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Referendum e legge di stabilità: il saluto di fine anno

Napolitano e MontiIl decreto di scioglimento delle camere è arrivato puntuale il 22 dicembre, firmato dal Presidente della Repubblica dopo aver sentito i presidenti del Senato e della Camera dei deputati. Si voterà i prossimi 24 e 25 febbraio, come indicato dal decreto di convocazione dei comizi elettorali. "La strada era già segnata, non esisteva alcuno spazio per ulteriori sviluppi in sede parlamentare", ha dichiarato Napolitano al Quirinale nel corso della breve conferenza stampa.

La stessa strada che adesso è segnata per le 500 mila firme già raccolte dal comitato promotore dei referendum su art. 18 e 8, come per quello “anti-casta” dell’IdV. Le firme raccolte per i due referendum sul lavoro vanno presentate entro la prima settimana di gennaio, per rispettare il limite di tre mesi dall’apposizione dei timbri sui fogli su cui si raccolgono le firme stesse – limite imposto dalla legge. Allo stesso tempo, in base alla legge, le firme andavano depositate prima che Napolitano sciogliesse le camere e indicesse le elezioni. L’obiettivo delle 650 mila firme da consegnare in extremis entro lo scioglimento delle camere non è stato raggiunto. È rimasto inascoltato l’appello lanciato a Napolitano per rinviare lo scioglimento ai primi di gennaio, così da permettere la presentazione delle firme nei giorni immediatamente precedenti e mantenere la validità dei referendum, che non possono comunque svolgersi nello stesso anno delle elezioni politiche e si terrebbero in ogni caso nel 2014. Adesso i partiti che hanno promosso la consultazione referendaria chiedono un decreto per salvare le firme raccolte: in caso contrario il comitato promotore si dice pronto a ricorrere dinanzi alla Consulta.

Una degna conclusione di un anno che ha visto il Presidente Napolitano instancabile regista del governo tecnico e primo sponsor del prossimo “partito di Monti”, pronto a fare la sua discesa in campo in vista delle consultazioni di febbraio. Anche l’ostacolo che avrebbe potuto frapporsi alla strada già segnata della prossima coalizione al governo sul fronte dei diritti del lavoro, ovvero i due referendum per il ripristino delle tutele dei contratti collettivi nazionali e contro le maggiori libertà di licenziamento da parte delle imprese, è stato tolto di mezzo. Nello stato di eccezione permanente dettato dagli spread, un movimento referendario può essere cancellato con una semplice firma del Capo dello Stato senza che il maggiore partito di centro-sinistra ad aver sostenuto questo governo dica una parola sulla vicenda. Ma c’è davvero poco di cui sorprendersi. Gli ultimi atti del “primo” governo Monti sono i primi a segnare la tabella di marcia della prossima agenda politica sostanzialmente assunta dalla nuova coalizione progressista. L’ultimo colpo di Napolitano sullo scioglimento anticipato delle camere che rischia di vanificare tre mesi di raccolte firme per i referendum, arriva infatti a conclusione dell’approvazione dei due più decisivi battistrada per la prossima legislatura: i decreti attuativi del pareggio di bilancio costituzionale e la legge di stabilità per il 2013.

I primi hanno seguito il loro corso nello stesso silenzio complice dei partiti che hanno votato la modifica dell’articolo 81 della costituzione con l’introduzione del pareggio di bilancio costituzionale. Lo scorso 20 dicembre il Senato ha approvato con 222 sì e solo quattro voti contrari il ddl attuativo che realizza il quadro d’impegni assunti con il trattato intergovernativo del Fiscal Compact. Un organismo indipendente di controllo dei conti pubblici, composto da tre membri eletti dai presidenti di Camera e Senato, avrà poteri analoghi al presidente della Bce rispetto alla Banca centrale europea. Contro una vulgata sostenuta dagli alfieri del PD che hanno votato e difeso questa legge nella Carta d’Intenti della coalizione dei progressisti e moderati, il ddl non modifica di fatto le modalità di raggiungimento del pareggio di bilancio, facendo del ricorso all’indebitamento pubblico un’eccezione temporanea e  giustificabile solo in base a parametri fissi che tengano conto del ciclo economico in rapporto al prodotto interno lordo, a “gravi” recessioni e calamità naturali che possano configurarsi come eventi eccezionali. Su tutto questo, seppur non scritto nella lettera della legge, vigilerà informalmente la Trojka in base all’andamento della fiducia degli investitori internazionali: per questo la definizione degli “eventi eccezionali” solo difficilmente potrà dipendere dalle scelte delle Camere. Un simile dispositivo subordina di fatto le politiche di bilancio alla sostenibilità del debito secondo condizioni e limiti che saranno dettati oltralpe. Oscurati i riflettori dell’informazione e dell’opinione pubblica, i partiti della maggioranza del governo tecnico hanno così confermato il cardine della futura agenda Monti che taglierà le gambe ad ogni politica di sostegno alla domanda, decretando il commissariamento del welfare e dei diritti sociali sull’altare dell’equilibrio dei conti pubblici.

