad allora mascherata dal capro espiatorio, a definire una linea sui diritti LGBTQI (e su tante altre questioni). Ve l’avevamo detto.

Nel 2011, il 4 febbraio, la direzione del PD, affermando la centralita’ dei diritti nel progetto dell’Italia futura, istituisce la “commissione sui laicita’ e diritti”. I diritti civili sono per definizione laici, ma il PD non lo sa e costruisce la sua “plutarlita’” intorno a un “binomio” dialetticamente inesistente. “Siamo consapevoli di avere impostazioni culturali diverse e per questo dobbiamo trovare una sintesi plurale rispettosa di tutte le sensibilità”. Una sintesi, puo’ essere condivisa, ma non puo’ essere plurale, altra contraddizione in termini. Sono parole della presidente del PD, Rosy Bindi, appena nominata presidente della commissione e anche queste si riveleranno sintomatiche. Di nuovo lei, Rosy Bindi, questa volta messa a li’ a fare l’abirtro, di parte. E, come se i DiCo non avessero insegnato nulla, ci ripetete che c’e’ da essere fiduciosi. Noi siamo convinti di una cosa: se si tratta di trovare una sintesi, allora da quella commissione non uscira’ una proposta sul matrimonio. Ve l’avevamo detto.

Nel 2012, dopo un anno e mezzo di discussioni e tensioni, la commissione produce un documento da sottoporre all’assemblea del PD. Voci di corridoio lasciano intendere che il PD si impegnera’ per uno dei cosiddetti istituti equivalenti al matrimonio: la Civil partnership all’inglese o la Lebenspartnershaft alla tedesca. Il segretario del PD, ad inizio giugno, nella lettera di adesione al Pride Nazionale di Bologna, cita Barack Obama e Francois Hollande, ricorda il loro recente impegno per i pari diritti per le persone LGBTQI, ma non riesce a scrivere la parola matrimonio. Tant’e’ che per far uscire l’Italia dal Far West preannuncia un non meglio definito “presidio giuridico” per le “convivenze stabili” (come se a una coppia eterosessuale si chiedesse un attestato di sabilita’!, ndr).
La commissione doveva trovare una sintesi e invece produce un documento che piuttosto che un piano di proposte legislative pare una risoluzione delle Nazioni Unite. Nel documento si legge che “Il Pd, auspicando un più approfondito bilanciamento tra i principi degli articoli 2, 3, e 29 della Costituzione, quanto in specie alle libere scelte compiute da ciascuna persona in relazione alla vita di coppia ed alla partecipazione alla stessa, opera dunque per l'adeguamento della disciplina giuridica all'effettiva sostanza dell'evoluzione sociale, anche introducendo, entro i vincoli della Costituzione e per il libero sviluppo della personalità di cui all'art. 2, speciali forme di garanzia per i diritti e i doveri che sorgono dai legami differenti da quelli matrimoniali, ivi comprese le unioni omosessuali” (la chiarezza non e’ di casa nel PD, ndr). La militanza LGBT all’interno del partito, che pure aveva i suoi rappresentanti in commissione, non condivide quel documento, e annuncia battaglia. Divisa tra chi continua a giocare al ribasso, proponendo le unioni civili, e chi prova a rilanciare con i matrimoni, presenta un documento da contrapporre a quello della commissione. La presidente del PD, Rosy Bindi, sempre lei, in evidente conflitto d’interessi, non permette la votazione del documento perche’ “preclusa” dalla precedente approvazione del suo documento. E’ bagarre. Oltre agli evidenti problemi di democrazia interna, che per un partito che si chiama Democratico sono grotteschi, vengono a galla pericolose mistificazioni e gravi inesattezze: nel documento si afferma che la nostra Carta costituzionale e la sentenza del 2010 della Corte costituzionale escludono la possibilita’ di estendere il matrimonio alle coppie dello stesso sesso. Chi conosce la Costituzione e chi ha analizzato quella sentenza sa che non e’ cosi. Rosy Bindi conferma la sua ignoranza durante la festa del PD a Roma e minaccia chi la contesta di non legiferare nemmeno sulle unioni civili.
Pierluigi Bersani in un’intervista al Corriere della Sera la “chiude li’”: “Noi proponiamo le unioni gay nei dintori della soluzione tedesca”. Perche’ noi siamo italiani e le cose le dobbiamo fare per forza a modo nostro: bastava prendere i Pacs francesi e invece si sono inventati i DiCo; bastava prendere tutto il modello tedesco, che comunque non e’ garanzia di pari diritti, e invece ci ruotano intorno (per non parlare, cambiando campo, della legge elettorale). "A chi dice che è troppo – continua Bersani al Corriere – rispondo che non possiamo stare fermi alla stessa legislazione di Cipro e Turchia. A chi dice che è poco, rispondo che chi vuole saltare tre scalini alla volta rischia di rimanere al palo. Ricordo che viviamo in un Paese dove non è ancora stato possibile approvare una legge contro l'omofobia". Bersani usa come alibi la legge contro l’omofobia, come se non ci fossero colpe del PD. Bindi, sempre rispondendo ai contestatori, ci rinfaccia e usa come alibi il suo impegno sui DiCo, come se il movimento LGBTQI non abbia sufficientemente spiegato che non sente la mancanza di una legge truffa sulle coppie di fatto. E mentre Fioroni canta vittoria, ci assicurate che la battaglia non e’ persa. Bersani conferma la strada tedesca, Fioroni si accoda e voi vi tranquillizzate. Se ne riparla a settembre. Ve l’avevamo detto?

"Siamo in Italia": il PD e il suo conservatorismo sulle questioni GLBTQI

 

Alla festa del Pd di Torino, Bersani discute con un militante gay e ribadisce il no al matrimonio

Il 31 agosto, il segretario del PD Pierluigi Bersani, alla Festa democratica di Torino, incalzato da un militante gay sulla scelta del “modello tedesco” rispetto all’estensione del matrimonio alle coppie dello stesso sesso, nicchia, sorride, dà una pacca sulla spalla e poi, con parole che suonano come una sconfitta, dice: “Siamo in Italia”.

Si aggiunge così un altro “ve l’avevamo detto” a quelli che abbiamo elencato su queste pagine ricordando tutte le volte in cui il PD ha chiesto fiducia agli elettori LGBTQI senza mai ripagarla. Perché con quelle tre parole Bersani dimostra che il Partito Democratico non ha il coraggio di mettere alla prova degli elettori un’Italia davvero nuova. E noi ve l’avevamo detto, già nel 2007, quando quel partito è nato. La location in cui Bersani ribadisce la sua posizione sul riconoscimento delle unioni LGBTQI, poi, mette in una luce la trappola propagandistica che il PD tende sui diritti civili. Perché – anche questo ve l’avevamo detto – appare sempre più evidente che il PD si muove secondo una logica del “rainbow washing” e alcune e alcuni militanti LGBT ci continuano a cadere.

Il linguaggio non verbale utilizzato da Pierluigi Bersani nel recente scambio informale con un militante gay è stato più illuminante di tante altre sue dichiarazioni. In giro per gli stand della Festa democratica di Torino, il segretario dei Democratici si è imbattuto in quello della campagna sul matrimonio egualitario “Vorrei ma non posso. It’s wedding time”. Incalzato da uno dei suoi animatori, Daniele Viotti, che gli chiede come mai il PD voglia legiferare in modo che sia sanciata una differenza tra le coppie eterosessuali e quelle LGBT, Bersani, a testa basta, mentre si riaccende il sigaro, accenna un primo sorriso tra il bonario ed il sornione. Ne fanno seguito altri, fino a una paternalistica mano sulla spalla di Viotti. Perché questo è l’atteggiamento del PD, del tipo “figlio mio, ascolta a me, ti spiego io come va il mondo”: come va negli Stati Uniti, com’è andata con i diritti delle donne, come va in Italia. Negli USA, secondo Bersani, Barack Obama non avrebbe fatto una reale apertura sui matrimoni, ma avrebbe semplicemente detto che ogni stato è libero di legiferare come meglio crede. Falso. Il presidente americano, a maggio 2012, in un’intervista alla ABC, ha dichiarato che dopo anni di riflessioni sull’argomento è giunto alla conclusione che le coppie dello stesso sesso dovrebbero avere la possibilità di sposarsi. Pur riconoscendo, questo è vero, che l’ultima parola spetta si singoli stati, di fatto si è detto contrario ad un bando costituzionale ed ha appoggiato l’abrogazione del Defense of Marriage Act (una legge approvata durante l’amministrazione Clinton che definisce il matrimonio come l’unione tra un uomo ed una donna ed impedisce, nella terza sezione, l’equiparazione con le unioni tra persone dello stesso sesso).