I numeri della legge di stabilità approvata lo scorso venerdì realizzano allo stesso modo le previsioni più fosche denunciate da esponenti dello stesso governo. Dei 400 milioni di euro necessari per il Fondo di finanziamento ordinario (FFO) delle università, senza i quali lo stesso ministro Profumo aveva gridato al default del sistema universitario italiano, a cominciare dagli atenei del sud, alla fine ne sono stati stanziati solo 100, in quella che è l’ennesima tranche di tagli introdotti dal precedente governo Berlusconi. Decine di atenei adesso vedranno compromessa l’approvazione dei bilanci, sforando il rapporto dell’80% delle spese di personale con l’FFO: il nuovo anno rischia così di aprirsi con il default di buona parte delle università del meridione. Soldi che non sono mancati all’appello per le scuole private, che beneficeranno del contributo previsto di 223 milioni di euro.

Una pioggia di finanziamenti è stata invece confermata per le grandi opere, le cui briciole avrebbero potuto evitare il tracollo delle università pubbliche: 2,8 miliardi per l’alta velocità Torino-Lione da qui al 2026 e più di un miliardo per il Mose, il sistema di dighe mobili a Venezia. Ma buone notizie arrivano anche per le banche. La paventata Tobin Tax che avrebbe dovuto procurare alle casse dello Stato un gettito di oltre un miliardo sui profitti dei mercati di prodotti finanziari non farà più paura a nessuno. Gli emendamenti apportati dal governo, infatti, esonerano le banche dal pagamento per le loro operazioni in derivati, prevedendo la tassa solo per quelli azionari: poca cosa rispetto al vero e proprio casinò della finanza mondiale che è appunto rappresentato dal mercato dei derivati.

Questo regalo natalizio al settore bancario sarà pagato sulla pelle dei comuni che, come denunciato dall’Anci, non vedranno affatto reintegrati i profondi tagli dello scorso anno con il miliardo di euro stanziato dal governo, e su quella dei contribuenti che vedranno aumentare l’Iva e la nuova tassa sui rifiuti, calcolata sul modello dell’Imu, per cui si prevedono fino al 20% in più di spese. Ma a trovare i pacchi migliori sotto l’albero il prossimo anno saranno i soggetti più indifesi, come gli esodati della riforma Fornero delle pensioni e i disabili gravi. Almeno altri 130 mila esodati, la metà secondo i conti della Ragioneria di Stato, continueranno a non essere tutelati; mentre dei 200 milioni di euro promessi dal ministro Balduzzi ai fondi per i malati di sclerosi laterale amiotrofica e disabilità gravi ne arriveranno solo 115.

Diritti del lavoro, stretta sui bilanci e tagli allo stato sociale: questi i tre versanti su cui il governo Monti, sotto l’ala del Presidente Napolitano, ha portato a termine il suo assalto nell’ultima settimana. Questi i tre fronti con cui la nuova agenda presentata dal dimissionario presidente del consiglio apre ufficialmente la discesa in campo di un partito di Monti che, ancora incerto nella fisionomia, acquista ogni giorno di più gambe e braccia. Un’agenda cui Bersani si è affrettato subito a prestare la propria disponibilità confermandone l’impalcatura e prospettando non un suo superamento, ma “l’aggiunta” di misure per la crescita e la solidarietà. Ma la mole ingombrante di una simile agenda non sembra poter prevedere aggiunte che non si riducano a qualche graziosa concessione utile forse a imbellettarne l’aspetto, senza cambiarne il volto. Fedele fino all’ultimo alla “responsabilità” che lo ha contraddistinto, il PD ha votato compatto gli ultimi colpi di grazia assestati dal governo Monti, offrendo il laccio che legherà le mani alla coalizione di centro-sinistra che nei sondaggi è data vincente alle prossime elezioni. Si chiude così un anno che probabilmente si rivelerà presto nel suo più autentico significato: le prove generali per una terza repubblica in cui il “montismo” farà saltare tutte le categorie, inattuali, di centro-destra e centro-sinistra. 

Ultima modifica ilMartedì, 22 Ottobre 2013 00:43
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