Il movimento delle donne dovrebbe essere, secondo Bersani, il modello di riferimento per il movimento LGBT: a piccoli passi sono arrivate a grandi risultati. Vero. Ma il movimento LGBT, gli ricorda Viotti, i piccoli passi, dal 1996, li ha proposti, ora è tempo di fare un grande passo in avanti. Lo stesso Obama, lo scorso 15 giugno, lo ha detto alla comunità LGBTQI americana: “Io non vi consiglierei mai di avere pazienza, non è giusto come non era giusto dire alle donne di essere pazienti un secolo fa o agli afroamericani 50 anni fa dopo decenni di inazione e indifferenza, ora avete tutta la ragione il diritto di chiedere, a voce alta e con forza, l'eguaglianza”.

Al contrario Bersani invita alla pazienza perché, rileva, sempre con atteggiamento paternalistico, “siamo in Italia”. Vero. Siamo in un paese in cui parlare di diritti civili suscita sempre grandi dibattiti. Ma quelle tre parole, dette da un leader di partito e aspirante capo del governo, suonano come una sconfitta. Perché il segretario di un partito che sulla carta, per come lo ha immaginato chi l’ha creato, è “nuovo” e quindi dovrebbe proporre l’idea di “un’Italia nuova”, non può dire che certe proposte non si possono fare perché “siamo in Italia”. Perché, almeno per sentire comune, la Spagna era un Paese simile all’Italia, eppure Zapatero non si è mai sognato di rifugiarsi dietro un “siamo in Spagna”. Zapatero, con coraggio, il matrimonio egualitario l’ha voluto e l’ha ottenuto. Così come in tutti gli altri Paesi che lo riconoscono: i partiti progressisti e i loro leader hanno assurto al loro ruolo di favorire e portare il rinnovamento, anche rischiando di giocarsi la vittoria, cosi come Obama rispetto alla prossime presidenziali. Al contrario, Bersani non vuole rischiarsela e sul piano dei diritti civili portare avanti un’idea di Italia vecchia e asfittica. Ad una necessaria prova di coraggio, preferisce un Paese che in vent’anni di berlusconismo e di pavidi governi di centro-sinistra è arretrata piuttosto che avanzare.

Guardando infine alle decine di bandiere arcobaleno sparse per la Festa democratica di Roma e alla presenza dello stand di “Vorrei ma non posso” a quella di Torino, viene da chiedersi se non sia in atto, da parte del PD, una sorta di “rainbow washing”. Il PD, con varie iniziative, si dà un appeal di partito aperto sui diritti LGBT per mascherare un conflitto interno lontano da una soluzione accettabile. E alcune e alcuni militanti LGBT che cadono in questa trappola propagandistica. Il PD ospita dibattiti e discute di matrimonio, offre spazi per la raccolta firme per varie iniziative popolari sul tema delle unioni civili, colora le sue feste dei colori dell’arcobaleno, vende (e qualcuno li compra!) spazi per bar e punti ristoro gestiti direttamente da associazioni LGBT, e nei fatti si adagia sul “siamo in Italia”.

 

 

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